Accompagnato dalla Wedding and Funeral Orchestra, il maestro, compositore e polistrumentista Goran Bregović arriva a Bologna e conquista il pubblico del Teatro Manzoni

 

 

 

 

A scaldare la platea e le tribune del Manzoni stracolme di gente ci pensano i 19 elementi che compongono la Wedding and Funeral Orchestra, l’ensemble che accompagna il maestro nella nuova tournée nei teatri ispirata all’ultimo lavoro in studio, Three Letters from Sarajevo, uscito lo scorso ottobre e che vanta al suo interno voci del calibro di Bebe, Riff Cohen, Rachid Taha e Asaf Avidan.
Dopo un’iniziale parata dei vari elementi, tra voci maschili, archi, fiati e un duo di coriste bulgare in abiti tradizionali, subito dopo l’entrata in scena della seconda voce appare Goran Bregović, in un elegantissimo abito bianco, quasi a voler rispecchiare la pacifica unione e coesistenza degli stili he di lì a poco avrebbe mescolato sul palco del teatro Manzoni.
La colonna sonora del film francese Reine Margot, scritta dallo stesso Bregović nel 1994, apre il concerto vero e proprio, che prosegue con un brano scritto per Kusturica. Da lì a poco la vera essenza dello spettacolo si materializza: ecco che il compositore avvia una personale riflessione e un confronto tra la commistione di stili che caratterizza la sua produzione e il mancato dialogo tra religioni e in politica ai nostri giorni. Ed è proprio da questo spunto che la triade che caratterizza il nuovo progetto discografico prende vita, partendo dalla storia della nativa Sarajevo e dalle sue tante credenze e fedi, dalle mille identità e dai suoi complessi paradossi.
Si parte con i brani, esattamente da Lettera Cristiana, per poi proseguire con altri, tra cui Lettera Musulmana e Lettera Ebraica, a cui fanno da ancelle gli altri vari pezzi che compongono il disco, in una continua e vorticosa danza di archi e voci, fiati e percussioni.
Nel dipanarsi del concerto, non possono mancare brani dei vecchi album come Champagne for Gypsies e i precedenti. Il coinvolgimento del pubblico c’è sin dal primo istante, tanto le tribune quanto la platea si fanno sentire.
Dopo varie battute e dialoghi con quello stesso pubblico, il concerto sembra avviarsi verso la fine. E invece no, quello stesso pubblico rivuole ancora tutti gli elementi al loro posto sul palco.
L’encore è infatti segnato da Kalashnikov, uno dei cavalli di battaglia del suo repertorio, va avanti con l’immancabile versione di Bella Ciao e continua per quasi mezz’ora, costringendo il pubblico ad alzarsi dalle poltrone e ballare sulle note dei brani che si snocciolano di seguito uno dopo l’altro.

 

 

 

 

 

 

Quello che Bregović regala al teatro Manzoni è un concerto dei suoi, cioè come pochi, nel quale riversa il suo stile che si colloca tra il personale, il particolare e l’universale, in grado di parlare al tempo stesso a pochi e a tutti. Musicista tradizionale, compositore o rock star che lo si voglia definire, Goran Bregović ha saputo combinare e dosare artisticamente alla perfezione tutto il background culturale e musicale in cui è nato e cresciuto, dal sound balcanico agli echi di canti arabi e orientali. Lui stesso ha affermato: «Io sono di Sarajevo, sono nato su una frontiera: l’unica dove si incontravano ortodossi, cattolici, ebrei e musulmani. Mio papà è cattolico, mia mamma è ortodossa, mia moglie è musulmana. E mi sento anche un po’ gitano, forse perché per mio padre, colonnello dell’ esercito, era inaccettabile che facessi il musicista, un mestiere “da gitano”».
Tutto questo universo viene portato ovunque in giro per il mondo, facendo dello stesso Bregović un ambasciatore di messaggi importanti quanto estremamente attuali, veicolati con quel suo modo di essere e trasmettere che è in assoluto folle e senza paragoni.

Dopotutto, come dice lui stesso, chi non diventa pazzo non è normale. 

 

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