Valis (Philip K. Dick)

Un’ulteriore ragione […] è poi da individuarsi nella paralisi cognitiva da cui furono colte le popolazioni amerindie, che si trovarono improvvisamente private della capacità di interpretare la parola divina e, come scrisse un testimone, “pensarono che gli dèi fossero divenuti muti o fossero morti”.

[…] Di fronte alla assoluta “diversità” degli spagnoli, essi si sentirono incapaci di assimilarli a uomini come loro e li credettero dèi. Credettero in una serie di funesti presagi che annunciavano il ritorno di Quetzalcoatl, il dio che sarebbe venuto a riprendersi il regno. E non trovarono nei loro “testi” sacri alcuna istruzione per reagire a quello che stava avvenendo. Così molti si uccisero o si lasciarono morire, andando ad accrescere il numero complessivo delle vittime. Altri ancora morirono di stenti o smisero di far figli, come racconta un altro testimone della conquista.

(Renata Ago, Vittorio Vidotto – Storia moderna, editori Laterza)

Coloro che soffrono di disturbi mentali non utilizzano il principio dell’economia scientifica: la teoria più semplice per spiegare un dato insieme di fatti. Si buttano sul barocco.

(Philip K. Dick – Valis)

Come iniziare un romanzo, grosso problema per lo scrittore, il lettore ma ancor di più per i personaggi del libro stesso. Murakami fa sì che i protagonisti delle sue storie siano stati spogliati degli affetti in case sempre più vuote: lentamente tutto muore attorno a loro. Condizione esistenziale propria dei personaggi di un altro scrittore visionario, Philip K. Dick. Valis, penultimo romanzo pubblicato in vita e primo capitolo della trilogia omonima, non è da meno. Ed è testamento per Dick, spirituale e allucinogeno. Romanzo esplosivo, oggetto di difficile se non impossibile catalogazione: l’autore, invischiato all’epoca nella palude mistica delle visioni religiose e nella dipendenza dalle droghe, rielabora i propri deliri scritti di getto nella cosiddetta “Esegesi” (quaderni di ottomila pagine pieni zeppi di farneticazioni complesse e strutturazioni religiose) e ciò che ne ricava è una storia evocativa, tormentata eppure piena di ironia e auto-ironia: ciò che rende Dick lontano da qualunque fanatismo, o dall’immagina tipica del guru sornione illuminatosi sotto qualche albero da raggi cosmici provenienti da chissà quale Dio, chissà quale pianeta.

Philip Dick (1928-1982)
Philip Dick (1928-1982)

Protagonista di Valis è tale Horselover Fat. Tutto comincia (o per meglio dire si avvia alla fine) quando l’amica di Fat, Gloria, decide di suicidarsi, lasciando Horselover in una depressione nera in seguito ai sensi di colpa. E sarà la depressione ad aggravare i sintomi già gravi di psicosi che peggiorano irreversibilmente, portandolo alla scrittura di frammenti religiosi tesi a svelare la Verità segreta del mondo e il ruolo predominante di Dio. Perché quando un raggio cosmico rosa colpisce Fat, questi come San Paolo ha una epifania che gli rivela la vera struttura del mondo; non solo, gli permette anche di diagnosticare in anticipo la malattia del figlio, salvandogli praticamente la vita.

Tanti eredi abbiamo visto affibbiare a Dostoevskij. Non scandalizzerà che qualcuno abbia proposto Dick quale suo discendente spirituale. Le carte in regola ce le ha: afflato religioso che sfocia nel misticismo ossessivo; la capacità di scavare la realtà cogliendone lati nascosti, nella smania rabbiosa di chi lucido in teoria non dovrebbe essere; e il tormento di Dio, naturalmente. Dick/Fat ne è ossessionato. E “Valis” funziona, poiché incrocio turbinoso di prospettive. Il protagonista è Fat, fin qui ci siamo. All’inizio il narratore sta scrivendo in terza persona, per poi dichiarare candidamente di essere Fat stesso a scrivere e a parlare di sé in termini spersonalizzanti, tanto per confonderci ancora di più. Il narratore continuerà quindi a parlare di Fat in terza persona, nella smania dissociativa che fa esplodere il racconto e che riguarda tutto il narrato: a volte si parla di Dio, a volte di dèi, a volte di semi-dèi, extraterrestri o uomini che contengono in sé divinità. È davvero una divina invasione, invasione di Dio, assedio inconcepibile di entità chiamate Dio, claustrofobia, angoscia e nausea divina. Ed è una lucida auto-analisi, per quanto poco chiara a Dick stesso, oltre che l’esorcismo di un periodo complicato della vita dello scrittore. D’altra parte Dick non rinuncia a prendersi in giro mettendo in gioco dal settimo capitolo anche sé stesso nel racconto, mentre il viaggio di Horselover Fat e della combriccola di amici bizzarri (altri direbbe perdenti) alla ricerca di Valis e della Divinità continua tra ricoveri in manicomio e inquietanti segnali: come quando Fat scandaglia l’ipotesi che l’universo sia razionale, ma Dio no.

Valis Philip Dick

Nietzsche, si sa, sosteneva la morte di Dio. Dick inscena la prospettiva angosciante della Sua follia.

“Dio può essere buono e terribile, non successivamente, ma nello stesso tempo. Per questo cerchiamo un mediatore fra noi e lui; ci avviciniamo a lui attraverso la mediazione del sacerdote, lo attenuiamo e lo recintiamo per mezzo dei sacramenti. È per la nostra sicurezza: intrappolarlo entro confini che lo rendono sicuro. Ma ora, come aveva visto Fat, Dio era fuggito dai confini e stava transustanziando il mondo; Dio si era liberato.

Il dolce canto del coro, ‘Amen, amen’, non è destinato a calmare la congregazione, ma a pacificare il dio.

Una volta che avete capito questo, siete penetrati nel cuore più segreto della religione. E la cosa peggiore è che il dio può proiettarsi dentro la congregazione, fino a trasformarsi nella congregazione. Voi adorate un dio, e lui vi ripaga impossessandosi di voi. Questo è chiamato enthousiasmòs in greco, letteralmente ‘essere posseduto dal dio’. Fra tutti gli dèi greci, quello che più facilmente lo faceva era Dioniso. E sfortunatamente, Dioniso era pazzo.

Detto in altri termini, se il vostro dio si impossessa di Voi è probabile che, non importa quale nome gli diate, sia in effetti una forma del dio pazzo Dioniso. Era anche il dio dell’intossicazione, che può significare, letteralmente, assumere tossine; ossia, assumere veleno. Il pericolo è lì.

Se vi rendete conto di questo, cercate di scappare. Ma se scappate, lui vi raggiunge lo stesso, poiché il semidio Pan era alla base del panico, che è l’incontenibile impulso a fuggire, e Pan è una sottoforma di Dioniso. Perciò, cercando di fuggire da Dioniso siete presi in ogni modo.

Scrivo questo, letteralmente, con mano pesante; sono così stanco che mi sento crollare. Ciò che è accaduto a Jonestown è stata la fuga di una folla in preda al panico, ispirata dal dio folle… panico che porta alla morte, l’esito logico della proiezione del dio folle.

Per loro non esisteva via di uscita. Dovete essere afferrati dal dio folle per comprendere questo: che una volta successo non c’è via d’uscita, poiché il dio folle è ovunque.

Non è ragionevole per novecento persone mettersi d’accordo per la propria morte e per la morte di bambini piccoli, ma il dio folle non è logico, non secondo il significato che diamo noi alla parola.

(Philip Dick – Valis)

Valis è un libro oscuro ma riuscito, sorretto dalla maturità stilistica dell’autore e dal salto in alto definitivo verso la trascendenza del genere sci-fi in un misticismo personale; ma è anche la prova salda di un autore che continua a naufragare nell’incertezza aggrappandosi alla ricerca del Santo Graal e scrive quasi in trance un romanzo che deriva da proprie esperienze incomprensibili, che in “Valis” ritroviamo – ovvero la celeberrima “luce rosa” che colpì Dick agli inizi del 1974 rivelandogli non solo la natura dell’universo ma anche la malattia del figlio.

L'autore e la luce rosa
L’autore e la luce rosa

Valis è un film misterioso che parla e cerca adepti al culto di Valis (che cos’è Valis, poi? Un satellite? Un segnale divino? Dio stesso?); il testo esegetico che Fat compone influenza la trama stessa, ed è il classico libro nel libro di cui ritroviamo solo dei frammenti – frammenti che peraltro Dick riprese dalla sua vera, mostruosa Esegesi, imbevuta di gnosticismo e che anticipa l’universo di Matrix di vent’anni successivo. La scrittura influenza la realtà, e viceversa. La naturale conseguenza di tutto questo è che nella trama di finzione trovi posto Philip Dick, il vero Scrittore, sulla falsariga di tanti illustri colleghi (dall’Osvaldo Soriano di “Triste, solitario y final”, allo Stephen King de “La Torre nera”, per dire).

Il viaggio folle, iniziatico e post-hippie di Fat e della sua congrega di sbandati sembra quella del Pynchon sixties, direttamente da Vineland o Vizio di Forma.

Valis Philip Dick

Dick era figlio della controcultura e acuto osservatore/ profeta dello sfascio cui erano andati incontro gli allora giovani hippy tra abuso di droghe, alcol, problemi sentimentali, di denaro, depressioni croniche. Il sottobosco di questo viaggio iniziatico continuerà con “Divina invasione” concludendosi con il postumo “La trasmigrazione di Timothy Archer”; on the road tragicomico e inquietante: tra rockstar fanatiche, preti maneschi, donne masochiste, psichiatri illuminati e il narratore inaffidabile, Horselover Fat (o magari qualcun altro) a ubriacarci di teorie e parole, sempre così vicino alla Verità che getterebbe luci sull’avvenire e ombre sul passato per poi smentirsi immediatamente e ricominciare la ricerca infinita del burattinaio supremo, del Messia e di tutto il resto, nella demonizzazione di Nixon (vero e proprio anticristo del malvagio “Impero” che dura da duemila anni), punto certo – negativo – di una realtà che non esiste più.

Valis è il naufragio di un autore che è andato oltre sé stesso, sacrificando a volte la qualità delle proprie opere: non è questo il caso.

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