Intervista a Salvatore De Siena de ‘Il Parto delle Nuvole Pesanti”.

Salvatore Bruno

Il Parto Delle Nuvole Pesanti, Terre di musica
Il Parto Delle Nuvole Pesanti, Terre di musica

Bologna terra di musica e degli incontri musicali. Come quello, agli inizi degli anni ‘90, tra Salvatore De Siena, Amerigo Sirianni e Peppe Voltarelli (quest’ultimo porta avanti da qualche anno una fortunata carriera da solista)tre ormai ex-universitari calabresi emigrati in terra felsinea, entrati a buon diritto in una sorta di “storia locale”. Storia che è quella del tipico melting pot culturale e artistico bolognese, in cui loro, Il Parto delle Nuvole Pesanti, si sono ritagliati il loro spazio, album dopo album e successo dopo successo, creandosi uno stile dettato dalla commistione di ritmi e generi.
Una band che dagli esordi a oggi si è molto rinnovata e continua a farlo,tra cambiamenti e collaborazioni, mantenendo sempre i piedi saldi nel suo stile.

Nonostante gli impegni con il tour, Salvatore De Siena ci ha accolti davanti a un caffè in un bar della Bolognina e ci ha concesso una interessante intervista sull’ultima fatica della band, TERRE DI MUSICA – Viaggio nei beni confiscati alla mafia, uscito nel 2015 e portato ancora in giro per la nostra penisola.

Prima di introdurci il progetto, Salvatore fa un piccolo preambolo sulla sua concezione dell’artista. “Per me – dice – la caratteristica di un artista deve essere la sensibilità. Penso sia un bisogno liberatorio, senza il quale un artista non vedrebbe né parlerebbe dei problemi sociali che lo circondano, come non farebbe altro che lo rende quello che è. È fondamentale che l’artista in generale oggi sia a disposizione della società attraverso i suoi mezzi espressivi, perché è l’unico in grado di parlare con immediatezza ed efficacia”.

Il Parto Delle Nuvole Pesanti, Terre di musica
Il Parto Delle Nuvole Pesanti, Terre di musica

Il progetto a cui avete dato vita si incentra su una tematica un po’ scottante. Raccontaci un po’ com’è nata l’idea di trattare delle terre confiscate alla mafia.

S: “Questo è un “progetto musiculturale”, come mi piace definirlo, in sostanza il resoconto del nostro viaggio nelle terre prima in mano alla mafia. Abbiamo voluto far nascere qualcosa che si occupasse di una delle tematiche mediterranee, mettendo a disposizione dell’idea la nostra musica e il nostro impegno per la legalità e i temi sociali, un lavoro che aprisse lo sguardo su certe problematiche di cui si parla molto poco e in modo sporadico. Una forte spinta all’idea l’hanno data le nostre esperienze “sedimentate”, come per esempio il viaggio a Baghdad nel 2002; dopo quel viaggio, scoprimmo con molta sorpresa che il numero di morti di guerra, all’epoca, era inferiore a quello di morti per mano della mafia nel mondo. Incredibile ma purtroppo vero.  Altra spinta è stata data dal concerto a Cinisi in memoria di Peppino Impastato e dalle collaborazioni con Arci e Libera, che sono tra l’altro anche promotori del progetto. Insomma, le premesse c’erano tutte”.

Perché scegliere di parlare di mafia proprio attraverso il tema dei beni confiscati?

S: “Il motivo principale è la conoscenza e l’esperienza diretta con quanti vivono vicino a quelle terre, da Sicilia e Calabria fino a città come Torino e Bologna. Perché sì, i beni e le terre confiscate alla mafia non hanno una geografia precisa in Italia. Sono nelle zone più note come in quelle più impensabili; suona strano a dirsi, possono sembrarci lontane, ma potrebbe capitare di scoprire di viverci dentro.
Ci sono anche motivi di natura ideale, nel senso che abbiamo provato a dare l’idea che in quelle terre si possa avviare uno sviluppo alternativo, fatto di socialità, compatibilità ambientale, dignità di vita  e di lavoro soprattutto per le donne, produzioni biologiche e attenzione all’ambiente. Tutto questo fa da volano all’economia alternativa, di cui le terre malate di mafia avrebbero maggiormente bisogno”.

Quanto è stato utile per voi affrontare un progetto di tale portata?

S: “Ci siamo messi in gioco l’ennesima volta, sempre con la musica, ma stavolta devo dire che abbiamo imparato moltissimo prima di tutto noi, sulla mafia stessa e sui “nuovi” territori in cui è disseminata. “Terre di musica” parla infatti di Corleone come di Milano e abbraccia persino le valli bergamasche, dove sono stati molto utili i racconti delle persone. Tra l’altro, il 90% delle terre sottratte alla malavita sono inutilizzate o ancora in parte legate a gente malavitosa.
Mai avremmo pensato che territori così distanti potessero essere accomunati dalla stessa caratteristica. La realtà che è emersa è una: dove c’è bene confiscato, c’è ancora mafia”.

Pensate che questa vostra idea possa essere emulata da altri, artisti e non, che vogliano seguire il vostro esempio?

S: “Suonare nelle terre sottratte alla criminalità organizzata è stato bello, ma non nascondo che abbiamo anche avuto tanta paura. Quindi, nessuno meglio di chi lo fa può capire la scelta di altri di trattare o meno certe tematiche. Per rendere tutto più fruibile ci siamo approcciati al progetto con intenti artistici prima che giornalistici. In virtù di ciò, abbiamo usato un tono ironico nel raccontare, misto alla serietà dell’argomento, con uno stile e un modo che mettessero le persone coinvolte più a loro agio nel raccontarci le loro storie. Abbiamo anche avviato dei progetti nelle scuole subito dopo l’uscita del cofanetto con il libro e il film. Un tour parallelo a quello ufficiale; non qualcosa per addetti ai lavori, bensì per tutti quelli, bambini e adulti, che non hanno mai sentito parlare di terre e beni confiscati. E sono tantissimi, credimi!”

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