MIGLIOR ATTRICE PROTAGONISTA

LISTA DEI CANDIDATI

  • Brie Larson per Room
  • Saoirse Ronan per Brooklyn
  • Charlotte Rampling per 45 years
  • Cate Blanchett per Carol
  • Jennifer Lawrence per Joy

 

ROOM

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Room è la storia di un rapimento. Un giorno, la diciassettenne Joy viene sequestrata da uno sconosciuto e costretta a vivere nel capanno del suo giardino per sette anni, senza poter mai uscire. L’unica apertura è una finestra sul tetto. Una volta alla settimana, un uomo, che Joy chiama “vecchio Nick”, le porta i cosiddetti “regali della domenica”, cibo, medicine e vestiti. Durante queste visite “vecchio Nick” approfitta sessualmente di lei, che intimorita non oppone resistenza. Da uno di questi rapporti, dopo due anni, nascerà una bambina, Jack. Joy la educa sola, facendole credere che la stanza, o meglio “la Stanza”, sia tutto il mondo. Le due riusciranno a scappare, ma per la protagonista si profila una nuova sfida: insegnare a Jack come rapportarsi con la nuova, sconfinata realtà che la circonda senza esserne sopraffatta. Joy è interpretata dall’attrice e cantante statunitense Brianne Sidonie Desaulniers, nome d’arte Brie Larson, al suo primo ruolo in un film di rilievo internazionale. L’esile corporatura dell’attrice si adatta perfettamente al personaggio della madre, una donna fragile, sia mentalmente che fisicamente, logorata dalla prigionia, che tuttavia non si rassegna alla sua condizione. La Larson è molto abile nell’estrinsecare questa dualità e fare in modo che lo spettatore vi si immedesimi. Le espressioni del viso trasmettono un’uniforme frustrazione, una malinconia persistente, in cui i sorrisi sono nient’altro che lampi, per quanto luminosissimi, di una gioia passeggera. Vi si legge l’irrealizzato di un potenziale positivo, il “potrebbe ma” che difetta di volontà. I sentimenti esplodono davvero, e con essi la bravura dell’attrice, solo nei momenti di svolta della trama, ad esempio nell’abbraccio tra madre e figlia dopo la fuga. L’intesa con Jacob Trembley nei panni di Jack è straordinaria, come del resto la performance di quest’ultima. In definitiva, Brie Larson è eccellente nel mettere a nudo l’intenso ventaglio dei sentimenti materni, ma la qualità del suo lavoro rimane sottotraccia, stemperandosi poco a poco.
Questa parte le è già valsa numerosi premi, tra cui un Golden Globe. Vedremo se otterrà anche l’ambita statuetta.

BROOKLYN

Emory Cohen as "Tony" and Saoirse Ronan as "Eilis" in BROOKLYN. Photo courtesy of Fox Searchlight Pictures. © 2015 Twentieth Century Fox Film Corporation All Rights Reserved

Siamo negli anni ’50. Saoirse Ronan è Eilis, una ragazza della cittadina di Enniscorthy, che un giorno decide di lasciare la verde brughiera irlandese per i grattacieli di New York, in cerca di una vita migliore e più stimolante. Eilis lascia madre e sorella, gli amici, le consuetudini tranquillizzanti della provincia, ma anche una comunità chiusa dove serpeggiano il pettegolezzo, i piccoli rancori e la rigidità delle convenzioni sociali palesa una ristretta visione del mondo. Eilis ha 20 anni, la partenza coincide con la fine della sua adolescenza. Viaggio della speranza quindi, ma anche viaggio nella propria femminilità, da candido giglio a giovane donna, secondo il più classico schema del racconto di formazione. A Brooklyn, Eilis incontrerà Tony, un ragazzo italiano. Dopo molte traversie e un ritorno in patria causato dalla morte della sorella i due si sposeranno, e la trasformazione sarà completa. La bravura della Ronan sta proprio nel saper esplicitare tutti i passaggi di questo cambiamento, in un crescendo emotivo ben calibrato e senza sbalzi. Come tutto il film, la recitazione della Ronan è lineare, senza scene madri. La performance attoriale segue il flusso del film e lo asseconda, ci si modella sopra, lo sospinge e lo argina a seconda del momento, dipingendo un personaggio ora timido ora risoluto, ma sempre discreto nelle reazioni. Già candidata a miglior attrice non protagonista nel 2007 per Espiazione, forse i tempi sono maturi per un salto di qualità.

 

45 YEARS

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45 years racconta la vita quotidiana di una coppia di pensionati inglesi, Kate e Geoff Mercer, in procinto di festeggiare il quarantacinquesimo anniversario del loro matrimonio. Lei è una insegnante in pensione, lui un pensionato a tratti apatico dedito al rimugino come unica attività fissa. Un giorno, mentre fervono i preparativi per la grande festa, a Geoff arriva una lettera in cui lo si avvisa che il corpo di un suo amore passato è stato ritrovato tra i ghiacci delle Alpi Svizzere. Da quel momento per i cinque giorni successivi il ricordo di lei diventa un’ossessione per il marito, che ne parla continuamente. Kate all’inizio lo ascolta di buon grado, ma le insistenze di Geoff la portano presto sull’orlo di una crisi di nervi. Alla fine la festa si farà, ma non sarà come i due avevano immaginato. Nella sua interpretazione di Kate Charlotte Rampling riesce a riprodurre perfettamente l’atteggiamento e i variegati stati d’animo di una donna (anziana) quando si sente tradita dalla persona che amava di più. Attraverso un sapiente uso della mimica facciale e del tono della voce, la Rampling mette in scena una Kate che da amorevole e comprensiva, passa a essere indulgente e infine esausta. Non c’è bisogno di una profusione esagerata di gesti per veicolare le emozioni, ogni movimento è misurato, necessario; bastano un’ occhiata o una ruga in più all’angolo della bocca, un’increspatura sul viso. La Rampling si adagia sopra l’andamento della trama e ne manovra le redini a piacimento, guidandoci verso il tragico epilogo.
I due ballano, sorridenti, attorniati da visi amici, quando all’improvviso Kate rallenta, si ferma e i lineamenti si induriscono in una terrificante esplosione di rabbia e odio. In un secondo che significa la distruzione di un matrimonio, l’attrice riassume e libera sul suo viso tutta il rancore che Kate aveva soppresso precedentemente, proiettando lo spettatore verso spiacevoli latenze narrative.

Per una attrice di questa esperienza, dopo il Leone D’argento 2015 al Festival di Berlino, un Oscar sarebbe il riconoscimento che sino ad oggi mancava.

JOY

This photo provided by Twentieth Century Fox shows, Jennifer Lawrence, from left, Robert De Niro, and Edgar Ramirez, in a scene from the film, "Joy." The movie opens in U.S. theaters on Dec. 25, 2015. (Merie Weismiller Wallace/Twentieth Century Fox via AP)

Joy, impersonata da Jennifer Lawrence, è una madre di due figlie che ha da sempre la passione per le invenzioni. Purtroppo, sin da bambina, una situazione familiare particolare frustra i suoi desideri. Coi genitori separati, un matrimonio fallito, una sorellastra acida e un lavoro inappagante Joy sembra destinata a condurre una vita piatta e banale, finché un giorno la grande idea: un mocio che si strizza da solo. Inaspettatamente il manager dell’azienda a cui si rivolge (Bradley Cooper) trova l’invenzione vincente e le propone un contratto da cinquantamila pezzi. Apparentemente, Joy ha raggiunto finalmente il successo, ma l’illusione è breve. Gli imprenditori a cui è stata delegata la produzione si appropriano degli stampi e del brevetto, lasciandola in un mare di debiti. Alla fine, dopo il solito taglio di capelli decisivo, Joy ritrova la grinta, riesce in qualche modo a riprendersi il maltolto (anche se non si capisce bene come), brevetta altri cento prodotti e fonda una propria impresa. Il film è accattivante, le schermaglie tra i personaggi sono divertenti, ma la trama è sfilacciata come la testa svitabile del mocio. Del resto, difficile costruire un quasi thriller su un articolo per casalinghe con solo una colonna sonora azzeccata e una buona caratterizzazione dei personaggi (uno su tutti la madre, grottescamente simile ai divi delle soap opera che adora). Jennifer Lawrence sostiene il film e per quel che può ne mette in ombra i difetti con una delle sue solite, brillanti prestazioni. Il problema è che potrebbe non bastare. Infatti, per quanto ottima, la performance della Lawrence non sembra abbastanza strutturata, polposa, di sostanza. É un’attrice, ci si passi il termine, postmoderna, che almeno in questo film, è incapace di sostenere una Grande Narrazione, un flusso; di andare oltre le sue tre espressioni facciali collaudate che continuamente lima intensifica o attenua per fronteggiare tutte le evenienze: sorpresa (con o senza sorriso), sbigottimento, volizione (con o senza sorriso). Prendiamo De Niro. Lo guardi e ti accorgi che sprigiona come un’aura, un fluido inconfondibile che si realizza attraverso un determinato stile. Ti aspetti il ghigno, la risata beffarda, e questo pur rendendolo prevedibile, non lo rende banale, lo rende una garanzia. Ecco il problema della Lawrence, abbastanza brava da non essere banale, non abbastanza da essere una garanzia.
Ha già un Oscar, il prossimo può aspettare.

CAROL

imageAnno 1952, Therese Belivet lavora come commessa in un negozio di giocattoli e ha la passione della fotografia. Un giorno, conosce una donna di nome Carol, che le si avvicina per chiederle consiglio su un trenino elettrico da regalare alla figlia. Therese si accorge che Carol ha dimenticato i suoi guanti e decide di spedirglieli all’indirizzo indicato per la spedizione dell’acquisto. Carol ringrazia e per sdebitarsi la invita a casa per il weekend. Nasce una sincera amicizia. Complice anche il momento di crisi vissuto coi rispettivi partner, le due donne si sentono fortemente attratte l’una dall’altra. Il loro legame cresce col passare dei giorni e tocca il culmine quando Carol, spossata dal divorzio in corso col marito, chiede a Therese di unirsi a lei in un viaggio di piacere. Alla vigilia di Capodanno, nella loro stanza d’albergo a Waterloo, hanno finalmente il primo rapporto sessuale. Il marito di Carol riesce a ottenere le prove della sua omosessualità e cerca di usarle per strapparle la custodia della figlia ( per sospetta condotta morale). Le due donne sono costrette a separarsi, almeno finché Therese non riesce più a sopportare questa lontananza e decide, una sera, di tornare da lei. L’interpretazione di Cate Blanchett nella parte di Carol si integra alla perfezione con la coerenza formale dell’impianto estetico del film, esaltandone le caratteristiche: stile, eleganza e compostezza. Come per Jennifer Lawrence, il viso della Blanchett non è particolarmente espressivo, o meglio è espressivo in modo diverso. Non si basa solo su alcune movenze cardine. La bocca, gli occhi, i lineamenti del volto sembrano come scolpiti, ma sono eloquenti, perché sorretti da una recitazione fluida, plastica, che sa evolversi senza frammentarsi. L’aspetto e i gesti della Blanchett emanano grazia, garbo e sensualità quasi costanti senza nessuna fatica apparente, immergendo lo spettatore in un profluvio di emozioni magnetiche. Una prova convincente, a tratti maestosa, che forse (se vogliamo trovare un difetto) pecca di eccessivo manierismo.

L’Oscar è una corsa a due tra lei e Charlotte Rampling.

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