SPECIALE BBU: MIGLIOR SCENEGGIATURA NON ORIGINALE

Sceneggiatura non originale? In realtà, in sede di teoria della sceneggiatura, questa distinzione è fittizia. A seconda che i film siano tratti da romanzi o saggi oppure dalla mente di un singolo sceneggiatore, la Academy preferisce dividere la premiazione.
Non importa da cosa si trae la materia di un film, se rispetta i canoni della scrittura cinematografica e viene elaborata in vista di un prodotto finale che è, a tutti gli effetti, un film, allora la sceneggiatura è compiuta. Tuttavia la Academy preferisce separare i due prodotti, perché le competenze messe in campo sono sicuramente diverse, anche se non meno complesse. Tra quelli che sono i miei film preferiti della stagione, tre sono tratti da sceneggiature non originali (Steve Jobs, La grande scommessa, Vizio di forma, deplorevolmente non candidato a nessun Oscar) e tre da sceneggiature originali (Spotlight, The Hateful Eight, Inside out), quindi non c’è nessuna distinzione di merito. Lo stesso Wim Wenders, pur consigliando di non trarre i propri film dai libri, lo ha fatto più volte (è il caso de L’amico americano). Ma veniamo a noi e a ogni sceneggiatura candidata.
  • Charles Randolph e Adam McKay per La grande scommessa (The Big Short, diretto da Adam McKay)
"Ogni uomo attende segretamente la fine del mondo" (A. Murakami, una delle tre citazioni) [sic]
“Ogni uomo attende segretamente la fine del mondo” (A. Murakami, una delle tre citazioni) [sic]
Come dicevo, è indiscutibilmente uno dei migliori film del 2015 e degli ultimi anni, un film prezioso che fa impallidire i vari virtuosismi “autoriali” à la Scorsese. Un gruppo eterogeneo di operatori di borsa e banchieri, intuendo la marcescenza del capitalismo finanziario legato all’erogazione di mutui per il mercato immobiliare americano, si danno a una spregiudicata operazione di scommessa contro il sistema, unici a comprare lotti di mutui vincolati ad un premio assicurativo altissimo in caso di fallimento, tra le risatine generali dell’intero mondo di Wall Street. Il film cattura la nostra attenzione con la semplice arma della verità, una verità mai manichea (La verità è come la poesia. E a molta gente sta sulle palle la poesia, recita una delle tre citazioni che scandiscono gli episodi del film). Non è il manierismo del wolf of wall street la formula giusta per trattare questi temi delicatissimi e apocalittici. Una sceneggiatura mai manichea proprio perché assistiamo a un catastrofico evento dal punto di vista di persone che, lungi dall’essere i pazzi furiosi dell’umanità scorsesiana, con un’incredulità ben superiore alla nostra (noi che siamo intenti a guardare lo schermo di un televisore o di un tablet mentre il mondo collassa) decidono semplicemente di salvare il salvabile e fregare allo stesso tempo il sistema. Inutile dire che il tema etico del film sta proprio nella contraddizione che vivono questi operatori, non inumani come il cinema spesso li descrive, ma profondamente infelici e nevrotici. Sono americani medi, ma almeno posseggono un minimo di cultura (finanziaria) e di occhio disincantato. E perché, a differenza di tutti gli altri, sono disincantati? Lo spiegano i talvolta toccanti momenti umani (un eccezionale Steve Carrell, che per pochi minuti ci fa vivere in ogni intensità il dramma di aver perso la capacità di stare di fianco a un fratello depresso), e che separano questi outsiders dal resto della massa, divisa in due parti ben precise: vincitori e vinti. I vincitori hanno lo sguardo sicuro ed arrogante, e le risatine sprezzanti degli operatori di borsa e dei grandi banchieri. I vinti sono il grande popolo americano, intento a inseguire i sogni della ricchezza, ignorante come la bestia, e ossessionato dall’intrattenimento. I divertenti momenti didascalici del film (una geniale trovata degli sceneggiatori) ci descrivono un’economia che non ha nulla di prestigioso e complesso, ma che si regge sul becero meccanismo umano troppo umano della speculazione e dell’azzardo. Il taglio ironico è postmoderno, e postmoderna è l’assoluta serietà, mai banale, con cui si affronta la più grave crisi economica della storia del mondo. 
  • Nick Hornby per Brooklyn (diretto da John Crowley)
L'interpretazione di Saoirse Ronan ("or whatever the fuck her stupid name is", come disse un glorioso mean tweet) è, come sempre, eccezionale.
L’interpretazione di Saoirse Ronan (“or whatever the fuck her stupid name is”, come disse un glorioso mean tweet) è, come sempre, eccezionale.
Sì, avete letto bene. Il famosissimo scrittore britannico è al servizio di una commedia fresca e divertente, ben recitata e con delle note di simpatia notevoli. La protagonista, interpretata da una Saoirse Ronan in stato di grazia, è una giovane ragazza irlandese che alle soglie degli anni ’50 decide che il piccolo, soffocante paesello irish non fa per lei e decide di sfidare l’America, all’epoca ricettacolo di ogni tipo di immigrazione. Il primo lavoro, il primo college, i primi amici, ma soprattutto il primo amore (con affetto, un italiano, ed è tra i pochi film a non rappresentare gli italo-americani secondo gli stereotipi beceri del cinema americano) la rendono sicura e felice della sua scelta. Un dramma famigliare però la trascina di nuovo in Irlanda, e nei giorni del ritorno la sua scelta di essere un’americana vacilla. Un affascinante antagonista in amore (Domhnall Gleeson) si insinua nella sua vita e mette in crisi le sue certezze. Come ogni commedia, il finale è un happy ending che stona un po’ con la non convenzionalità dei dialoghi di questo film, e con la generale atmosfera di simpatia che la storia sa evocare. Il sospetto è che la dimensione patriottica, per cui una giovane donna preferisce le atmosfere di Brooklyn a quelle dell’isola britannica, abbia ammaliato gli americani al punto da strappare una candidatura all’oscar. Il fatto che Steve Jobs non sia presente in questa lista a scapito di questa modesta sceneggiatura è l’ennesima tra le macchie di questa cerimonia.
  • Phyllis Nagy per Carol (diretto da Todd Haynes)
Le due protagoniste sprigionano fascino, eleganza e sensualità, ma il film è intrecciato anche a una tematica sociologica scottante per l'attualità.
Le due protagoniste sprigionano fascino, eleganza e sensualità, ma il film è intrecciato anche a una tematica sociologica scottante per l’attualità.
Difficile valutare questo film, sicuramente convenzionale per certi versi, incredibilmente affascinante per altri. Il plot si basa su qualcosa di abbastanza intuibile: storia di periodo, precisamente gli anni ’60, stile Mad Men per intenderci (che richiama consapevolmente), tutto giocato sul tipico dramma dell’amorosa passione (in questo caso, una passione omosessuale) impossibilitata dalle rigide strutture sociali. I dialoghi, come in ogni dramma a sfondo sentimentale-sociologico, sono sapientemente ridotti al minimo, tesi a evocare, complici due maestose interpretazioni (Cate Blanchett e Rooney Mara, Marilyn e Audrey ovviamente) la bellezza spirituale e sensoriale delle due protagoniste. Il film però si intitola solo Carol, in quanto la sceneggiatura è più centrata sul personaggio della Blanchett, più anziana e vittima sacrificale di un sistema misogino e omofobo. Mentre la giovane Belivet (la Mara) si inerpicherà sul sentiero dei mestieri creativi (il giornalismo, la fotografia) e quindi in ambienti più tolleranti, la Blanchett viene ritratta nel suo spiaggiamento su un fine-vita ancora fascinoso, ma privato di molte delle gioie di una donna comune. Quindi il tributo (pare che il romanzo di Patricia Highsmith sia in parte autobiografico) va al personaggio più anziano. In generale è un film molto bello, ma non penso meritasse più di altri la candidatura (Vizio di forma per esempio è mille volte più significativo).
  • Drew Goddard per Sopravvissuto (The Martian, diretto da Ridley Scott)
La critica si è divisa sull'ultimo Scott, segno di un film molto interessante (nonostante tutto)
La critica si è divisa sull’ultimo Scott, segno di un film molto interessante (nonostante tutto)
Come già abbiamo scritto in varie recensioni, The Martian è un bel film di un maestro della storia del cinema, che sicuramente poteva essere migliore. La storia è piaciuta anche a Clayton Conrad Anderson, ex astronauta della NASA che ha trascorso nello Spazio più di 166 giorni. Il punto di forza di questa sceneggiatura è di certo nell’aspetto tecnico: il film è stato lodato per aver puntato sull’apparato scientifico della missione su Marte, approfondendo le conoscenze del protagonista Mark Watney, distribuendo bene i momenti didascalici e quelli più propriamente narrativi. L’alternanza tra mondo terrestre e mondo marziano è ben riuscita, eppure il film molto spesso non va avanti. Nonostante si presenti come una miscela di molti generi narrativi, è molto lungo e lento, non riesce a colpire del tutto l’attenzione dello spettatore e la catarsi, quindi, non arriva. Il film non è quell’esperimento mal riuscito che molta critica descrive, ma non penso meritasse di stare in lizza con una sceneggiatura di ferro come La grande scommessa. Specie se pensiamo ai grandi esclusi.
  • Emma Donoghue per Room (diretto da Lenny Abrahamson)
I due protagonisti del film, gli eccezionali Brie Larson e Jacob Tremblay.
I due protagonisti del film, gli eccezionali Brie Larson e Jacob Tremblay.
Storia agghiacciante, ispirata al noto caso del padre incestuoso Josef Fritzl (quello austriaco), ha già vinto dei premi e non ha di certo bisogno di un Oscar per avere l’attenzione che merita. Il film, pur essendo angosciante e devastante, è bellissimo: i due protagonisti, madre (Joy) e figlio (Jack), sono eccezionali e il film non stanca mai, perché dosa passo per passo ogni ingrediente di una storia maledetta. Prima la rappresentazione della Stanza degli orrori, poi la lenta, ma terribile consapevolezza del figlio, il piano disperato di fuga e poi, e qui sta il punto di forza del film, la descrizione della ripresa, dell’acquisizione, binaria e parallela per entrambi i personaggi, della normalità. Il film disturba grazie alla fotografia, ma intrattiene a dovere grazie a una sceneggiatura implacabile, che non disdegna la critica (persino alla madre), ma ripudia in toto la violenza. I dialoghi sono fulminei, originali e latori di un contenuto di speranza (intriso di una tristissima dosa di patologia) che a tratti commuove. Tra i candidati di quest’anno uno dei più meritevoli.
Tra questi film è presumibile pensare che vincerà La grande scommessa. E noi ce lo auguriamo con tutto il cuore.

E voi? Chi volete che vinca? Ditelo nei commenti!

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