Il 2016 è l’anno delle cifre importanti per molti artisti, sia a livello discografico sia per numero di candeline da spegnere sulla torta.
A ciò non fanno eccezione gli Après La Classe, gruppo made in Salento che festeggia col botto il ventesimo anniversario di carriera, sfornando un singolo dal ritmo nuovo e annunciando la nascita della loro settima creatura musicale nel 2017.

Impegnati in un tour estivo in giro per l’Italia e già pronti per un tour europeo in partenza il prossimo ottobre, li abbiamo raggiunti in una delle tappe nel Sud Italia e Valerio Combass, noto bassista della band, ci ha regalato una fresca quanto ricca intervista.

 

Ciao Valerio. Intanto, piacere di conoscerti. Partiamo dal vostro ultimo brano ‘El Presidente’.

“È innanzitutto un brano di denuncia soft, “col sorriso sulle labbra”, come amiamo definirlo. C’è qualcosa da dire, ma non col fucile spianato, c’è una denuncia che può essere applicata a diverse problematiche. El Presidente può essere ed è una figura fantomatica. Può essere incarnato da qualche presidente moderno che schiaccia il suo popolo, in senso figurato, una figura che opprime le menti delle persone che hanno qualcosa da dire, che farebbero qualcosa per cambiare il proprio Paese ma non riescono a farlo per colpa di queste figure di potere che vanno a togliere l’aria di questo tipo di persone dalle menti libere.
Non ce la sentivamo di localizzare El Presidente come figura ben precisa. Potrebbe essere perfettamente una storia italiana ma non lo è, non abbiamo voluto raccontare quello che succede in Italia, perché può essere una storia di diverse nazioni”.

 

https://youtu.be/UWUO2paOoao

 

 

È un singolo che esce a distanza di due anni dal vostro ultimo disco, ‘Riuscire a volare’. È in progetto un settimo album o è un singolo isolato, fine a se stesso?

“Assolutamente no, è in programma un settimo album e il suono del singolo la dice lunga su quello che poi sarà il prossimo disco. Ci sarà questa matrice latina, ritorneremo sui nostri passi patchanka, più calienti, e abbandoneremo per un po’ il cantautorale e l’elettronico degli ultimi due nostri dischi per tornare alle nostre sonorità più tipiche, quelle che alla fine ci hanno caratterizzato e ci hanno permesso di avere un pubblico vasto e farci conoscere in lungo e in largo per l’Italia. Riguardo alla sua uscita, crediamo possa uscire entro la metà del 2017”.

 

Quest’anno festeggiate i vostri primi 20 anni di carriera. Cosa è cambiato?

“Da quando abbiamo cominciato a suonare è cambiato tanto sotto molti aspetti, tanto nella vita quanto le menti stesse della band. Sono cambiati i dischi, che con diverse sonorità ci hanno regalato viaggi sonori e permesso di fare anche tour differenti toccando anche posti differenti, come l’America, la Polonia, la Svizzera e il Belgio. Sono stati vent’anni forti, insomma: non casualmente abbiamo voluto chiamare questo tour “Venti Forti TOUR 2016” sia in onore dei “venti anni forti” passati, sia per i “venti forti” che hanno caratterizzato questi anni, nei quali non sono mancati anche problemi.
È cambiato tanto in ognuno di noi, perché siamo passati dall’essere ragazzini spensierati all’essere padri di famiglia, e di conseguenza, nel frattempo, il nostro è passato dall’essere una passione e un sogno a essere un lavoro. Sono cambiate anche tante dinamiche di questo lavoro in Italia, insieme all’economia; è davvero complicato farlo, oggi come oggi, mentre era decisamente più semplice quando abbiamo cominciato a muovere i primi passi come progetto intorno agli anni 2000. È cambiato tantissimo, però il nostro filo conduttore resta ancora lo stesso, cioè la voglia incontenibile di portare in giro i nostri brani inserendo delle novità, degli stacchi, perché abbiamo sempre la stessa voglia di fare cose originali e che prima di tutto non annoino noi. Questa è una costante stupenda che ho notato sin dal primo momento: la voglia di avere come primo obiettivo, nonostante tutto, lo show e il pubblico. Quella è rimasta lì, come priorità assoluta”.

 

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Negli anni passati avete collaborato con artisti come Caparezza e Giuliano Sangiorgi. A livello musicale e artistico, quanto hanno influenzato la vostra carriera e il vostro modo di fare arte? 

“Quelli che hai citato sono tutte persone che ci sono state vicine nei momenti belli e in quelli di cambiamento, per questo siamo molto legati a loro da un punto di vista affettivo e personale, al di là dei loro numeri e della loro grandezza artistica. Sia Michele sia Giuliano, ad esempio, sono persone con cui siamo cresciuti assieme artisticamente, quindi è più una consacrazione di un’amicizia e di una stima reciproca che una dinamica lavorativa discografica. Molti potrebbero pensare il contrario, ma chi ci conosce veramente sa che quando, ad esempio, i Negramaro hanno iniziato a muovere i primi passi nei locali della provincia di Lecce davanti a un pubblico di poche persone, noi eravamo tra quelle. Lo stesso discorso vale per altre collaborazioni, tipo quelle con Terron Fabio e i Sud Sound System, ai quali siamo molto vicini come amici prima che come artisti. È chiaro che poi, essendo figure artistiche molto grandi, da loro abbiamo preso e portato a casa qualcosa che ci ha fatto crescere. Insomma, non abbiamo mai fatto featuring per portare a casa numeri e per approfittare della fama altrui in virtù di quello che sarebbe potuto succedere a livello mediatico, ma per una dinamica qualitativa della musica”.

 

Le nuove piattaforme musicali, tipo Deezer e Spotify, hanno influenzato in qualche modo un gruppo giovane come gli Après?

“Noi non abbiamo mai campato con le vendite discografiche. Chiaramente bisogna adeguarsi e apprezzare i cambiamenti e le evoluzioni nel proprio ambiente di lavoro, è innegabile che la discografia sia cambiata tantissimo e con essa i supporti. È bello dire, nel frattempo, che con l’avvento di Spotify o Deezer, il vinile, assurdo a dirsi, si è innalzato nella vendita in maniera esponenziale. Questo è un monito, perché fa capire che a chi consuma musica, cioè alla massa, non importa niente del supporto, ma ci sono sempre i veri cultori che comprano musica e più delle volte in vinile o su disco. Poi, alla fine la vendita del disco oggi è comandata soprattutto dai ragazzini, che crescendo assorbono di più e finché cercano di capire qual è il genere di musica che preferiscono hanno già comprato il disco, mentre chi compra il vinile pondera molto.
La cosa estremamente positiva delle piattaforme digitali, fra tutte, è invece il permetterti di scoprire e ascoltare realtà musicali nel giro di un’ora e con pochi euro. Con quel prezzo, invece, prima non compravi neanche un disco, che sì, rimane ancora oggi lì nella propria discografia, però si era più limitati nello scoprire altri progetti e altri generi.
Con i pro e i contro a me piace apprezzare tutto, piace molto il fatto che esistano queste piattaforme come affascina altrettanto il fatto che ci sia ancora in vendita il vinile. Creano una curiosa coesistenza”.

 

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Riguardo ai talent show, invece, qual è il tuo punto di vista da componente di una band che viene da un background diverso?

“Beh, parlando di vendita di musica non si può non parlare dei vari talent show, che io personalmente apprezzo per la loro rapidità e per il fatto che incanalino in un unico posto persone senza dubbio di vero talento e dal livello tecnico molto alto, che già solo questo meritano il massimo rispetto.
Io ringrazio i talent show, perché grazie a loro vediamo veri talenti ma anche chi è poco abituato a fare seri sacrifici e investire soldi per andare in giro anche in posti distanti da casa, poco disposti a fare una gavetta seria nei locali che, alla fine, fanno guadagnare loro giusto i soldi per coprire le spese del viaggio. Preferiscono il provino davanti alla telecamera, a mio parere, forse per paura di non essere capiti, forse per paura di investire e provare. Poi, non so, magari ci sono anche persone che coniugano entrambe le cose, utilizzano la visibilità senza abbandonare il loro approccio alla musica e il loro ambiente di provenienza.
Sono persone diverse e diversi approcci alla musica e al lavoro, alla costruzione di qualcosa, e chi sceglie una via relativamente più semplice si può assolvere solo per un motivo: in Italia i discografici sono scomparsi, almeno quelli delle major, anche se ci sono quelli di medie e piccole agenzie che si fanno il mazzo e tirano fuori della qualità allucinante. Quindi i ragazzi che vogliono impegnarsi discograficamente non pensano minimamente a fare un percorso alternativo ma optano per il provino nel talent.
Io naturalmente preferisco la strada un po’ più tortuosa, quella che in cambio di sudore e sacrifici dopo anni dà un pubblico più elastico e maggiormente disposto all’ascolto e al cambiamento. Poi, questa opzione crea sicuramente uno spirito e rapporto diverso gli altri componenti della band, più sincero e più vero, mentre il talent tende un po’ a generare dei preconfezionati, con una tale immagine da tenere davanti alla telecamera e anche una certa difficoltà nel farlo”.

 

Un’ultima domanda: come vi considerate voi Après nel panorama musicale italiano?

“Noi non ci siamo mai etichettati come gruppo. Ci sentiamo un gruppo a tratti molto pop, però in un Paese esterofilo come l’Italia è normale che si cerchi di etichettare un gruppo o un artista in base a quello che si vede da fuori; quindi, quando non trova riscontro in ambito nostrano usa aggettivi come ‘indie’ e ‘alternativo’. Due cose che noi non siamo per niente, altrimenti non avremmo fatto ‘Paris’ né ‘Mammalitaliani’. Questi, come anche la palesemente pop ‘Ricominciamo’, sono pezzi che un gruppo indie non avrebbe mai fatto”.

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