concordato

La religione si insegna o si percepisce? In altre parole, la religione è un valore attinente alla sfera personale del soggetto o una disciplina scolastica?

Non è certamente agevole rispondere a questi quesiti, e lo è ancora meno se si considera che l’attuale sistema scolastico italiano prevede l’insegnamento della religione (cattolica) in un contesto che, come dichiara la Costituzione italiana, si definisce laico. La domanda a cui dobbiamo cercare di rispondere è: perchè è dedicata una specifica ora all’insegnamento della religione in particolare, quella cattolica, nella scuola pubblica?

Costituisce certamente un dato di fatto che il retroscena culturale italiano sia stato influenzato per molti secoli dalle radici che la religione cristiana ha piantato in maniera piuttosto radicale e decisa, ma è altrettanto vero che le esigenze della moderna società sono mutate: il contesto sociale è caratterizzato dal pluralismo culturale ovvero da portatori di tante culture che devono travare il modo di convivere senza perdere l’identità e senza escludersi. A tal proposito sarebbe più opportuno optare per considerare in termini egualitari le varie presenze religiose all’interno del territorio, considerandole non già come una minaccia, ma come un momento di crescita, anche spirituale.

scuola

In primo luogo è da considerarsi come punto di riferimento l’articolo 3 della Costituzione italiana, il quale eleva a principio supremo l’uguaglianza di tutti i cittadini, intesa in termini di pari dignità sociale ed uguaglianza di fronte alla legge, senza distinzioni di sorta legate alla razza e alla religione.
Premesso che con lo stesso art- 3 la Reppubblica si impegna a rimuovere le cause che ostacolano il raggiungimento degli obiettivi prima richiamati, l’attuale problema è costituito dal fatto che all’interno della scuola pubblica vi sia un tentativo costante di indottrinamento, ad opera delle gerarchie ecclesiastiche, e ciò comporta già di per sé una lesione non solo del principio di eguaglianza, ma anche della libertà di scelta del proprio percorso educativo e religioso, anche con riferimento alla ricerca libera della conoscenza (art. 33. comma 1 della Cost.).

E’ cosa comune a tutte le religioni sostenere che la verità e gli insegnamenti di cui sono portatrici siano più validi o autentici di quelli proposti dagli altri movimenti religiosi. Se non è posto nessun freno a questa volontà di diffondere la propria religione ad altri soggetti, si finisce poi per privilegiare gli interessi di gruppi religiosi che rappresentano con orgoglio la maggioranza dei devoti all’interno del territorio dello Stato e soprattutto in determinati ambienti “strategici”, si pensi ad esempio a quello formativo. In particolar modo, l’insegnamento della religione, l’affissione dei vari simboli religiosi e la celebrazione di rituali cattolici nella scuola pubblica risultano essere pratiche scontate, appunto perché nel circoscritto territorio italiano, queste pratiche trovano una giustificazione frutto di un elevato livello di pressapochismo culturale, causato dalla stratificazione delle consuetudini, e dal fatto che l’Italia viene considerata come culla del cattolicesimo.

E’ contrario ai principi di uguaglianza e laicità dello Stato permettere che in un contesto nel quale aandrebbe assicurato il pluralismo religioso e la libertà della e dalla religione delle proprie istituzioni, prime fra tutte quella scolastica, sia dedicata una specifica ora all’insegnamento di una specifica religione, come se determinati valori possano essere insegnati, piuttosto che essere frutto di una libera ricerca. Il Concordato del 1984 assicura l’insegnamento religioso cattolico nella scuola pubblica e coloro che decidono di avvalersene saranno poi separati durante l’ora di insegnamento dagli studenti che invece non se ne avvalgono. Tutto ciò finisce col creare due ambienti dedicati rispettivamente a due gruppi di studenti: i cattolici e coloro che non lo sono.

Provando a rileggere il tutto ai sensi degli articoli 3, 19 e 33 Cost., rileviamo un errore “logico e sistematico” nel voler mantenere questa modalità di insegnamento all’interno della scuola pubblica: perché voler creare due gruppi e due forme di insegnamento in ragione dell’appartenenza religiosa? In tale maniera, la diversità religiosa non potrà mai essere percepita come crescita e come punto di partenza per l’integrazione e l’accoglienza di soggetti che scelgono di non appartenere alle religioni di maggioranza o di non avere professare alcuna religione.
Così operando il sistema scolastico pone in essere una violazione sistematica del principio di laicità, che, ricordiamo, è stato definito dalla Corte Costituzionale come uno dei principi supremi dell’ordinamento giuridico italiano.

Clizia Franceschini

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