Ricordi: ancora due mesi

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Non è un necrologio ma quasi. Dopo la Feltrinelli International, sostituita dai zavagli simil-Ikea di Tiger e la libreria IBS di via Rizzoli (che dopo essere stata rimpiazzata da un negozio di vestiti si è trasferita in Piazza dei Martiri), il centro di Bologna perde un altro dei suoi luoghi simbolo più conosciuti e frequentati. Aperto dal 1972, il negozio Ricordi in via Ugo Bassi cesserà definitivamente la propria attività il 29 maggio, a causa di un affitto insostenibile. La maggior parte dei dischi, DVD e CD dovrebbero essere trasferiti in un piccolo spazio nella Feltrinelli di via dei Mille, mentre i dipendenti saranno reintegrati in altri punti vendita a Bologna e in regione. Al suo posto aprirà il negozio di abbigliamento (ancora!) Stradivarius, di proprietà del gruppo Inditex, lo stesso che controlla Zara, Massimo Dutti, Pull&Bear.

Da qualche tempo, camminando per le strade della città ci sembra di percepire come un’incrinatura, un cedimento diffuso in quel modello di convivenza sociale basato tra apertura all’altro e tradizioni locali che è il vivere bolognese. Non siamo nostalgici passatisti. Sappiamo bene che la bolognesità è moribonda da almeno trent’anni e che è intrisa di un’insopportabile retorica, ma ci chiediamo perché, ad esempio, non si sia mai pensato di difendere quel che ne rimane, regolando in maniera coerente le destinazioni d’uso degli immobili e tutelando gli esercizi storici, o perché i portici siano così sporchi e in tutta la città non vi sia un singolo fiore.

Siamo da sempre un luogo di passaggio e di contaminazioni, ma non si può cambiare davvero se si cambia continuamente. La città deve conservare e ribadire la propria identità, o meglio, i suoi buoni esempi, rivitalizzandoli attraverso il confronto con l’altro. Altrimenti cosa insegneremo alle decine di migliaia di studenti fuorisede che arrivano ogni anno, ai nuovi cittadini di altri paesi? Quale arricchimento potranno trovare in questa corsa verso l’appiattimento? Chi si ricorda oggi di Nannucci, primo e più importante negozio di musica in Italia, delle librerie Cappelli e Rizzoli, delle cappellerie e della palazzina Majani? Eppure quei luoghi, quasi inalterati, sono ancora sotto gli occhi di tutti. Abbiamo riempito le vetrine di mortadelle e ci siamo dimenticati tutto il resto. Guardiamo tanto, ma specialmente in una città come Bologna, di una bellezza discreta, celata, abbiamo disimparato ad osservare.

È fisiologico che una città evolva, non lo è che ne venga stravolto l’assetto urbanistico e di conseguenza sfibrato il tessuto commerciale e culturale. D’accordo, diranno molti, non ha chiuso Atti, la bottega di un liutaio o una libreria indipendente, ma Ricordi, oltre a essere davvero, come definito da La Repubblica, “l’ultimo grande negozio di dischi generalista”, era anche un consolidato punto di incontro per i cittadini, come lo sono il Nettuno o la Piazza della Mercanzia. Si aspettava e intanto si entrava a dare un’occhiata, consapevoli che si sarebbe trovato comunque qualcosa di interessante.

Dopo maggio, dove andranno i bolognesi a comprare i dischi?

Ci vengono in mente solo SEMM in via Oberdan e il Disco D’Oro in via Galliera, forse Bongiovanni sempre in via Ugo Bassi. Due soli negozi di dischi in un’intera città. Il problema non è tanto che non ce ne siano altri (sappiamo che ci sono), il problema è che dobbiamo andare su internet per ricordarci come si chiamano.

Se ci pensate è spaventoso.

Questa estate, quando passeremo davanti all’ultimo modello di gonna abbozzando un “ti ricordi di…”, non basterà a consolarci un modesto gioco di parole.