pier paolo pasolini

How are you, Pierut?”

Pasolini, di Abel Ferrara

L’ultimo film di Abel Ferrara, uscito nelle sale cinematografiche italiane il 25 settembre 2014, ripercorre gli ultimi giorni di vita del grandissimo Pier Paolo Pasolini.

La prima domanda da porsi è: perché è stato scelto un attore straniero per interpretare la parte di un grande personaggio italiano? Willelm Defoe, o Goblin, l’antagonista di Spiderman, è il nostro uomo. Al di là di quelle scene oniriche (un poco fuorvianti, poiché la vita dell’autore viene interrotta bruscamente per dare spazio a nuovi attori, a nuove vicende) in cui, a spezzoni, il doppiatore cita alcune delle frasi del romanzo Petrolio, incompiuto, le scene in cui il bel viso dell’autore occupa tutto lo schermo sono disarmanti. Disarmanti perché il doppiaggio è troppo evidente: le parole che gli spettatori sentono è palese che non escano dalla bocca di colui che vedono pronunciarle. Eppure, in modo alquanto incoerente, quando Pasolini è al ristorante con Pelosi si rivolge al cuoco e al ragazzo parlando in italiano (a quanto pare non c’è alcun doppiaggio). Perché Ferrara fa questa doppia scelta? Perché questo dualismo? Insomma, nonostante la (in)discussa somiglianza tra i due, sarebbe stato probabilmente più gradito (anche patriotticamente scrivendo) un interprete italiano poiché Defoe è alle prese con un personaggio dal quale è molto lontano: un personaggio che egli esegue, ma non comprende.

Mi è parso di leggere su diverse pagine del web che questo è “un film sbagliato pieno di cose meravigliose”. In effetti gli spezzoni, simili a dei flashback, sono di particolare interesse poiché, come scritto sopra, danno vita alle frasi del romanzo Petrolio rimasto incompiuto, e ad alcune parti del film sul Re Magio Epifanio che Pasolini avrebbe voluto girare con Eduardo nel ruolo del protagonista. L’interesse, però, è suscitato dall’importanza storica del romanzo e del film, non dall’interpretazione che ne ricava Ferrara.

Del romanzo Petrolio, Ferrara prende alcune pagine e le porta sullo schermo. Ma la scelta di quei due momenti all’interno della storia, seppure abbia senso, è distaccato. La famosa scena dei pompini nel Pratone della Casilina riprende in modo lampante l’omosessualità dell’autore; ma il momento, particolarmente confuso, nel salotto “nascosto” dove si parla di corruzione, di politica, di economia, di complotti, dove addirittura Ferrara inserisce una storia nella storia, è un tentativo di emulare le vere proiezioni pasoliniane o un peccato di vanità? Il racconto dell’aereo che precipita in Sudan è un omaggio al realismo o, anche, allo sperimentalismo di Pasolini? Qualsiasi sia la motivazione, il risultato è sempre lo stesso: confusione, una nuova inserzione grottesca.

Improvvisamente compaiono sullo schermo Scamarcio e Davoli che interpretano discutibilmente e rispettivamente l’angelo custode e il Re Magio Epifanio. Il fatto che quelle scene abbiano suscitato in me e in coloro che mi sedevano accanto delle piccole risate credo non sia stato appropriato e mi auguro non fosse il risultato che il regista desiderava ottenere. Davoli (Epifanio) è stato particolarmente attento al suo personaggio, tanto attento da strafare: il suo sguardo perennemente perso nel vuoto e pieno di meraviglia, a lungo andare ha perso completamente credibilità. Scamarcio ha parlato poco e ha strizzato troppo gli occhi: esprimere l’omosessualità di un uomo attraverso strane smorfie e occhiolini nei confronti di un altro uomo è fuori luogo, poiché diventa ridicolo e ludico un tema che tale non era (per Pasolini stesso) e non è. C’è da dire che, all’epoca in cui Pasolini aveva deciso di girare questo film con Eduardo De Filippo come protagonista, Ninetto Davoli era già presente nella sceneggiatura e avrebbe preso la parte dell’angelo custode. Suvvia, perché stravolgere i ruoli con un Davoli perso e con uno Scamarcio che di angelico non ha niente? Anche qui una scelta grottesca, appesantita dalla scena del baccanale del giorno della fertilità, nottata in cui gay e lesbiche si accoppiano senza alcun tipo di inibizione.

Il film non è completamente da scartare, per carità, ci sono delle scene che godono di un’ottima ripercussione sul pubblico e sono le scene della Roma notturna degli anni 70, divisa tra i fasci e gli antifasci, i prostituti (tra cui Pino Pelosi, il cui interprete è particolarmente somigliante alla realtà), la spiaggia di Ostia. Il vero problema di questo film, a parte le critiche sulle scelte cinematografiche, anche se quello che sto per scrivere ne è probabilmente conseguenza, è la freddezza, il modo distaccato con il quale vengono trattati gli ultimi giorni di vita di Pier Paolo Pasolini. Sicuramente questo è un film per chi qualcosa, direi anche un bel po’ di cose, sa sull’autore che vede raccontato. Pasolini, a fine film, esce fuori come un profeta, uno sciamano, sembra che nell’ultima intervista che egli concede a Furio Colombo per la Stampa (il giornalista è interpretato da Francesco Siciliano che, nella poca durata della sua parte, è stato perfetto) preveda la sua morte, preveda la sofferenza infinita dell’Universo intero: “siamo tutti in pericolo”.

In modo strano, poco dettagliato, con cautela, viene raccontata la morte di Pasolini. L’autore muore perché per mano di un gruppo di giovani ragazzi omofobi che gli danno del frocio e lo pestano a sangue. L’accompagnatore (il prostituto) Pino Pelosi, dopo l’aggressione, mette in moto la macchina e, per fuggire, investe il cadavere dell’autore. È nota l’inchiesta e la sentenza tramite la quale Pelosi viene identificato come uno degli aggressori, ma non l’unico. Insomma, mentre nelle inserzioni precedenti Ferrara affronta in modo così dettagliato (e confuso) i momenti, i personaggi, l’autore, arrivato alla morte, si attiene ad una sentenza, senza esprimere (come in precedenza) una propria chiave di lettura. Particolarmente toccante, emozionante e non troppo esagerata, è la reazione della madre di “Pierut” (in friulano Pierpaolo), Susanna, interpretata da Adriana Asti, quando scopre la morte del figlio, del secondo figlio. Le lacrime e i lamenti della donna escono dallo schermo e il dolore è sentito in ogni parte del corpo.

Abel Ferrara, insomma, ha fatto un grosso buco nell’acqua. Ma, diciamoci la verità, cosa potevamo aspettarci da un regista statunitense?

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