TIMBUKTU, di Abderrahmane Sissako

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Timbuktu

Sabato 11 aprile, alle 20:30, sono andata al Cinema Galliera a vedere il film Timbuktu, di Abderrahmane Sissako, un regista mauritano i cui film sono incentrati sulle difficili e diverse condizioni sociali ed economiche del suo paese d’origine, in Africa Occidentale. I suoi lavori alla maggior parte del pubblico sono sconosciuti, ma da parte della critica hanno ricevuto diversi riconoscimenti, poiché il modo in cui egli rappresenta la semplicità dei personaggi e delle situazioni è d’ispirazione.

Timbuktu è un’antica città del Mali che è stata occupata da un gruppo di jihadisti, i quali hanno emesso diverse costrizioni: è vietato fare musica, è vietato per le donne non indossare il velo e non indossare i guanti, è vietato fumare, è vietato sedere davanti casa, è vietato giocare a calcio, è vietato portare i pantaloni in un certo modo e, dulcis in fundo, il peccato più grave di tutti è l’adulterio. Fuori dalla città, in una tenda colorata in mezzo al deserto, abita Kidane, un pastore tuareg, insieme alla moglie Satima e alla figlia Toya di 12 anni: la loro vita tranquilla, fatta di piccoli gesti, di amore, di rispetto, di religione, di devozione e di comunicazione è la protagonista dell’intero film, intorno alla quale diverse vicende prendono piede. Queste trame secondarie convergeranno, alla fine del film, verso un unico caso: la tragica fine di Kidane dopo le accuse da parte del tribunale islamico.

Timbuktu

Una donna, il cui lavoro è quello di vendere il pesce al mercato, si imbatte contro 3 guardie che le intimano di dover indossare i guanti; ma lei si ribella, rispondendo con tono convinto e irriverente che non può indossarli per pulire il pesce. All’insistenza degli uomini, con un gesto di sfida molto pericoloso, la mercante tende le braccia verso i 3 uomini, impugnando un coltello e esortandoli a tagliarle le mani: se non può svolgere il suo lavoro senza i guanti, tanto vale non averle per niente. In una scena secondaria, da donna forte e piena di valori, convinta della propria indipendenza a livello sociale, la vediamo piangere e, sconsolata e con le mani giunte, l’unico desiderio della sua vita è quello di partire e di andare via.

Un gruppo di ragazzini, in un campo da calcio sabbioso, in pieno deserto, non potendo fisicamente utilizzare un pallone per giocare, mimano con tanto di dribbling, colpi di testa, stop di petto, scivolate, goal e parate una vera e propria partita a calcio. Il messaggio più bello, a mio parere, è proprio questo, è racchiuso in questa scena che, a tratti, fa commuovere. La fantasia dei ragazzi riesce a ritagliare uno spazio felice anche quando le condizioni che vi sono attorno ti puntano il fucile, a volto coperto, e si prendono la tua vita perché s’inventano, seguendo una personale interpretazione della religione, dei motivi validi per farlo.

Le scene più crude e più forti sono quelle in cui assistiamo a dei veri e propri processi, in tribunali discutibili, sotto accuse discutibili, attraverso assoluzioni che implicano la morte per la persona e un verdetto che coinvolge la famiglia dell’imputato. Un uomo e una donna, intrappolati in due grosse buche nella sabbia che lasciano uscire solo il capo, accusati probabilmente di adulterio, sono stati condannati a morte tramite lapidazione. Ai loro lati una schiera di pietre e di persone che, senza alcuna pietà, spettatori o assassini, colpiscono le teste fino ad ucciderli. Come se non bastasse tanta crudeltà, un gruppo di ragazzi (2 ragazze e 3 ragazzi) vengono sorpresi dentro una stanza a suonare e cantare: verranno accusati per entrambe le cose e condannati ad 80 frustate ciascuno. La prima ad essere frustata è la donna che cantava, la quale, a stenti, in lacrime e urlando per il dolore, accompagna il rumore delle frustate cantando lo stesso motivo per cui è stata condannata.

Timbuktu

La fine del film, come se fosse già scritta, come se volesse ricordarci che dal terrorismo non c’è scampo, che non esiste soluzione, che non conosce pietà, è emblematica e carica di tristezza. Satima e Kidane vivono secondo le loro regole, venerando Dio, pregandolo attraverso la musica, attraverso le azioni quotidiane, ringraziandolo ogni giorno con l’amore di cui si nutre la loro famiglia. Kidane rispetta sua moglie, le parla considerandola al suo pari, ripete più volte di averne bisogno, di volerla accanto, ricordandole quanto è bella. Sono consapevoli di ciò che accade in città, per questo hanno deciso di vivere nel deserto dove la loro piccola dodicenne figlia Toya può crescere sana, lontano dalla paura, dall’orrore, dalle armi, dal sangue, dai limiti, dalle costrizioni. Kidane viene accusato dell’uccisione di un pescatore che aveva ucciso una delle sue mucche. Viene condannato a morte e la sua famiglia dovrà donare a quella del defunto 40 mucche (lui ne possiede solo 7, dopo l’uccisione di GPS). La sera prima del verdetto finale, il pastore si trova di fronte al capo dei jihadisti che ci sono nella sua città che, dopo averlo condannato, continuando a scrivere su un libro come gli Annali, ascolta le ultime parole del colpevole aiutato da un traduttore. Kidane, con le lacrime agli occhi e con il cuore infranto, chiede all’uomo se ha figli e gli dice che il suo unico rimpianto è quello di non poter vedere lo sguardo della sua piccola Toya prima di morire, e di non sapere chi provvederà a lei e sua moglie una volta che non ci sarà più. Satima, spinta da un amore devoto nei confronti del marito, riesce ad arrivare nel luogo in cui Kidane verrà giustiziato. In pochi minuti, dopo aver provato a ricongiungersi, marito e moglie vengono immediatamente freddati insieme, costringendo la piccola Toya, sognatrice e gentile, ad essere orfana.

Timbuktu

Il film è impregnato di una forte carica emotiva, resa ancora più esplicita dalle inquadrature della telecamera: pareva, grazie ai primi piani, di poter leggere sui volti delle persone la paura, la tristezza e la rassegnazione a una piaga troppo forte: la Jihad. E’ vero, vi ho raccontato l’intero film, vi ho raccontato la trama perché spero possiate percepire, come me, il dolore e l’amarezza per ciò che nel mondo, alle nostre spalle e davanti ai nostri occhi ciechi accade ogni minuto, anche in questo momento. Vi lascio con un messaggio che spero vi convinca a vederlo! Nella scena finale c’è la piccola Toya che corre nel deserto, senza meta, con gli occhi lucidi e emettendo dei piccoli lamenti. E’ un messaggio di speranza? E’ la disperazione di una bambina rimasta orfana? E’ una richiesta di aiuto? E’ la corsa verso un futuro che si spera arrivi presto? E’ una vita spezzata dal dolore? Io, dopo aver visto il film, ho scoperto che la risposta a queste domande è una sola, unica per tutte. Lascio a voi la risposta, lascio a voi riflettere, lascio a voi anche tutto quello che viene dopo, perché dietro al film c’è un mondo che soffre allo stesso modo, un mondo che esiste anche se non è vicino a noi.

Si ringrazia il Cinema Teatro Galliera senza il quale questa recensione non sarebbe stata possibile.