Cantano live a Torino, la folla impazzisce per loro.

Giulia Pozzi

Red Hot Chili Peppers, live a Torino
Red Hot Chili Peppers, live a Torino

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

I Red Hot sono tornati, non c’è dubbio. E non lo dicono le cifre da record registrate ai botteghini e nemmeno l’esposizione mediatica di un gruppo che è sulla cresta dell’onda da ben trent’anni; lo dicono i palazzetti gremiti di un pubblico eterogeneo, di chi c’è da quando è uscito Blood Sugar Sex Magic e conta i suoi stessi anni e di chi invece è figlio del nuovo millennio, tutti a cantare ad una sola voce, ad un solo battito.

La band sale sul palco alle 21.15, dei tubolari appesi al soffitto – parte di una scenografia scarna ma funzionale alla potenza esplosiva del gruppo – vibrano di colore a ritmo dei riff di Josh Klinghoffer, che alla chitarra fa il suo senza troppi complimenti, sebbene la mancanza di una vis creativa come quella di Frusciante la percepiscono i nostalgici e pure le linee melodiche della band, purtroppo carenti di dinamismo. Ma poco importa, Anthony calpesta la scena e la platea esplode in una Can’t Stop adrenalinica e catartica: è iniziato il live più atteso della stagione, e si sente.

La scaletta è coerentemente costruita, confonde senza soluzione di continuità pezzi novelli, tratti da The Getaway, undicesimo e ultimo album in studio registrato dal gruppo e uscito lo scorso Giugno, melodie imprescindibili come quelle di Scar Tissue e Californication e vere chicche da profondi conoscitori di ogni tappa della loro scalata al successo, come una struggente I Could Have Lied che ha fatto consumare Bic a più della metà del palazzetto. Una scaletta tirata a lucido da un’insolita salute vocale di Kiedis e dalla straripante esuberanza di Flea, come sempre impeccabile con l’entropia del suo basso.

Sul finale Chad ci delizia con un solo energico e animalesco, a cui si attacca la neonata Goodbye Angels. E’ tempo dei saluti: Give it away galoppa infiammando la folla che grida, canta, scalpita, che dice che è stato bello anche se è durato (troppo) poco. I Red Hot Chili Peppers si confermano come una band che stringe in tasca l’affetto dei fan e non lo sperpera mai: la parzialità di giudizio non trova terreno fecondo su cui innestarsi, quando suonano i Peppers si ritorna inquieti e sbrigliati come adolescenti alla prima acne. E a loro tutto si perdona, anche un’ora e quaranta di show, per un totale di 16 brani e una luccicante cover dei Funkadelic, anche un album zoppicante come è The Getaway che nulla può per domare l’aderenza emotiva di BSSM e By The way. Sì, perché – come urlato ai microfoni da Chad Smith a fine show: “We are crazy”. Grazie a voi, Peppers.


SETLIST                                                                            BIS:

“Intro Jam”                                                                      “Chad & Josh Jam”

“Can’t stop”                                                                      “Goodbye angels”

“Dani California”                                                            “Give it away”

“Scar tissue”

“Dark necessities”

“Hard to concentrate”

“Nobody weird like me”

“Sick love”

“Tell me baby”

“Go robot”

“Californication”

“What is soul?” (Funkadelic)

“Detroit”

“The power of equality”

“I could have lied”

“By the way”

 

 

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