Premessa.
L’automazione, i robot e il mercato del lavoro sono argomenti che si mischiano e s’intersecano nel dibattito d’attualità in maniera un po’ confusa, tendente alla mischia. Ad esempio se ne può parlare nei discorsi da bar, in economia e negli ambiti ingegneristico-tecnologici specifici. Quel che mi pare certo, è che in ognuno di questi “ambienti” è presente una larga inconsapevolezza; non parlo di ignoranza, sia chiaro, ma di una specie di subdolo tabù culturale, che blocca una esplorazione – e quindi una conoscenza – approfondita di un fenomeno che ancora è nebbioso, e la cui analisi può essere anti-intuitiva e portare a conclusioni apparentemente strambe.
Per questo motivo scrivo questo altrettanto strambo articolo molto volentieri su BBU, una realtà editoriale fatta da e per studenti, per tentare di criccare questo tabù. E vorrei farlo andando oltre il connubio standard “automazione ↔ robot ↔ lavoro ↔ occupazione/disoccupazione”, fantasticando un po’ sul futuro.

Il collegamento tra l’avanzamento tecnologico e le relative conseguenze sul tasso di occupazione nel mondo del lavoro è un argomento che suscita notevole interesse e varie opinioni, più o meno azzeccate. Pare che per molti venga naturale e intuitivo pensare l’automazione – che per sua natura sostituisce attraverso la macchina particolari compiti che venivano svolti dall’uomo – come un fattore che incrementi la disoccupazione: in parole povere, la macchina toglie il lavoro all’uomo. Ciò è facilmente confutabile, in quanto basta considerare che i paesi più industrializzati (e automatizzati) al mondo sono gli stessi che presentano una disoccupazione a livelli più bassi. E quindi, subito qualcuno chiosa: «l’automazione non toglie lavoro, anzi lo crea!», ma anche questa affermazione non va considerata totalmente vera. Ciò che la tecnologia, in pratica, sta causando al mercato del lavoro è una sorta di processo di redistribuzione dell’occupazione, secondo un paradigma diverso da quello classico derivante dalla rivoluzione industriale.

Un esempio: l’introduzione di un semplice robot che assiste i movimenti dell’arto di un paziente che deve intraprendere una fase riabilitativa, suscita la protesta del fisioterapista che ovviamente vede svalutata la propria posizione lavorativa, che è manuale e molto ben retribuita, in virtù di una macchina che fa il suo lavoro in maniera instancabile e decisamente meno costosa. In generale però non si presenterà una perdita di occupazione, perché l’introduzione di tali robot su larga scala permetterà un abbassamento complessivo dei costi dei centri di riabilitazione, provocandone una diffusione e una partecipazione maggiore da parte degli utenti, con il fisioterapista che, pur svolgendo un compito di supervisione e su un gruppo di pazienti contemporaneamente, avrà comunque il suo posto di lavoro in quanto la domanda sarà maggiore.  Rimane tuttavia da considerare che un processo come quello illustrato resti comunque non immediato e non indolore dato che, nel breve periodo, il singolo operatore giudicherà inevitabilmente a rischio la propria posizione lavorativa, a causa di una nuova riorganizzazione.

Quindi possiamo capire che le analisi degli effetti dell’automazione sul mercato del lavoro e sulla società non sono sempre intuitive e alla mano, anche perché spesso ci si trova davanti a situazioni fuorvianti che rispecchiano momenti transitori di una più ampia fase di riassestamento.

Premesso tutto ciò, risulta ora molto interessante (e divertente), quindi, andare a immaginare quale potrebbe essere lo scenario di un futuro al limite – ma tutt’altro che impensabile – dove automazione e robot, evoluti a livelli “massimi” rispetto ad oggi, dominino il mondo del lavoro andando a sostituire completamente l’uomo. Affinché ciò possa accadere, deve innanzi tutto verificarsi una sorta di evoluzione tecnologica esplosiva (della quale già oggi sarebbero evidenti alcuni caratteri primordiali) che permetta lo sviluppo di macchine (robot) capaci di assimilare conoscenze ed effettuare lavori differenziati in maniera efficiente e simile a come avviene nell’uomo. Le scintille da cui dovrebbe scaturire questa esplosione potrebbero essere molteplici, e il momento in cui ciò accadrà (se accadrà) non è assolutamente chiaro e predicibile. Ma questo non ci toglie la possibilità di immaginare scenari venturi.

Passando ai fatti, cosa potrebbe accadere veramente? C’è da pensare che in primo luogo un avanzamento tecnologico di tale entità porterebbe a un miglioramento disarmante delle condizioni di vita dell’uomo, ma allo stesso tempo introdurrebbe anche una nuovo dirompente disegno socio-economico, capitanato dal rimpiazzamento della forza lavoro da parte delle macchine. Pensando al nostro presente, l’enorme diversità e la larga scala della domanda di beni e servizi pare insaziabile, di conseguenza la richiesta di lavoro non accenna a diminuire sostanzialmente, immersa in un circolo autorigenerante. Ma in un domani dominato da robot capaci di sostituire totalmente le capacità produttive dell’uomo, continuerebbe a sopravvivere tale meccanismo così come lo conosciamo?

Facciamo una prova, e seguiamo il ragionamento. Immaginiamo un’ipotetica società futura nella quale ognuno possiede il proprio robot personale, che manda ogni giorno regolarmente a lavorare al proprio posto. Primo punto: sicuramente avremmo un’enormità di tempo libero che potremmo impiegare in attività nuove, o che nella società “pre-meccanizzata” venivano trascurate, e in questo campo gli scenari potrebbero essere praticamente infiniti e meriterebbero una discussione a parte, che evitiamo. Seconda osservazione: il valore economico – pensateci – dei nostri corpi (intesi come forza lavoro sia fisica che mentale) declinerebbe del tutto, perché non sarebbe più un capitale spendibile per la produzione di beni di valore, che verrebbero per l’appunto prodotti interamente dalle macchine. In questo scenario un nuovo capitale intrinseco all’uomo potrebbe emergere e acquistare valore: quello delle “mere” preferenze personali. Già oggi compagnie che lavorano nel mondo di internet, monitorano e raccolgono informazioni riguardo ai nostri gusti e alle nostre preferenze. Nello scenario del nostro presente, è possibile che alcuni ancora non si rendano conto pienamente del valore delle proprie preferenze personali, tuttavia i profitti delle aziende che le raccolgono su larga scala ne esplicano il peso economico. Così, in una futura società economica basata sulla robotica, il valore spendibile dell’uomo potrebbe non essere più basato sul proprio corpo, bensì sulle sue personali preferenze che rimarrebbero come elemento centrale e dominante. In questa visione, aziende che lavorano nell’internet giocherebbero un ruolo fondamentale, ricompensando gli individui per il valore delle informazioni che ognuno sarebbe disposto a fornire su se stesso, in un nuovo incredibile ma possibile paradigma socio-economico robotizzato.

Ma, affinché un contesto così estremo sia realmente concepibile, c’è bisogno di un avanzamento tecnologico dal quale siamo ancora ben lontani. Bisogna comunque osservare che il solco che stiamo segnando sembra portare in una direzione che non esclude scenari come quelli sopra ipotizzati e/o fantasticati. Sicuramente, c’è da capire che l’automazione è un fenomeno tecnologico che si sta imponendo come base radicale della società moderna, e non si presta a facili analisi e osservazioni a breve termine. In ultima istanza, banalmente, tutto può essere: divertiamoci quindi a vedere – e immaginare – dov’è che stiamo andando.

Roberto Meattini

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