The irrational movie: di nuovo Woody

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The irrational movie: di nuovo Woody

Tanti cliché pseudocritici ruotano attorno alla figura di Woody Allen, uno tra i tanti che abbia rotto le palle. In parte coglie nel segno. Allen è libero di fare quello che vuole con la sua vita, e in certi periodi della sua mente ha fatto di questa libertà autentici gioielli della commedia novecentesca, ma stavolta, con l’uscita natalizia di Irrational Man, l’impressione che si sia spinto oltre il non sense è quasi ovvia.

Emma Stone e Joaquin Phoenix in una scena cruciale del film
Emma Stone e Joaquin Phoenix in una scena cruciale del film

La trama dell’ultima fatica alleniana è virale, se si pensa alla produzione di questo autore: un professore di filosofia del college (interpretato da un poco ispirato Joaquin Phoenix, e non è difficile capire perché), molto noto in ambito accademico per una vita irregolare e un pensiero in qualche modo non convenzionale, non trova più stimolo nell’esistenza e progetta di vivere in modo apatico fino a che qualcosa non tornerà a sconvolgergli l’animo al punto da ritrovare senso nel tutto. Approfittando di un nuovo incarico, incontra due figure femminili, con le quali il coinvolgimento erotico risulterà pericoloso. Ma la vera molla della sua esistenza sarà un atto eroico, ma moralmente e giuridicamente discutibile che lo rivelerà come uomo preso troppo da se stesso e su cui il Caso interverrà per ristabilire una sorta di ordine universale delle cose dal sapore tragicamente comico.

Non posso svelare i dettagli di questo atto eroico perché è l’unica cosa per cui vale un minimo guardare il film. Dalla mia sinossi però si può evincere che la struttura di quest’opera non è del tutto logica. Il film infatti alterna momenti sentimental-esistenzialistici in cui questo antieroe disserta con le sue Muse sulla mancanza di senso della vita, e sull’ignorantissimo luogo comune per cui la filosofia non è che un pretesto per uomini infelici di blaterare presunte verità apodittiche, ma in fondo retoriche, e che tutto ciò che serve per essere felici lo si impara dalla vita stessa, e soprattutto da uno spirito vitalistico all’azione che banalizza Goethe e l’intera tradizione umanistica e intellettuale europea.

Emma Stone e Joaquin Phoenix
Emma Stone e Joaquin Phoenix

Se ci si sofferma sul resto, l’opera non migliora: i dialoghi sono piatti e banali, a tal punto da risultare ridicoli in più di un’occasione, e ci si domanda più volte se Allen stia scrivendo prendendosi sul serio oppure no. Se non lo fa, il film comunque non fa ridere, e l’impressione di trovarci di fronte a una commedia grottesca venuta male, rimane. Se lo fa, è grave, perché il dramma ne esce profondamente svilito nella sua serietà. Proprio questo mi sembra l’elemento di maggiore debolezza del film, dato che di per sé ironizzare su dieci secoli di cultura europea non è necessariamente un male. Dipende da come lo fai. In passato Allen si è contraddistinto per essere una voce americana colta, spesso incompresa dal pubblico statunitense proprio perché troppo intellettualistica. Che sia un nostalgico e un irregolare della cultura del Vecchio Continente è vero, ma stavolta gli intenti non sono per nulla chiari. Di sicuro l’opera vuole essere una sferzante parodia degli ambienti accademici statunitensi, ma oltre a questo rimane poco.

Alla base di questo non sense grottesco e confuso c’è anche la difficoltà di collocare cosa voglia essere il film, se una commedia nera o un thriller vero e proprio. Le descrizioni tecniche lo giudicano un thriller, ma l’opera si orienta troppo sui toni della commedia. Tutta la storia è musicata con toni jazzistici e i personaggi dissertano dei massimi sistemi con un tono annoiato e radical chic, risultando stilizzati e poco credibili. Non hanno nulla della statura tragica dei personaggi dei thriller, specie quelli alleniani. Dunque Irrational Man sembra situarsi tra Match Point Basta Che Funzioni, le due prove più convincenti dell’ultimo Woody. E’ difficile trarne un qualunque spunto di riflessione, è noioso seguirne le vicende, è irritante e macchinoso lo sviluppo caratteriale dei personaggi. Non vale nemmeno la pena sottolineare quanto i tre attori principali del cast, Phoenix, la meravigliosa Emma Stone e Parker Posey si sforzino di rendere credibili questi personaggi sterili e abbozzati.

Joaquin Phoenix e Parker Posey
Joaquin Phoenix e Parker Posey

Vale la pena ricordare che in documentario del 2012, Woody Allen delineava, o meglio mostrava, il suo metodo di lavoro, di sviluppo delle sue sceneggiature. A partire da alcuni foglietti su cui aveva appuntato delle idee per trame di film, si metteva a scrivere il trattamento e i dialoghi. L’impressione che se ne trae è che Allen segua troppo rigidamente alcuni canoni da commedia, come meri pretesti per lo sfogo di alcune ossessioni personali le quali, lungi dall’essere brillanti, sono il frutto di una mente comica ormai senile e troppo legata all’impatto sicuro che la sua enorme autorità ormai può vantare in sede di produzione cinematografica. In altre parole, la stanca riproposizione di alcuni schemi intellettuali e narrativi rende vero e inevitabile il cliché per cui il famosissimo regista newyorkese dovrebbe godersi la vecchiaia e la pace dei sensi senza imbarcarsi in ulteriori dimostrazioni che il suo genio sia ormai esaurito.