Roberto Saviano: “Il potere delle parole”

Roberto Saviano incontra gli studenti dell’Alma Mater Studiorum per presentare il suo nuovo libro “La paranza dei bambini”.

Angela Curina

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Roberto Saviano nell’Aula Magna di Santa Lucia, foto di Angela Curina

È il 6 dicembre e l’Aula Magna di Santa Lucia è satura di studenti e professori, in attesa di ascoltare lo scrittore e giornalista Roberto Saviano. Lo stesso Saviano per il quale abbiamo dovuto subire controlli su controlli, aspettare, con il freddo di dicembre, in coda fuori all’ufficio didattico per ricevere un unico nominale biglietto d’ingresso. L’incontro viene intitolato Il racconto del reale. La narrazione del potere tra il web e la strada. Il suo nuovo libro, La paranza dei bambini, dà il via alla chiacchierata.

“Ci stiamo dando tempo, vi siete presi del tempo, vi state dando del tempo per approfondire, capire, riflettere.” I bambini di cui racconta vivono nei centri urbani napoletani, ragazzini che non credono possa esistere un futuro: non esiste impegno né obiettivo da perseguire. Non temono nulla essi, nemmeno la morte. Preferiscono avere vita breve perché “se arrivi a trent’anni sei un perdente, non hai avuto il coraggio di prenderti quello che volevi subito. I loro genitori non sono criminali, ma piccoli borghesi, a volte professori, lavoratori di cantiere, gente che lotta per un mutuo: loro li considerano dei perdenti, perché non hanno fatto cash, perché non se la godono, perché sono invecchiati.”

I soldi sono il potere, e il potere ce l’ha chi se lo prende, chi è più forte.

“La paranza è, nel gergo camorrista, un gruppo di fuoco legato alla Camorra. È un termine che arriva dal mare, dalle barche che ingannano i pesci con la luce: dalla stessa luce, quella del fulgore del potere, quella dello sfavillio del denaro, vengono pescati i ragazzini per strada. Giocare la vita per avere cash, subito. Su questo, la comunicazione può rimanere in superficie, o può decidere di andare in profondità e capire. C’è troppo da dire, troppo accade: ma tutto passa velocemente, tutto dura pochissimo. Mi piace citare un’espressione catalana che dice che quando c’è un’inondazione, l’unica cosa che manca è l’acqua, acqua potabile. Così è l’informazione oggi: a meno che non siate voi a scegliere il vostro palinsesto, a conservare una storia, a dare voi il tempo a quell’informazione. Questo genera l’avere opinioni superficiali e veloci. E io mi sono accorto di questo studiando questi ragazzini. L’unica cosa che conta davvero è il cash, il denaro. L’idea che il denaro se non te lo prendi, nessuno te lo darà mai, dunque l’impegno è inutile.

Lessi, alcuni anni fa, tra varie scartoffie, un documento in cui si parlava del tempo di un click: il collegamento è tanto immediato quanto inquietante. Il tempo di un click è quello che impieghiamo davanti a un computer per navigare da una pagina all’altra, con un semplice click sul tasto del mouse. Questo meccanismo prevede velocità, rapidità, è fulmineo. L’attesa, seppur di qualche secondo, è interminabile, infastidisce al punto da provare quasi un senso di rabbia. Queste dinamiche, tanta è la tecnologia nelle nostre vite e tanto è il tempo che spendiamo al suo cospetto, entrano visceralmente in noi: non accettiamo più attese.

Vince il più spietato, il più ricco, il più potente. Il loro modello è Briatore, un altro è Dan Bilzerian, che ha vinto 100 milioni a poker e dice di voler morire di donne, feste, vacanze, yacht, armi. È uno che incuriosisce, affascina. Ma soprattutto non fa sentire in colpa, non fa sentire minore. L’haters aggredisce soprattutto la figura che si espone per qualche talento, per un senso di colpa in cui si pensa che se non sono andato avanti significa che non ho talento, che sono minore, inizio a stare male e allora do contro. Figure come Dan Bilzerian, i Rich Kids suscitano grande simpatia perché non dicono di migliorare, non fanno entrare in crisi. Trump è piaciuto per il suo metodo di comunicazione, perché è sembrato autentico, venendo meno agli schemi e ai canoni del politicamente corretto. Viene visto come onesto, come qualcuno che dice quello che c’è, non lo tiene nascosto. In molti mi dicono: Ma il grande conforto è conoscere, non negare.

Mi vengono in mente le parole di Ernesto Rossi e Gaetano Salvemini: Non fanno riferimento a concetti democratici, al fatto che si ritorni al voto: intuiscono che il fascismo stava finendo dal modo in cui si relazionavano le persone, perché non volevano offendere l’altro. Io rispondo che la parola è già azione che trasforma chi ascolta. L’azione non è solo immediata, è molto di più, chissà quando quella parola diventerà un’azione. Quando leggete una storia, quando la conservate, state cambiato tutto. Con la vostra scelta. Dai libri non si torna più indietro. Cito in questa riflessione un ragazzo ammazzato a 19 anni, un camorrista, Emanuele Sibillo. Quella storia, di chi sceglie di morire perso per fare soldi, è una storia che le parole hanno sempre sfiorato, il dibattito politico ha sempre ignorato. I temi sono sempre su altro, su qualcosa di molto generico. Questi temi non sono mai toccati perché non c’è competenza né conoscenza.”

Viene proiettato un video in sala è una sequenza di fotografie messe insieme dagli amici di Emanuele alla sua morte.

“Le prime note di “è per te” di Eros Ramazzotti sui primi secondi di fotogrammi. Eros Ramazzotti, a me, ricorda l’infanzia in macchina con la radio accesa, i “perché” domandati ai miei genitori dalle cui risposte mi sembrava di aver compreso il mondo. Nel video, foto di Emanuele da bambino, foto di gruppo, con la fidanzata, schiamazzi di spezzoni di altri brevi filmati. E il contrasto fa rabbrividire: due infanzie, due adolescenze. Una, la mia e quella di tutti i presenti, in cui s’è scelta la vita. L’altra, di Emanuele, in cui vince la morte. Guardando questo video ho sempre pensato che se avessimo avuto la possibilità di scrivere, li avremmo salvati. Avremmo salvato questi ragazzini di youtube. Quando vedo loro penso quanto sono i ragazzi di paranza e quanto è invece il capitalismo contemporaneo. Lo slogan della campagna di Trump è stato: vivi facendo soldi, muori cercando di farli. È uno slogan da paranza, significa esattamente quello che fanno loro.

Voi che vi siete dati il tempo di studiare, di ricercare, potete cambiare le cose. Cosa significa? Potete iniziare a credere nella cosa più interessante ed erotica che c’è: la complessità. Smettere di essere banali. Quando decidi di affrontare e difendere una storia stai già cambiando tutto. Se si arriva ai lettori, si mette paura. Le migliaia di lettori che si interessano a una storia incominciano a cambiare e a scrivere e a informarsi e a chiedere. La speranza, in mezzo all’inferno, è che un libro è stato scritto, che l’uomo può raccontare, che le cose vengono declamate, dette, dichiarate. E soprattutto, io non sono cambiato, non sono diventato una bestia. Poi cita Falcone, le vessazioni e le umiliazioni che ha subito, quando aveva tutti contro, quando, spezzato, in un’intervista a Corrado Augias, sostiene che “per essere credibili bisogna essere ammazzati in questo paese”.

Al nome di Falcone, penso a Palermo, alla chiesa di San Domenico. Penso ad ottobre e a quella sera in cui mi trovavo in quella piazza e al momento in cui, con tremore, mi hanno detto: “lì dentro c’è la tomba di Falcone”. Un silenzio solenne nell’entrare, un rispetto muto, una preghiera laica, in nome della giustizia. Chi mi costringe a vivere in questo modo è convinto che io non riesco più a guardare negli occhi le persone con cui voglio parlare: io riesco a guardare ancora negli occhi.

C’è una poetessa immensa perché se anche non hai mai letto una pagina di poesia in vita tua, c’entri dentro. È un miracolo la sua poesia. C’è un verso, che quando cito, mi ci riconosco. E li ti senti la potenza, l’esplosivo della poesia. “Ascolta come mi batte il tuo cuore”: un verso semplicissimo, eppure c’è tutto, i due cuori, la dinamica. Quello è l’amore: per la vita, per le cose, per qualcuno. Quando pensi: , è lì la vittoria dell’autore, quando leggi e trovi un senso di furto: è la prova che quella poesia è umana, che è universale. Ci accorgiamo del peso specifico di una persona quando la perdiamo. Lì capisci quel valore, prima non ci avevi pensato. La pagina, la potenza della letteratura dà il potere di intuire il valore delle cose un attimo prima di perderle. Quelle pagine salvano la vita, perché permettono di percepire il valore senza dovere arrivare alla perdita.”

Sulla fine, una riflessione sulla bellezza. “La bellezza è l’eros, è un discorso morale di carne di orgasmi di vita. Solo così si disinnesca il cortocircuito che sta avvenendo. Se pensiamo che la bellezza sia solo una, abbiamo perso la complessità. Alla mia età, la cosa bella è che il viso, il corpo, diventa come un sudario che prende la forma dell’anima che sta sotto. Tutto quello che c’è, tutto diventa quello che sei: io mi guardo allo specchio e mi somiglio, somiglio a quello che sono.

E chiude così, con la poesia di una poetessa bulgara, Blaga Dimitrova. Poetessa dissidente sopravvissuta a tante persecuzioni dal regime sovietico bulgaro: “Nessuna paura di essere calpestata. Calpestata, l’erba, diventa sentiero”. Ogni scelta porta ad una responsabilità, ma una scelta, la più dura, anche se non viene riconosciuta, vale, esiste. Quel potere delle parole di cui parla non sta solo nei libri, non sta solo nei lettori. Sta anche negli incontri fortuiti, nelle persone che le declamano, nelle possibilità date dall’ascolto: e le sue parole, oggi, non hanno cambiato il mondo; ma la strada verso casa, la finestra da cui m’affaccio, hanno quasi una forma diversa. La luce che attira i ragazzi della paranza è sfavillante; questa, d’un pomeriggio d’inverno, è tenue. Eppure è densa della voce ascoltata, delle parole narrate, cantate quasi come un inno alla vita: e forse, chissà quando, diverranno azione.

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