Viaggio al termine della Polonia

Sono andato in viaggio con mio padre e i suoi amici la stessa estate in cui mi sono laureato per la prima volta. Quando mi propose di andare con lui, per un giro di una settimana in Polonia, insieme ai suoi due amici di sempre, ho accettato subito, non ben consapevole di ciò a cui andavo incontro. Non sapevo che avrei scoperto due cose: che la Polonia è una terra straordinaria, e che viaggiare con mio padre sarebbe stato molto meglio di quanto avevo creduto.

Ci sono alcuni eventi nella vita di un uomo che lo rendono più forte e più in armonia con se stesso. Era il filosofo americano Robert Nozick a insistere sul fatto che per raggiungere una completezza esistenziale bisogna farsi carico di chi ci ha messo al mondo e diventare genitori dei propri genitori. Non lo sono diventato col mio viaggio in Polonia, ma sicuramente è un tassello di un mosaico vibratile e in espansione continua che spero un giorno possa essere finito. Non so quanto si possa perfezionarlo, e quante occasioni la vita mi concederà, come me ne ha concesse il giorno in cui sono andato a Varsavia con lui. Probabilmente poche altre, ma era una strada che prima non ritenevo percorribile. Un concetto distante, trovato in un singolare testo filosofico del nostro tempo.

Ho deciso di cominciare quello che vuole essere solo un resoconto di viaggio perché non si porta a termine un viaggio se non si è imparato qualcosa di noi stessi. Sottinteso, qualcosa di cruciale. Eppure, il viaggio è un’esperienza unica proprio perché si impara a ogni livello dell’esperienza. E io che sapevo poco o nulla (qualcosa di storia polacca dai miei studi collaterali di letteratura russa) ho avuto modo di apprendere davvero un numero di informazioni e suggestioni che sarebbe impossibile riportare per intero. Dividerò dunque in tappe il mio road trip per la terra spartita, e partirò oggi con la prima: Warszawa, la capitale.

Nowy Swyat, una delle vie del centro
Nowy Swyat, una delle vie del centro

Arriviamo all’aeroporto militare di Modlin, immerso in un verde sterminato, silenzioso e ventoso. Vengo interrogato subito, “per la barba” dice mio padre. Probabilmente è vero. Il soldato che mi pone le domande è forse l’unico polacco di questo viaggio che non si stupisce quando viene a sapere che non toccheremo Cracovia. Il resto dei polacchi più che stupirsi, si è infastidito. Una volta giunti al Quartiere Commerciale, stipato di altissimi grattacieli di hotel, Coca-Cola, LG e vari altri conglomerati capitalistici, mi accorgo di due cose: Varsavia è una città che vuole (o deve) essere occidentale. Non capivo niente di ciò che era scritto in giro. Questo potrà sembrare banale, ma sono abituato a parlare con gente che non viaggia. Se siete a Parigi o Londra, bene o male, capite cosa vi circonda. Se in una città europea l’unica cosa che capite è “Coca-Cola”, c’è un problema. Per fortuna il Quartiere Commerciale è un importantissimo punto di snodo della città: la stazione dei treni è il suo cuore, il treno da Modlin giunge lì, e una fitta rete di autobus vi collega con la città vecchia e la città nuova. Noi preferiamo il taxi, e questo è un altro dei vantaggi del viaggiare con gli adulti.

La bellezza del Sofitel è la vista sulla piazza dedicata a Giovanni Paolo II
La bellezza del Sofitel è la vista sulla piazza dedicata a Giovanni Paolo II

Andiamo subito alla città vecchia, che sembra un delizioso borgo medievale. Una delle caratteristiche di questa città stratificata è che non hai mai ben chiaro quanto sia spaziosa. Se il Quartiere Commerciale ne restituisce un immaginario newyorkese in versione sovietica, la città vecchia somiglia più alla versione fiamminga di Bologna. Ma la città nuova invece ricorda i viali di Parigi. La periferia, che accuratamente scegliamo di visitare per un principio turistico di completezza, ricorda solamente la povertà e la distruzione di una guerra mondiale. La gente non è dissimile a noi, nella costituzione sociale: enormi sacerdoti con abiti neri e stole verdissime, che chiacchierano con i fedeli nell’Arcicattedrale, donne e uomini giovani con due bambini di cui uno nel passeggino. Donne bellissime e uomini brutti, come il cliché impone. Nelle chiese non si rappresenta il sacro più della politica, in Polonia fortemente ancorata al compromesso ecclesiale. L’Arcicattedrale è un pantheon nazionalista di bandiere e foto di presidenti e cardinali.

L'entrata del Parco Ogròd, con il monumento ai caduti della II Guerra Mondiale
L’entrata del Parco Ogròd, con il monumento ai caduti della II Guerra Mondiale

Il costo della vita è ovviamente più basso. Mangiamo bene (personalmente adoro la cucina nordica, benché meno creativa di quella mediterranea), alloggiamo per trenta euro a notte in un hotel a quattro stelle francese e i taxi esibiscono richieste ridicole, anche per lunghe tratte. E poi giriamo instancabilmente, anche se la media di età è sessant’anni. Non posso fare a meno di pensare a cosa farei con i miei amici: Varsavia ha uno spirito romantico, ma i bistrot nelle piazze del centro, lo splendido parco Ogròd (e gli annessi concerti di Chopin e Mozart), la grande piazza del Sofitel richiamano la nostalgia per amici un po’ bevuti ed eleganti (cit.).

Vedere i nomi di alcuni eroi nazionali che ricordo dagli studi di storia europea, Poniatowski, Adam Mickiewicz, Marie Curie mi fa rimpiangere di essere così ignorante in materia di cultura nazionale polacca. Mi riprometto di rimediare e vado avanti a fare foto e mangiare i frutti di bosco che le bancarelle propongono ad ogni passo. Tutto ciò che riguarda l’area alimentare boschiva, comprese le ciliegie della Slesia, le migliori al mondo, abbonda in Polonia, e in generale al Nord.

Nel complesso Varsavia si gira bene anche in tre giorni. Ovviamente a marce forzate. Ma è una città pacifica e ricostruita, e forse non merita l’attenzione che altre capitali europee impongono. Il Nord (che ho conosciuto in vari punti) mi ha sempre dato l’impressione di pace e silenzio, e i film di Kaurismaki e del grande cinema polacco non mi smentiscono. L’ultima mattina, prima di continuare il viaggio a Danzica, accade però qualcosa di speciale. Io e mio padre (gli altri ci abbandonano per vedere cose di maggiore gradimento) decidiamo di abbordare il monumento che più mi ha colpito dall’inizio. Si tratta di una costruzione che è impossibile non vedere, il Palazzo della Cultura. Dono di amicizia di Stalin, è il palazzo più alto della Polonia, e ne rappresenta plasticamente l’egomania. I nativi dicono che vale la pena salirci perché è la vista più bella della città: e lo è “perché è l’unico punto della città da cui non si vede il Palazzo della Cultura”. Ogni considerazione ulteriore è superflua. Stiamo per avventurarci in un pezzo di storia controversa, e la curiosità si fa più acuta.

Il Palazzo della Cultura e della Scienza, donato da Stalin alla nazione polacca
Il Palazzo della Cultura e della Scienza, donato da Stalin alla nazione polacca

Entriamo io e mio padre e ci impongono una guida per visitare alcune aree del Palazzo. L’idea di gironzolarci dentro mi ricorda lo spettro di Moro evocato dalla scrittura sciasciana, un fantasma che si aggira nelle stanze vuote del Palazzo del Potere italiano. Ma qui siamo in un Altrove sovietico, “tutta un’altra storia” mi dico tra me e me. La guida è un ragazzo che non mi sembra molto più grande di me. Alto, vestito in modo sportivo, con un paio di converse rosse sgargianti, una t-shirt bianca e i jeans. L’accento inglese è marcatamente indigeno, ma la parlata è fluente e precisa, non solo di chi ha imparato a memoria un copione, ma anche di chi si muove a suo agio in un posto che conosce a fondo. Mio padre ci segue in silenzio, commentando piano in italiano quando qualcosa è degna di nota. Io e il ragazzo andiamo spontaneamente d’accordo, anche se mi trovo in difficoltà a interloquire in inglese. Le stanze visitabili non sono tante, ma significative. Partiamo da un piccolo salotto, con poltrone su cui è possibile sedere, per sentirvi il respiro della Storia: molti capi del comunismo russo e polacco si sono seduti lì, e il giudizio è inequivocabile: “criminals”. Passiamo per varie stanze e il ragazzo ci dice che è possibile prendere a noleggio certe aree per 40.000 euro, e poi curiosamente ci chiede se pensiamo che siano pochi. Deve avere in qualche modo sopravvalutato le nostre finanze, quindi gli rispondiamo che sono tantissimi, o comunque al di là delle nostre finanze. Entriamo in un grande auditorium rosso e naftalinico, la sede dei Congressi. Ci informa che per far esibire Eric Clapton elimineranno intere file della platea. E’ un modo sottinteso per far capire che la Polonia va avanti, e che la Storia, specie quella dolorosa, si può modificare per fini più ameni. D’altronde non siamo esattamente in un museo. E’ un rimasuglio del Passato, una creatura culturale e politica difficile da gestire. Mentre vaghiamo per stanze di ogni forma, colore e dimensione parliamo delle politiche dei rispettivi paesi. Un po’ per cliché, il discorso va a finire sulla mafia e io butto con noncuranza l’idea che le organizzazioni criminali per molti anni e forse ancora oggi esistano per accordi con lo Stato italiano, accordi di garanzia sul controllo di territori difficili. A dir poco sconcertato, mi parla invece di Donald Tusk, e si dimostra scettico sul suo operato. Gli dico che comunque mi è sembrato che il Paese sia giovane, con molte famiglie, e che tutto sia in ripresa. Ribatte che in realtà le giovani coppie non possono permettersi più di un figlio, e già mantenere quello è difficile. La ripresa è apparente, ma non mi sembra nemmeno troppo negativo a riguardo. E’ però favorevole alla decisione del governo di legarsi all’area filo-americana. Arriviamo nell’ultima stanza, una piccola sala conferenze con delle cabine dietro le file. Mi fa notare che le cabine, adibite ai traduttori dal russo, hanno delle aperture in alto, “perché tutti dovevano poter fumare”. Inoltre mi fa sedere sulle grandi sedie dei parlamentari polacchi. Sono rigide, con schienali durissimi e forzatamente verticali. Ma soprattutto mi accorgo subito che gli scranni sono pressoché inamovibili, per il peso. Sollecitato a dare una risposta, azzardo che dovesse acuire il senso di costrizione psicologica di fronte ai diplomatici russi. Annuisce, e aggiunge sorridendo “crazy, crazy times”. Mentre usciamo mi dice che se ci ha chiesto se 40.000 euro fossero tanti per il noleggio di una sala, è perché, in occasione degli Europei del 2012, Abramovich ne aveva spesi 5 milioni per l’intero palazzo. Questo per vedere le partite all’ultimo piano, dove aveva fatto installare un maxischermo. Non solo: mi mostra dallo smartphone le immagini del nightclub che aveva allestito per il post-partita. Attraverso un viaggio vieni a scoprire anche queste cose.

E’ il momento di prendere l’ascensore e salutarlo. Mi sento in dovere di chiedergli un po’ della sua vita: scopro che ha la mia età, è in dirittura di arrivo per la triennale in Ingegneria gestionale, ma che già, grazie ai contributi dell’UE, dirige una società che ha ottenuto l’appalto per la gestione turistica del Palazzo. Con malcelato orgoglio mi mostra il tesserino con il logo dell’azienda e dice “I’m a student, but I’m also a businessman”. Io mi sento inevitabilmente a disagio a pensare alla mia di esistenza, tutta consumo e intrattenimento. Mi chiede che città visiteremo: ammetto le mie colpe dicendo che prenderemo un treno per Danzica nel pomeriggio. Si fa assicurare che visiteremo Cracovia, ma mi dice di aver apprezzato la mia conoscenza degli umanisti del suo Paese (che a dire la verità conosco poco o per niente, ma non credo sia abituato a turisti che dimostrino di avere familiare il nome di Adam Mickiewicz, quindi gli lascio questo momento di soddisfazione personale). Nell’attesa di salutarci per sempre gli faccio l’ultima domanda: se pensa che il Palazzo abbia comunque il valore di un “dono”, indipendentemente da dove proviene. Incerto, mi risponde che, per quanto costituisca una risorsa della città, e soprattutto per lui, il Palazzo è troppo costoso da mantenere, nonostante dentro vi sia di tutto: due piscine olimpioniche, alcune università private e ovviamente il museo e la vista. Quando saliamo su in alto la Polonia ci si presenta come uno spazio infinito, brulicante di vita e di giovani persone come lui che la stanno vivendo. “Tutta un’altra storia”, mi dico tra me. E si continua il viaggio.

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