Il 29 gennaio l’ultima replica del RATTO DAL SERRAGLIO di Wolfgang Amadeus Mozart a Bologna

il ratto dal serraglio
“Il ratto dal serraglio”, foto di Daniele Carradori

Nichts ist so hässlich wie die Rache”: nulla è così odioso come la vendetta.

Con questa frase si apre il penultimo coro de Il ratto del serraglio (Die entführung aus dem serail, 1781), il singspiel in tre atti, sulle note delle musiche di Wolfgang Amadeus Mozart, più discusso del momento. Letteralmente, stiamo parlando di una recita cantata, un’opera che alterna parti recitate a parti cantate.

In scena al Teatro Comunale di Bologna, in una Piazza Verdi blindata, lo spettacolo è stato infatti al centro di molte critiche a causa della discussa messa in scena del regista Martin Kusej: antagonisti turchi nei panni di jihadisti, con tanto di kalashnikov e bandiera dell’Isis, e un finale diverso, stravolto.

Io, ad esempio, non ho gridato allo scandalo. Ho trovato una perfetta rappresentazione del mondo moderno. L’intera sceneggiatura pone, in questa nuova veste, l’accento su un argomento di estrema attualità: la differenza di trattamento delle donne tra occidente e oriente.

Il pascià Selim viene rappresentato come un amante cortese e gentile, che non cerca di imporre il proprio amore su Konstanze, mentre il combattente Osmin (rappresentato da un fantastico Mika Kares) pretende di sottomettere Blonde solo in quanto donna e quindi schiava obbligata a soddisfare tutti i desideri e bisogni del proprio uomo. Konstanze rifiuta il corteggiamento poiché desiderosa di rimanere fedele al suo amato Belmonte, che la cerca disperato nel deserto; Blonde invece, donna occidentale emancipata, si oppone alla ferocia di Osmin sia perché innamorata di Pedrillo, ma anche perché è convinta che nessuno possa dirle cosa fare, in quanto donna libera che mai si piegherà al volere di un uomo.

Ha poi suscitato estremo scalpore il finale voluto da Kusej, in netta contrapposizione con la messa in scena originale. Mentre si sentono ancora i canti dei quattro innamorati che ringraziano il pascià per averli liberati (scena con cui si conclude l’opera originale), le luci si spengono e poi si riaccendono mostrando il feroce Osmin che, in un atto di ribellione contro il padrone, getta le teste dei quattro ai suoi piedi.

Non sono l’unico ad aver apprezzato questo adattamento che nello spettacolo di debutto nel 2015 ad Aix-en-Provence venne tagliato a causa degli strascichi della strage di Charlie Hebdo. Avrei trovato inverosimile la sopravvivenza dei protagonisti e, anzi, questa scelta rispetta in pieno la mentalità del mondo in cui viviamo oggi, donando allo spettacolo il realismo e la credibilità che quest’opera non avrebbe avuto agli occhi dello spettatore moderno in versione originale.

“Nulla è così odioso come la vendetta” gridano le due coppie prima di andare incontro all’inaspettata decapitazione. È proprio questo finale ad indignare, per il verso giusto, la coscienza dello spettatore. In un’epoca in cui il teatro deve ritagliarsi il suo spazio tra infiniti mezzi d’intrattenimento, questi tentativi di modernizzazione servono anche a creare interesse. Succede troppo spesso che vengano tracciati come scandalosi solo perché non corrispondono a ciò che è politicamente corretto, o alla visione (falsa) di un mondo in cui tutto finisce bene.

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