Bologna Blog University era in Piazza Maggiore. Si è trattato di una decisione nata dalla necessità di fare le cose in maniera diversa. Necessario era, cioè, che chiunque si fosse interessato ai fatti che si verificavano in quelle ore, avrebbe potuto scoprire, tra le solite campane delle quali è plausibile dubitare, una che avesse un suono più chiaro, distinto. Il maggiore dei problemi è stato quello di assistere in veste di rappresentanti imparziali dell’informazione. Nel tragitto ripetuto più volte da Piazza Maggiore a Piazza di Porta Mascarella, il concetto di imparzialità si è rivelato pericolosamente instabile. Nel teatro di Domenica otto novembre, “imparzialità” prevedeva di astrarre le proprie convinzioni con il rischio di risultare moralisti, buonisti, giustizialisti e una sequela di -isti che nemmeno ve la immaginate. La verità è che tra i manifestanti c’erano i nostri colleghi universitari, ma anche figure piuttosto losche che difficilmente avremmo invitato a un pranzo in famiglia. La verità è che in Piazza Maggiore c’erano braccia destre tese davanti al monumento dei caduti della Resistenza, ma anche giovani famiglie con figli a seguito, che tutto hanno fatto, meno che inneggiare al fascismo.

È lecito pensare che se non ci fosse stato un controllo ad opera della polizia, lo scenario avrebbe assunto un altro genere di contorno. È altrettanto lecito pensare che se, su quel ponte così lontano e così vicino al cuore della città, un poliziotto si sia lasciato sfuggire che “Oggi non c’è libertà di espressione”, lo scenario abbia attualmente contorni ben più oscuri di quanto si creda.

Dunque cosa fare? Il quantitativo di informazioni massive era uno scoglio notevole e, si sa, quando il pensiero perde i nessi logici, è il sentimento a farla da padrone.

La mente fredda dei giorni seguenti, ha permesso di fare più di un passo indietro e osservare la situazione nel suo insieme. Solo in questi giorni, ci siamo convinti a non parlare dei citati Renzi, Alfano e compagnia. Men che meno del più che sufficientemente famoso Matteo Salvini. Ma qualcosa andava detto. Perciò, ho pensato di analizzare il concetto sul quale si erge uno degli aspetti che compongono la parte oscura e ideologica del comizio di Piazza Maggiore, che aveva trovato residenza negli sguardi di chi ha offeso e minacciato chiunque desse adito a pensare di non trovarsi sulla stessa barca cognitivo-comportamentale.

Xenofobia a Bologna, e dappertutto, significa avversione per ciò che non appartiene alla propria cultura o etnia. Ritenere che la xenofobia alberghi a Bologna, implica credere che la città stessa viva nel terrore. E i vari Taj Mahal, Taj Mahal 3, King Kebab, e così via, dovrebbero chiudere, abbandonati dalla clientela reticente dal cibarsi di qualcosa di così esotico. Dovrebbero essere allontanati i pusher di Piazza Verdi, o i venditori ambulanti che, oltre ad essere fastidiosi, sono anche colorati e spesso parlano una lingua che non appartiene alla massa. Si dovrebbero perseguitare anche i ragazzi di Piazza Grande, o lasciare all’aria le famiglie che rimangono alle porte del sistema di previdenza sociale.

Tutto questo, e molto altro, nel silenzio collettivo, dovrebbe essere l’ordine del giorno a Bologna.

Accade, però, che qualcuno a Bologna talvolta agisca sul proprio pensiero e scopra che la parola xenofobia non abbia una dimensione intensiva sufficientemente ampia per carpire la reale portata del problema del nostro tempo. Dunque se è vero che la xenofobia non è di casa a Bologna, almeno secondo i dati di mercato (Piazza Verdi non è esclusa), è altrettanto vero che qualcuno, anche a Bologna, abbia permesso alla xenofobia di nidificare nelle proprie intime cogitazioni. Pur chiedendo ragioni è plausibile che non si riesca a trovare alcun grimaldello per decidere se sia o meno legittimo nutrire un sentimento del genere. Ciò apre a una considerazione: la realtà si comporta in maniera diversa rispetto alla componente xenofoba del pensiero, se la prima corre veloce come una passeggiata multietnica sotto i portici di via San Vitale, l’altra non nasconde la propria andatura caracollante, quando non è completamente anchilosata.

Quando parliamo di mondo veloce, di prospettive in mutamento, di villaggi globali, di Bologna “meticcia”, ci fregiamo di avere le idee più rapide e chiare del migliore degli xenofobi. A questa considerazione di sé, sarebbe opportuno che seguissero attività consone a dimostrare inequivocabilmente che il nostro avversario sia in effetti l’ultimo baluardo xenofobo nel nostro pensiero, non quello nel pensiero degli altri. In questo senso, nella didascalia che accompagna il video-reportage di Saverio Tommasi, l’autore ha evidenziato che la vera potenza delle contromanifesazioni sta nella fantasia e nell’allegria. Scelgo deliberatamente di cedere a facili sentimentalismi perché credo che, proprio nel processo creativo-metabolico della realtà, si possano scovare le mosse per il reale cambiamento, quello naturale, quello che non ha bisogno di slogan o di piazze gremite da esclusivisti o elitari per attuarsi.

(Potete trovare il video-reportage di Saverio Tommasi cliccando qui)

Sono passati ormai tre giorni dall’otto novembre. In questi tre giorni Bologna si è ripresa Bologna e, apparentemente, il problema sembra risolto. Eppure, a oggi, non è un nuovo sole che ci scalda, le biciclette rubate non sono state restituite, gli stupefacenti sono ancora sotto il controllo della malavita e qualcuno, stanotte, non dormirà al caldo, tra quattro mura. Qualcosa è successo, indubbiamente, ma non nei modi nei quali sarebbe dovuto accadere.

Il mondo classico, nella figura di Platone scrittore della Repubblica, al netto delle critiche mosse nel corso dei secoli, suggeriva che la vita politica avesse origine nell’animo dell’uomo e che questo avrebbe dovuto trovare le mosse delle proprie idee di ordine e uguaglianza proprio lì dove sono originati i sentimenti di amore e rispetto per la conoscenza che sta tra il sé e la realtà. Ora, un po’ come Bologna Blog University, vi inviterei a fare un passo all’insù e osservare la situazione dall’alto. Ben più in alto delle più alte grida su Ponte Stalingrado, ben più in alto del fumo verde tra i palazzi di Piazza Maggiore.

E, quando sarete lì, pensate senza ritegno.

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