Se le vostre nozioni sul mondo egizio risalgono alle scuole medie, se siete i tipi cui piacciono i documentari ma “vedere dal vivo è meglio” o se, più semplicemente, volete avere qualche informazione per arricchire il vostro bagaglio culturale sull’antico Egitto e siete interessati all’argomento, il centro storico di Bologna, ancora una volta, apre le porte all’arte e alla cultura.

Al Museo Civico Archeologico fino al prossimo 17 luglio sarà infatti presente la mostra “Egitto, splendore millenario”. Non servirà essere archeologi o egittologi per poterla apprezzare appieno. Basterà la vostra curiosità a trasformare la visita in un interessante viaggio virtuale nella storia di quello che è stato uno dei più affascinanti popoli dell’antichità.

 

Sette sezioni dedicate ai ritrovamenti della necropoli di Saqquara (Menfi), oltre 500 reperti, databili dal periodo predinastico all’epoca romana, attendono i visitatori più disparati.

Gli oggetti esposti derivano in gran parte dal museo olandese di Leiden e, in piccola parte, dal museo egizio di Torino e da quello di Firenze.

Tutto nasce nel gennaio del 2011, quando l’Istituzione Musei Civici, il Museo Civico di Bologna e il Rijksmuseum van Oudheden di Leiden sottoscrivono una convenzione quinquennale che prevede la condivisione di progetti di ricerca, facilitando così anche la reciproca e temporanea concessione del materiale archeologico. Le due collezioni (quella bolognese e quella olandese) sono considerate gemelle, perché conservano beni provenienti dalla stessa area della necropoli di Saqqara.

 

Ma l’Egitto e la sua storia non approdano a Bologna nel 2011.

Al contrario, la dotta città da secoli ben esprime il suo interesse nei confronti dell’antica civiltà.

Pelagio Pelagi, artista e collezionista bolognese, fu un grande egittologo, oltre che appassionato ed esperto conoscitore del mondo classico. Al momento della sua morte, avvenuta nel 1860, lasciò alla citta di Bologna una raccolta di ben 3109 oggetti (stele funerarie, papiri, amuleti, collane e materiali provenienti dai corredi funerari delle diverse epoche), reperti che sono poi andati a formare il nucleo consistente della collezione del Museo Civico Archeologico di Bologna, che conta al momento 3500 oggetti. Parte di questi provengono invece dal Museo Universitario, a sua volta beneficiario del lavoro di altri storici collezionisti bolognesi, quali Ulisse Aldrovandi o Luigi Ferdinando Marsili, vissuti nel XVI e XVII secolo.

 

Parlando di reperti dell’antico Egitto non possiamo far altro che parlare di corredi funerari, perché è da qui che deriva la gran parte degli oggetti ritrovati. Le tombe, contrariamente a quanto sarebbe facile pensare, non ci parlano però di morte, bensì di vita. Gli egiziani ritenevano che l’aldilà fosse analogo al mondo terreno e che dunque il defunto andasse incontro alle medesime esigenze. Il sarcofago, i vasi canopi (destinati a raccogliere le viscere del cadavere), gli amuleti protettivi, i gioielli, il vasellame, tutte le stoffe se debitamente interrogate, ci raccontano dunque nei minimi dettagli la quotidianità del tempo, fatta di abitudini alimentari, tradizioni, mode, credenze…

 

Ma, specificatamente, cosa si potrà ammirare alla mostra bolognese?

Non è certamente cosa appropriata, né tantomeno possibile, descrivere dettagliatamente ogni singolo reperto. Qualche anticipazione è però doverosa.

 

 

Ci sarà la possibilità di vedere ricongiunti per la prima volta i rilievi della tomba di Horemheb, comandante a capo dell’esercito egiziano all’epoca di Tutankhamon e ultimo sovrano della XVIII dinastia (di solito ripartiti tra i musei di Leiden, Bologna e Firenze). La tomba vantava pareti rivestite da lastre di calcare decorate a rilievo ed era arricchita dalla presenza di numerose sculture di cui sono stati rinvenuti diversi frammenti durante gli scavi. Pur non essendo mai stata ultimata (non accolse nemmeno il corpo del suo proprietario che si fece seppellire nella Valle dei Re), rimane dal punto di vista architettonico e artistico uno dei ritrovamenti più degni di nota.

Oppure ci si potrà lasciare incuriosire dagli oggetti più bizzarri, come ad esempio i sarcofagi per mummie animali votive. Secondo il credo egiziano, ogni dio aveva un animale totemico che serviva da involucro vivente per il proprio spirito divino. Numerosi animali erano perciò protetti e allevati dai sacerdoti, altri venivano invece sacrificati come offerte votive. Ad ogni dio era ricondotto un diverso animale: Bastet era la dea della bellezza e destinataria delle mummie di gatto, gli ibis erano dedicati a Thot, dio della scrittura e della saggezza, per Ra, dio del cielo, erano invece sacrificati rapaci dalle tinte dorate.

 

IMG_9628                                                                                         Resti di sarcofagi animali

 

Queste ed altre credenze millenarie oggi rivivono sotto i nostri occhi, proprio a pochi passi dalle Due Torri, a pochi passi dalla nostra quotidianità. Sarebbe davvero un peccato non darci nemmeno uno sguardo!

Ci raccontano di qualcosa che non c’è più, ma che affascina ancora, e molto.

 

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