Pietro ha sedici anni e vive a Roma, porta sulle spalle la sua amata chitarra e la consueta riluttanza verso la scuola. Nei temi dell’infanzia scriveva di essere nato a Sarajevo, per caso. Chiama Gemma mamma e Giuliano papà. Si arrabbia con la madre quando lei chiama papà quell’uomo ritratto nella fotografia appesa al frigo. Diego, il suo vero padre, a lui sconosciuto.

Diego, Sarajevo e la guerra sono per lui parole vuote che si rifiuta di riempiere. Finché il destino, sotto le mentite spoglie di Gojko bussa di nuovo alla porta di Gemma e Pietro e li convince a tornare, insieme, a Sarajevo per una mostra fotografica. Il viaggio nella capitale bosniaca dà l’occasione a Gemma di immergersi nei suoi ricordi, addentrandosi nelle stanze più felici e poi tristi della sua memoria.
La Mazzantini lancia i dadi della storia e la sviluppa su piani temporali differenti, intrecciandoli continuamente tra loro e col presente.
Sfogliando le pagine si viene catapultati nella Sarajevo del 1984, nel clima gioioso delle Olimpiadi invernali. Qui, una Gemma tesista incontra Gojko, poeta un po’ santo e un po’ diavolo che, tra un affare losco e l’altro, le fa da guida e da autista. È proprio Gojko a presentarle Diego, un giovane e squattrinato fotografo di Genova che si innamora istantaneamente di lei. Gemma resiste alle avances di Gojko, ma non a quelle di Diego. Tuttavia, dopo aver passato la notte con il fotografo decide di fare ritorno a Roma per sposarsi. La monotonia e il ricordo di Diego si insinuano facilmente nelle insicurezze della donna, portandola al divorzio e infine all’accettazione dell’amore per il giovane. Inizia così la storia tra Gemma e Diego, seguita a distanza e con un pizzico di gelosia da Gojko, ma ben presto tormentata dalla quotidianità e dalla necessità di sicurezze. Una serie di aborti, di ovuli ciechi, portano alla scoperta dell’infertilità di Gemma. L’assenza di un bambino diviene la presenza predominante nella vita della Welcome to Sarajevocoppia.
L’entusiasmo e la passione tra i due si scontrano violentemente con la burocrazia e i relativi divieti. La lunga trafila si protrae fino al secondo piano temporale, nel 1992 in una Sarajevo sotto assedio. Gemma e Diego vi fanno ritorno in cerca di una cicogna, in termini moderni: una madre surrogata. Per una coppia che vuole far nascere una nuova vita dall’amore, vi sono migliaia di soldati pronti a seminare morte in tutta la città. La guerra diviene protagonista di ogni singola pagina del romanzo, ferendo fisicamente e moralmente tutti i personaggi. Alla prova con il male più grande, ognuno di essi mostrerà il suo vero essere, lasciando al lettore una storia priva di eroi ma ricca di umanità.
Gemma ripartirà da Sarajevo stringendo a sé Pietro, tanto desiderato e finalmente venuto al mondo, lasciando però nella capitale bosniaca il suo grande amore Diego.
Scritto nel 2008, Venuto al mondo è per questo esente da ogni possibile strumentalizzazione nell’attuale tema della maternità surrogata. Nel racconto melodrammatico delle vicende dei protagonisti, non vi è spazio per un giudizio da parte della scrittrice e tantomeno da parte del lettore. È tuttavia Pietro, ignaro di tutte le peripezie antecedenti alla sua nascita, ad essere il filo conduttore di tutta la narrazione. La sua vita è ricercata, bramata, combattuta e infine ottenuta da Gemma. Non manca un pizzico di egoismo nella sua ricerca, ma al lettore sarà facile perdonare la donna, comprendendo la profonda sofferenza di un ventre freddo. Sarà ben più difficile comprendere, nonostante la magistrale descrizione della scrittrice, le ragioni di una guerra civile così vicina nel tempo e nello spazio. Ancor di più rimane difficile giustificare l’indifferenza della placida Europa di fronte ad una simile barbarie e la sua successiva eliminazione dalla memoria collettiva.
Si legge l’ultima pagina con un senso di vuoto e un sapore amaro in bocca. Una strana sensazione, che solo un poeta come Gojko può spiegare a parole: “È stato più facile correre sotto le granate, che camminare sopra le macerie”.

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