“Le farfalle non vivono a lungo. Tuttavia, hanno una vita bella, molto bella”. Proprio come quella di Alice. Una donna affascinante, ambiziosa, piena di vita. Alice ama correre, passeggiare lungo la spiaggia, insegnare linguistica alla Columbia University, passare il tempo con la propria splendida famiglia.

Ad un tratto, tutti i suoi punti di riferimento vengono meno. Il responsabile? Una forma precoce di morbo di Alzheimer, che si manifesta all’improvviso e inizia ad avanzare inesorabile, senza alcuna possibilità di controllo. Alice è disperata: perde l’orientamento, ha difficoltà nel riconoscere i propri cari, non riesce più a padroneggiare le parole, le sue amate parole. Proprio lei, che si è sempre definita in base alla proprietà di linguaggio, alla propria capacità di argomentare, ora non riesce a ricordare i vocaboli più semplici. La confusione, lo smarrimento che ne conseguono sono terribili. Tuttavia, la protagonista prende la decisione di non arrendersi. È determinata a gestire la sua nuova condizione. Finché possibile, vuole continuare a vivere la propria vita, a rimanere se stessa. “Still Alice”, appunto.

Come fare, dunque, per rimanere parte della realtà, per continuare a essere se stessi, nonostante le prove terribili che talvolta ci riserva l’esistenza? Il film tocca corde estremamente delicate, affronta tematiche profonde. Tutte, dalla prima all’ultima, con una sensibilità eccezionale.

Alice apprende per l’intero film “l’arte del perdere”, giorno dopo giorno, senza possibilità di opporsi. Orientamento, sonno, ricordi: tutto minaccia di abbandonarla. Il parlare diventerà sempre più incespicante, la distanza con l’Alice di un tempo sarà sempre maggiore. Tuttavia, non crediate di provare pietà per la protagonista. Piuttosto, ammirazione profonda per il suo spirito, per la sua continua ricerca di sorrisi, per la capacità di affrontare a testa alta la sua nuova condizione. Al fine di restare in contatto il più a lungo possibile con l’Alice di una volta, circondata dall’affetto smisurato dei propri cari. Tutti, indistintamente, impegnati a ricordarle che, comunque vada, qualunque sia l’epilogo della vicenda, non esiste malattia che possa far dimenticare l’Amore per la propria famiglia e per la vita in generale.

Avanti, indietro, e di nuovo, sempre e comunque, avanti: questo è il movimento dell’Amore. Proprio come le onde del mare, tanto amate dalla protagonista.

Da non perdere. Per la profondità dei temi trattati. Per la regia di Richard Glatzer e Wash Westmoreland. Per l’eccezionale interpretazione di Julienne Moore.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

This site uses Akismet to reduce spam. Learn how your comment data is processed.