A Ferrara è aperta la mostra dedicata al cinquecentenario dell’Orlando Furioso di Ludovico Ariosto.

Sofia Nannini

Palazzo dei Diamanti
Palazzo dei Diamanti

Solo la città estense e il bugnato palazzo dei Diamanti avrebbero potuto ospitare una mostra sul mitico immaginario di Ludovico Ariosto, visionario autore dell’Orlando Furioso, pubblicato esattamente cinquecento anni fa. L’esposizione ferrarese Orlando Furioso 500 anni: cosa vedeva Ariosto quando chiudeva gli occhi è esattamente il tentativo di entrare nella mente poetica dello scrittore, cercando di comprenderne la dinamica narrativa e di contestualizzarla non solo nei primi anni del Cinquecento, epoca di umanesimo e di scoperte geografiche, ma scavando più a fondo, verso l’epoca carolingia in cui l’Orlando è ambientato e ancora più indietro, fino alle tradizioni artistiche romane.

Paolo Uccello: San Giorgio e il drago
Paolo Uccello: San Giorgio e il drago

La mostra consiste in un morbido percorso accompagnato da un’audioguida, la cui voce narrante prende per mano i visitatori dalla prima opera esposta (una copia dell’Orlando Innamorato di Matteo Maria Boiardo) fino all’ultima teca, che conserva una copia del Don Chisciotte di Cervantes. Ma non si tratta solo di volumi antichi e prime copie di libri: il mondo di Ludovico Ariosto è soprattutto popolato da immagini, dagli schizzi di Leonardo da Vinci alla Venere di Botticelli; dai draghi di Paolo Uccello ai ritratti di Raffaello. Perché, per capire il motivo dell’intricata trama del poema cavalleresco (di cui si è tentato di dare una spiegazione grafica, per i primi sette canti, su una delle pareti dell’esposizione), sono necessari tutti i riferimenti artistici, politici e culturali del Rinascimento. Così, in una selva di teche che vuole ricordare la foresta di Orlando, il visitatore si trova di fronte a elmi antichi, finissimi arazzi che raffigurano battaglie e immense mappe geografiche che ancora rappresentano il globo in modo incerto. Teca dopo teca e quadro dopo quadro ci si avvicina ai versi dell’Orlando e alle loro tematiche più sentite: la guerra, l’amore, la pazzia. L’allestimento è elegante e sobrio, curato dallo studio Antonio Ravalli Architetti: uno sfondo nero costante da cui emergono, illuminate, le opere esposte.

Giorgione: Ritratto di guerriero con scudiero detto “Gattamelata”
Giorgione: Ritratto di guerriero con scudiero
detto “Gattamelata”

Si comprende, dunque, cosa accade quando si scrive un poema di queste dimensioni, destinato a cambiare la letteratura italiana: i versi sono revisionati di continuo, limati in funzione delle cronache dell’epoca, attenti alla mitologia e alle opere letterarie che li hanno preceduti (meravigliosi sono i manoscritti miniati esposti, che ci aprono verso un mondo di dettaglio e cura che oggi, forse, non esiste più).

Non è necessario aver letto l’Orlando di recente, per chi lo avesse dimenticato tra le nebbie del liceo: il senso della mostra è quello di andare oltre la parola scritta e fingere, per una volta, di stare camminando sull’argentea luna insieme ad Astolfo o di essere folli nella foresta con Orlando – perché la letteratura non è solo rima e metrica, ma sa anche essere spazio e sogno, tempo e mito, e questo Ariosto ce lo ha insegnato più di chiunque altro.

Anonimo portoghese: Carta del Cantino
Anonimo portoghese: Carta del Cantino

La mostra sarà aperta fino all’8 gennaio; la visita guidata con audioguida dura poco meno di un’ora.

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