SPECIALE NOTTE OSCAR: MIGLIOR DOCUMENTARIO

Nell’Articolo di stasera abbiamo riunito le due categorie MIGLIOR DOCUMENTARIO e MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO. Cominciamo dalla prima, buona lettura.

MIGLIOR DOCUMENTARIO

AMY

amy winehouse

Regia: Asif Kapadia Musiche: Antonio Pinto Genere: Documentario Durata: 90′ Nazione: Regno Unito, U.S.A. Anno: 2015 Produzione: On The Corner Films

Kapadia, già autore nel 2010 del documentario Senna sulla vita del celebre pilota brasiliano, si dedica ora a raccontarci la carriera controversa di Amy Jade Winehouse, attraverso video amatoriali, filmati di archivio e interviste a familiari e amici. Il regista ci restituisce l’immagine di una cantante dal talento prorompente, in bilico costante tra due modi di essere. Il primo, è quello di una ragazzina di 18 anni (che a volte sembra quasi una bambina, timida e ingenua) dalla voce sporca e non sempre gradevole, ma intrisa di vibrazioni, estremamente sensuale, spiritosa e dominante, capace di piacere alle masse pur essendo autenticamente soul. Il secondo è quello della vita divisa tra Camden e Miami, il periodo del successo planetario, fatto di concerti a raffica, Grammy, contratti milionari, abuso di droghe, scandali e amori fatti marcire. Di particolare importanza sono la relazione burrascosa col marito Blake Fielder, che la introdurrà all’eroina, e il rapporto esclusivo col padre, che dopo aver abbandonato la famiglia quando Amy ha solo 18 mesi, torna principalmente per sfruttarne l’immagine di star problematica.
Kapadia mette a nudo il conflitto tra le due anime di Amy, tra la pulsione creativa e quella autodistruttiva, consegnando alla storia della musica il ritratto fedele di una donna esuberante e malinconica, volitiva e fragile, spesso esaperante, ma sempre onesta e coerente con sé stessa. Voto 7,5

 WHAT HAPPENED, MISS SIMONE?

miss simone

Regia: Liz Garbus Musica: Nina Simone Genere: Documentario Durata: 101′ Nazione: U.S.A. Anno: 2015
Produzione: Netflix, Radical media

Dopo Bobby Fischer against the world e Killing in the name la regista Liz Garbus si cimenta in What happened Miss Simone?, documentario sulla cantante Nina Simone, al secolo Eunice Waymon. Impostato come un racconto autobiografico il film procede lineare e senza grandi sussulti, sostenuto dalla voce di Nina Simone, colonna portante della narrazione, sulla quale man mano si integrano le opinioni e i ricordi dei personaggi complementari: il chittarrista Al Shackman, il marito Andy, la figlia Lisa. Facendo ampio uso di materiale d’archivio (soprattutto foto e registrazioni di concerti) la Garbus ricostruisce nei dettagli la vita di Nina Simone, inserendola nel quadro più ampio della segregazione razziale prima e della contestazione nera poi. Oltre al talento cristallino per il piano e il canto e all’impegno nel campo dei diritti civili, emergono aspetti meno conosciuti della sua vita privata: numerose zone d’ombra che umanizzano l’artista e permettono allo spettatore di immedesimarsi nei suoi problemi. Alla fine, rimane il dubbio se la sua parabola discendente (va detto però, brillantemente interrotta sul finire degli anni ’80, periodo dopo il quale la sua condotta di vita conosce l’assestamento definitivo) sia dovuta al boicottaggio dell’industria cinematografica e allo svanire dell’Utopia sessantottina o piuttosto a mancanze personali e sospette manie di persecuzione. What happened Miss Simone è un’opera di grande valore per l’importanza che la protagonista ricopre nella storia della musica e per i riferimenti alla cultura americana recente, in cui la trama si snoda placida come un blues notturno. Dettagliatissimo e denso di suggestioni, ma privo di mordente. Voto 7,5.

CARTEL LAND

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Regia: Matthew Heineman Musiche: Jackson Greenberg, H. Scott Salinas Genere: Documentario Durata: 98′
Nazione: Messico, Stati Uniti Anno: 2015 Produzione: Our Time Projects, Documentary Group

In Cartel Land il regista Matthew Heineman si inoltra, armato solo di una telecamera portatile e di molto coraggio, nella vita quotidiana di chi osa opporsi alla furia spietata dei Cartelli Messicani. In Arizona, nei territori di frontiera tra Messico e Stati Uniti, l’ex-veterano Tim Foley è a capo degli Arizona Border Recon, per impedire ai trafficanti di oltrepassare il confine. Nello stesso momento, nella zona rurale di Michoacan, il dottore José Mireles, alla testa del gruppo paramilitare “Autodefensa”, strappa al Cartello dei Templari una città dopo l’altra. La telecamera si muove di pari passo coi protagonisti, e noi con loro. Lo spettatore è costantemente immerso nell’azione grazie al movimento incerto e nervoso della macchina a mano, smorzato e al tempo stesso evidenziato da pause ben calibrate, costituite da interviste o conversazioni. Assistiamo impotenti a un dispiegarsi di un vario campionario di orrori, e fisici e morali, perpetuati infine da quegli stessi uomini che avevano giurato di combatterli. Teste mozzate, governi collusi, sparatorie, vigilantes corrotti, confessioni, vendette feroci, tradimenti, folle in rivolta e pugni alzati. Un viaggio tra le glorie e le miserie di una giustizia privata che da ideale romantico si degrada a male inevitabile, vissuto attraverso l’occhio imparziale del regista e le parole dei protagonisti. Voto 8

WINTER ON FIRE: UKRAINE’S FIGHT FOR FREEDOM

ukraine

Regia: Evgeny Afineevsky Musica: Jasha Klebe Genere: Documentario Durata: 104′ Nazione: Ucraina, U.S.A., Regno Unito Anno: 2015 Produzione: Netflix, Tolmor Production

Winter on Fire: Ukraine’s Fight for Freedom si sviluppa lungo un arco temporale di 93 giorni, dal novembre del 2013 fino al febbraio del 2014. I giovani ucraini guardano ad ovest, desiderosi di intraprendere la strada verso l’integrazione europea, mentre il presidente Janukovyc spera in un aiuto economico da parte della Russia. Quando l’opzione europeista viene accantonata, i cittadini occupano piazza Maidan a Kiev, facendone il centro della protesta. Quella che inizialmente è una pacifica manifestazione si trasforma ben presto, dopo la repressione della polizia, in una guerriglia cruenta e sanguinosa che durerà tre mesi, sino alla fuga di Janukovyc e all’invasione russa della Crimea. Ben presto i manifestanti si organizzano per la resistenza: erigono barricate, innalzano tende, fabbricano scudi, scavano fossati. Lo sguardo del regista documenta nel dettaglio la vita quotidiana dei combattenti, le occupazioni dei palazzi del governo, le marce sul parlamento. Dall’altra parte la polizia uccide senza pietà. I cecchini sparano sulla folla, chi si ritrova isolato viene picchiato a morte. Tutto questo è mostrato senza il minimo filtro o censura, tanto che si fatica a credere sia reale. I collegamenti nascono spontanei: difficile non rivedere negli accampamenti di Maidan quelli di Occupy Wall Street e nella ferocia dei Berkut quella dei carabinieri a Genova. Tutto il film è permeato da un coerenza estetica ed epica che sembra provenire direttamente dalle barricate della Comune di Parigi. Gli atti eroici si sprecano. L’amor di patria scuote gli animi. Il punto di forza del documentario, oltre a un montaggio perfetto e alla collaudata alternanza tra interviste e riprese sul campo, è proprio questo: tutto è così vero da sembrare finto. Il punto debole sarebbe l’ovvia parzialità del regista filo-ucraino, se questa non fosse dichiarata già dal titolo. Voto 9,5

 THE LOOK OF SILENCE

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Regia: Joshua Oppenheimer Musiche: Seri Banang, Mana Tahan Genere: Documentario Durata: 98′ Nazione: Danimarca, Finlandia, Indonesia, Norvegia, Gran Bretagna Anno: 2014 Produzione: Final cut for real

The Look of Silence è il seguito di The Act of Killing, film-documentario del 2012 che per primo fece luce sull’eccidio di comunisti perpetrato dall’esercito Indonesiano nel 1968. The Look of Silence torna sull’argomento, raccontandolo dal punto di vista di Adi Rukum. Con la scusa di vendere occhiali ai vecchi del villaggio dove vive, Adi (è un oculista) riesce a scavare nel passato dei maggiori responsabili delle stragi, nella speranza di sapere cosa come è morto suo fratello Ramli, ucciso dal regime negli anni ’70. La struttura del documentario è diversa da quella di tutti gli altri incontrati finora: la tradizionale, equilibrata alternanza tra eventi presenti e passati è assente. Tutta la narrazione si svolge nel nostro tempo. Adi conduce una vita tranquilla e regolare. I colloqui con gli stragisti, perlopiù vecchietti apparentemente innocui, i sopralluoghi sui luoghi del delitto, le rievocazioni dei genitori, per se rivolti idealmente al passato, si realizzano sempre sul piano presente. I pochi video di repertorio utilizzati, un documentario della NBC e alcune interviste ad ex-soldati del regime, sono veicolati allo spettatore per mezzo della messa in onda sulla tv di Adi, creando una specie di effetto matrioska. Di visita oculistica in visita oculistica si svelano le torture, le deportazioni, le sevizie subite dalle vittime. Le confessioni si svolgono nella calma più assoluta, nell’intimità sospesa della giungla tropicale. Nessuno si pente, nessuno sembra preoccupato. Lo stesso Adi, persino quando viene a sapere che il fratello è stato evirato, lascia trasparire nient’altro che un generico disagio. I sopravvissuti non cercano vendetta e delegano l’esercizio della giustizia a Dio, segno di una radicata sensibilità Orientale e noi sconosciuta. Film dal forte carico emotivo, ma fermo e compassato come le reazioni del protagonista. Voto 9.5

I cinque candidati sono indubbiamente tutti prodotti di altissima qualità, ed è difficile decretare quale sia il migliore. Consci di essere largamente influenzati dai nostri gusti personali, ci permettiamo di indicare in Winter on Fire il potenziale vincitore.

Di seguito trovate il commento alla sezione MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO.

MIGLIOR CORTOMETRAGGIO DOCUMENTARIO

LISTA DEI CANDIDATI

Body team 12: regia di David Barg e Bryn Mooser
Chau, Beyond The Lines: regia di Courtney Marsh e Jerry France
Claude Lanzmann: Spectres Of The Shoah: regia di Adam Benzine
A Girl In The River: The Price of Forgiveness: regia di Sharmeen Obaid-Chinoy
Last Day Of Freedom: regia di Dee Hibert e Jones Nomi Talisman

BODY TEAM 12

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Body Team 12 è un corto di 13 minuti ambientato in Liberia durante la recentemente domata epidemia di Ebola che ha sconvolto il paese. Vi si narrano le peripezie quotidiane della dottoressa Gairma Sumo e della sua squadra, chiamata appunto Body Team 12. Il loro ingrato compito è quello di raccogliere i cadaveri degli uomini vittime dell’epidemia, portarli via e impedire il propagarsi del contagio. I locali versano in uno stato di povertà assoluta e le condizioni igieniche sono nulle o quasi. Si tratta di un lavoro pericoloso, e non solo per il costante rischio di infezione. La difficoltà maggiore infatti sta nel guadagnarsi la fiducia dei locali, che vedono gli operatori sanitari come estranei, e nell’impedire lo svolgersi dei funerali tradizionali, durante i quali sono previsti contatti fisici (baci e abbracci) tra il defunto e i suoi familiari. Non mancano i momenti di tensione, ma Gairma Sumo riuscirà a pacificare gli animi e a svolgere al meglio il proprio lavoro, anteponendo allo status di medico quello di donna e essere umano. Barg documenta pedissequamente le giornate quotidiane della squadra, esponendosi a sua volta al virus. Quella che emerge è l’immagine di un’umanità devastata da un male invisibile, che oltre agli affetti non lascia nemmeno la consolazione delle proprie tradizioni.

CHAU, BEYOND THE LINES

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Tra il 1962 e il 1971 le forze armate americane irrorano le foreste del Vietnam del Sud con circa 75000000 di litri di un erbicida defoliante conosciuto come “Agente Arancione”. Questo non basta a sconfiggere i Vietcong, ma basta perché anni dopo una donna, bevendo da un fiume, dia all’origine un figlio disabile, con gambe e braccia esili e corte. Quel figlio è Chau. Il corto è la storia di questo ragazzo di 16 anni che nonostante i suoi problemi, stanco della scuola in cui si trova e dalle poche opportunità del Vietnam rurale, decide di partire per inseguire il suo sogno di diventare uno stilista famoso. Nel suo vagabondare il ragazzo si confronta con le mille difficoltà che i disabili di tutto il mondo incontrano quotidianamente e con l’indifferenza del governo verso le classi disagiate, siano essi poveri, disabili o vecchi. Alla fine, dopo molto tempo, sebbene impieghi un giorno intero per produrre anche solo un piccolo disegno, Chau trova finalmente la sua strada nel Vietnam della modernità e dei grandi grattacieli. Il principale punto di forza dell’opera sta nell’intimità dei piccoli gesti, ad esempio il non potersi lavare la testa perché non si possono sollevare le braccia, che sottendono una gigantesca forza di volontà.

CLAUDE LANZMANN: SPECTRES OF THE SHOAH

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Claude Lanzmann: Spectres Of The Shoah è il documentario sul documentario più famoso di colui che da molti è considerato il migliore documentarista di sempre, Claude Lanzmann. Claude è un giornalista francese che nel 1973 decide di girare un documentario sull’Olocausto. Il risultato è Shoah, un’opera di dieci ore costata dodici anni di ricerche. Adam Benzine, nel suo corto di 40 minuti, ripercorre il lungo cammino che ha portato a questo capolavoro. Attraverso fotogrammi inediti di Shoah , la viva voce dell’autore ed interviste ad amici e collaboratori capiamo quanto il film abbia monopolizzato la vita di Lanzamann, portandolo a sviluppare una megalomania degna di Fitzcarraldo. Il corto risulta più godibile se fruito nell’ottica di una moderna integrazione e attualizzazione di una mastodontica creazione senza tempo. Lo si deve leggere come una testimonianza del martirio professionale di Lanzmann per giungere alla verità, per smascherare l’intenzionalità del male Nazista.

A GIRL IN THE RIVER: THE PRICE OF FORGIVENESS

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Come in Body Team 12, anche questa volta il personaggio principale è una donna. Saba è una promessa sposa Pakistana poco più che diciottenne. Sembra essere innamorata del suo futuro marito, almeno sino a quando la relazione si incrina e l’infatuazione svanisce. Il matrimonio si celebra ugualmente, ma i dubbi della ragazza sono un affronto troppo grande da sopportare. I parenti decidono di rapirla, picchiarla, spararle in testa, metterla in un sacco e gettarla in un fiume. Saba riesce incredibilmente a sopravvivere e dopo essere stata portata d’urgenza in ospedale viene affidata alle cure di un’amorevole “famiglia adottiva”. Le viene assegnato un avvocato d’ufficio, che però si rivela impotente. Saba è solo una delle mille donne che ogni anno vengono uccise per quelli che noi chiameremmo “delitti d’onore”. La sua situazione è uno spaccato efficace del rapporto tra stato e cittadinanza. Da una parte lo stato giuridico con le sue leggi e regolamenti. Dall’altra la Umma, una comunità chiusa e unita governata da precetti religiosi, che si autoregola e non riconosce nulla al di fuori di essa. Lo sguardo di Obaid-Chinoy è preciso e sicuro quando si tratta di ricostruire gli avvenimenti, ma si perde nella ricerca delle cause, accontentandosi di una generica inferiorità delle donne verso l’uomo imputata alla religione.

LAST DAY OF FREEDOM

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Eccoci alla fine.
1999. Bill Babbit è un normale cittadino afroamericano, tranquillo, lontano dai problemi esistenziali. Poi un giorno tutto cambia. Bill scopre che suo fratello minore Manny, ex-veterano del Vietnam, schizofrenico, potrebbe aver commesso un omicidio. Incerto se denunciarlo o tacere, Bill decide di raccontare tutto alla polizia, confidando nel giusto corso della giustizia. Manny viene giudicato colpevole e condannato a morte, anche se da alcuni dettagli sembra essere innocente. Il rimorso tormenterà Bill per il resto della sua vita. L’intera narrazione è un flashback di Bill durante un interrogatorio, dove vengono presentati i punti salienti del rapporto tra i due fratelli. Il punto di forza di questo corto è nell’essere un documentario animato in bianco e nero, in cui il colore irrompe solo nei momenti critici, o cambia al cambiare dei pensieri di Bill. Le linee sono pulite e prive di fronzoli, ma anche tremanti e spezzettate. Una specie di ligne claire shakerata. Il corto sfiora molti argomenti, la discriminazione dei neri da parte della polizia, il dolore invalidante delle malattie mentali, ma più di tutto si concentra sul dilemma della scelta, dove ognuno di noi è solo.

Per profondità di contenuti e originalità di stile, non esitiamo a proclamarlo il miglior cortometraggio documentario.

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