VIA PIETRALATA 75, PARIS DABAR, IL TEMPO CHE SI FERMA.

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« Il film racconta una strada e i personaggi che la percorrono e la vivono quotidianamente. Una strada storicamente popolare più o meno nel cuore di una città: in ogni centro urbano esiste un posto del genere, una specie di frontiera anarchica che resiste senza fare barricate, vissuta da persone all’apparenza singolari ma che di fatto stanno lì come chiunque altrove. La gara alcolica è stata un’idea per raccontarli, un pretesto che ha messo tutti d’accordo. Così ho deciso di fare il film. »

Via Pietralata 75, l’indirizzo del primo appartamento della mia carriera universitaria. Le prime 4 mura dove le mie aspettative sono diventate, pian piano, concrete. Non posso negare di essere stata una matricola spaventata, come non posso negare di covare un’immensa nostalgia di quel piccolo nido. La mia stanza, dove c’era il primo letto a castello matrimoniale che avessi mai visto, aveva due finestre. C’erano i doppi vetri, belli spessi, per attutire la caciara di via del Pratello. La particolarità era proprio questa: una finestra affacciata su via Pietralata e l’altra su via del Pratello. Quelle due mura della mia stanza sono state l’angolo sotto il quale ho sentito centinaia di persone darsi appuntamento.

Lì, proprio davanti, c’è il Barazzo. Ci ho visto riporre tante speranze, tante lacrime, tanti litigi, tanto cibo (già mangiato) e tanti bicchieri. La mia stanza era una sala del cinema e la finestra il grande schermo. Ogni sera c’era un film muto diverso, una storia d’amore, di litigio o una festa di laurea, di compleanno. La mia fantasia era il copione dei protagonisti. Era bello essere la vicina di casa del grande e compianto Roberto Mastai, sentire Geremia alle 9 di mattina con i Pink Floyd, chiedersi “chissà chi ha sculacciato la Contessa” ad ogni urlo, aver visto Freak Antoni qualche mese prima che ci lasciasse.

Ero consapevole di vivere in una strada consumata, vissuta da altri prima di me già fino all’osso. Nonostante la grande storia di cui anche tutt’ora è impregnato il Pratello, avevo bisogno di rendermi conto di chi fossero queste persone. Volevo poter toccare con le mie mani e con i miei piedi gli stessi muri e gli stessi marciapiedi. Volevo poter stringere tra le mani lo stesso bicchiere, per bere la stessa birra. Volevo sentirmi in qualche modo parte di un passato decantato glorioso.

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Ne ho visti molti di film su Bologna, su via del Pratello. Lavorare con lentezza è un cult, uno dei più famosi. Eppure, su Youtube, la svolta: Paris Dabar. Il merito è di Paolo Angelini, un docente dell’Università di Bologna, presso la scuola di Lettere e Beni Culturali. Se sei uno studente della magistrale in Cinema, Televisione e Produzione Multimediale conoscerai almeno uno di questi due imperdibili corsi: elementi di regia audiovisiva ed elementi di sceneggiatura. Regista, sceneggiatore e produttore cinematografico di cinema narrativo e documentari. Senza sminuirne la bravura, potrei definirlo un regista “a portata di mano”.

«Avendo vissuto lì conoscevo tanta gente, frequentavo il bar che allora era un bar di vecchi, di matti, perché c’era il manicomio, avanzi di galera, c’era di tutto insomma… Era anche la via delle prostitute e dopo dei trans… Insomma il Pratello era un posto meraviglioso e quindi avevo deciso di farci un film. »

La trama è particolarmente goliardica: circa quaranta persone si sfidano in una gara alcolica, che prevede quattro tappe. Ad ogni tappa, cioè ad ogni bar, i bicchieri bevuti valgono un tot di punti. Teoricamente il vincitore sarebbe colui che totalizza il punteggio più alto, la verità è che l’unico valoroso bevitore sarà colui che riuscirà a non sopperire ai fumi di fiumi di alcool. Ti emozioni a vedere i “tuoi” locali lì, sullo schermo. Come una fotografia immortala il momento, Paris Dabar è il ritratto di un Pratello che si rinnova, ma non cambia mai. Il bar de’ Marchi di piazza San Francesco, il Piratello, il Capitano Achab, il Cafè des artistes e la sede di Radio Kappa. Io conoscevo solo il de’ Marchi e il Piratello. Proverete una sensazione strana quando vi prenderete un caffè sui loro banconi, dopo aver visto Paris Dabar, ovviamente.

Ispiratosi a Non si uccidono così anche i cavalli? di Sidney Pollack (1969), Angelini ci fa sapere che questa gara etilica è “un pretesto usato dai personaggi per riflettere su se stessi, senza però arrivare a risposte definitive”. Del resto, c’è chi beve per dimenticare e chi per festeggiare, ma cambiando l’ordine degli addendi il risultato non cambia: blackout. Nonostante la maggior parte siano alle prime armi, sono tutti grandi attori, grandi personaggi: Osvaldo Caracciolo (attivista politico), Pappa (Roberto Bozzetti, dj), il Trippo (Guido Cristini, co-sceneggiatore del film), Zani e Mario (rispettivamente artista e poeta). Sono tanti i personaggi, gli stessi passanti, ma i fantastici 5 sono il fiore all’occhiello. Ognuno di loro ha una personalità a suo modo eccezionale, unica, fuori dal comune. Il Pratello, visto da fuori, è la culla della follia; se varchi in confine, ti accorgi che tutto è normale, al suo posto.

Non è un capolavoro cinematografico, certo. Le riprese non sono perfette, va bene. I colori sgranati però sono in linea con la ricerca della propria anima da parte dei protagonisti. Il fascino di via del Pratello non è fatto solo dai colori, dai portici, dall’intimità che essa stessa trasmette. Sono coloro che ci vivono a renderlo il posto fantastico che è. Sapete, dovermi trasferire alla fine del primo anno è stata una piccola delusione. Avevo la fortuna di abitare in un posto importante che ha curato la mia solitudine e il mio senso di impotenza nei confronti della vita. Ecco, avevo il piacere di vivere dentro ad una Paris Dabar del futuro, traslata di qualche anno. Il Pratello è così, è proprio vero che il tempo si ferma. Ogni volta che supero il limite e attraverso il semaforo mi accorgo che Paris Dabar non è mai finita.

Clicca su Paris Dabar per vedere la versione originale su youtube.