Viaggio al termine della Polonia – II parte

Da Varsavia prendiamo un treno che ci porterà di lì a quattro ore in terra tedesca. O meglio, ciò che una volta era Germania. Se politicamente oggi si chiama Polonia, il voivodato di Danzica (oggi, “della Pomerania”) ha tutto il sembiante di una colonia germanica. Al limite, fiamminga, ma non di certo polacca. Comincio a capire perché tutti insistessero tanto a indicarci Cracovia come meta privilegiata. In generale, molti sono sorpresi quando apprendono che il nostro è un viaggio di piacere, come se passare le vacanze in Polonia fosse una cosa molto strana. Io sono già affascinato da questa piccola cittadina, una versione nordica della mia Bologna. Per quanto ogni centimetro della Polonia sia ricostruito in seguito ai bombardamenti, la caratteristica che salta all’occhio subito è che la ricostruzione sia avvenuta in modo esattamente identico a come doveva apparire prima del conflitto.

Panoramica di Danzica
Panoramica di Danzica

Se possibile Danzica (Gdansk) è ancora più economica di Varsavia: l’hotel ci costa 20 euro a notte, ma la camera è enorme e ci ricorda quei deliziosi interni fiamminghi dei quadri del Cinquecento, e una cena di pesce che da noi richiederebbe la donazione di un rene arriva a spillarci solo 12 euro. I sapori del nord, l’ho già detto, vanno dal mare al bosco, ogni piatto è accompagnato da marmellate, miele e frutti di bosco, indipendentemente da cosa si ordini, e le birre le portano senza che si debbano richiedere. La vodka è una gioia per il palato. Ho ancora negli occhi i colori dei paesaggi che guardavo dal finestrino del treno, un mezzo di trasporto che, specialmente in questi luoghi vulnerati dalla Storia, si porta dietro un carico di enorme malinconia. Boschi e pianure sterminate, gelide, violacee, con un cielo che va oltre la tavolozza di colori a cui sono abituato. Non credo sia un caso che gli scenari fantasy migliori siano stati ideati dagli scrittori del nord. Per non ascoltare nient’altro che i miei pensieri, accompagno lo spettacolo della natura alle musiche di Chopin e dei Sigur Rós.

Danzica è una città diversissima da Varsavia: se questa è Milano, quella è Bologna. Un microclima ventoso e pungente, freschissimo, pieno di luce e di brusio, mi dà l’impressione che qui si possa sviluppare solo un’attività mercantile. E invece proprio Danzica ha avuto un nobel, morto di recente, come Gunther Grass. Non solo: entriamo nella Dwór Artusa, una sorta di palazzo comunale (la casa di Re Artù, dove vediamo molte, tipiche, tavole rotonde), in cui ci sono foto di Hitler che festeggia la presa della città. Un altro monumento della storia e, soprattutto, del potere. Passiamo per mille stradine, vediamo un grazioso Nettuno, e l’impressione di stare in una Bologna olandese si rafforza. Nelle chiese (tutte rigorosamente imbiancate dai Protestanti), gli altari sono alti, stretti e con quella caratteristica forma a guglia che è la stessa delle case. Un approccio prosaico alla spiritualità, ben lontano dalla trascendenza barocca a cui siamo abituati. Ci avventuriamo per questa cittadella quieta e profumata con mezzi pubblici che sembrano prodotti dalla mente di Swift, attraverso l’imponente Parco Oliwa, scelto dalle spose per i book fotografici e per la vicinanza con l’omonima cattedrale, in cui assistiamo a un concerto d’organo.

Nei centri commerciali si sentono le musiche dei Simon&Garfunkel, e il mito della città è il selenografo Johannes Hevelius, segno della libertà dal controriformismo cattolico di cui godevano queste terre. Mentre ancora vaghiamo per una città molto più grande di quello che sembra, rifletto su due immagini femminili che ho notato durante il viaggio: i manichini con le donne incinte, e una ragazza che alle 17.00 prega da sola in una chiesa, e che mi sembra addolorata per qualcosa. Tra le donne polacche serpeggia una grande devozione, non necessariamente in contrasto con un’analoga secolarizzazione. Come si può capire, anche io mi modifico nel giro di pochi giorni, le mie annotazioni si fanno più rapsodiche, episodiche e sbozzate: ripercorro la mia scrittura di già due anni fa, e vedo tante note che fatico a ricollocare all’interno dell’idea che ho del viaggio che ho compiuto. Una nota sull’Ariodante di Handel, che avevo ascoltato con mio padre alla tv della camera, una citazione in latino (omnis vita sapientis meditatio est mortis), vista probabilmente su una tomba di una chiesa, una citazione da un libro che sto leggendo (Sulla Prospettiva Nevskij tutto contribuisce a fondere il potere della forza e il potere della debolezza), mi annoto che ogni edificio ricostruito porta il contributo del Rotary Club, e che su ogni loro targhetta, o in generale su ogni cartello turistico, c’è la scrittura braille. Mi segno brani di conversazione tra mio padre e i suoi compagni di viaggio, che parlano di tutto: dei loro amici rimasti a casa che hanno smesso inspiegabilmente di dipingere, di persone del loro passato, ormai morte, di aneddoti divertenti e significativi che chissà quante volte hanno già ripetuto, di storie politiche, di affari della regione, e capisco che una microstoria può essere interessante e didattica quanto una storia nazionale. Se non, forse, di più. Osservo un custode di una chiesa e mi annoto: “Il mondo è pieno di custodi che non fanno niente tutto il giorno”.

Un tramonto sui Laghi Masuri
Un tramonto sui Laghi Masuri

E’ ora di ripartire di nuovo, e dopo treni, aerei, taxi e autobus, passiamo alla macchina. Dobbiamo avventurarci nella natura selvaggia della parte più orientale della Polonia: la Masuria. Prendiamo a noleggio un’automobile nuovissima e ci spostiamo con l’ausilio delle cartine. La Masuria è spopolata, le strade infinite si estendono in mezzo a campi coltivati e case coloniche sperdute. I colori si fanno ancora più vivi e intensi. Nella velocità delle ruote osservo i panorami e vengo colpito da piccoli ritratti di vita premoderna: ragazzi che colgono mele sugli alberi, un autostoppista che regge un cartello con su scritto SCECZIN (Stettino), alterno i miei occhi alle righe nere di un racconto di Gogol’ (La Prospettiva Nevskij può definirsi una capitale che cammina), i polacchi che incontriamo sono sempre più chiusi e freddi (ma non scortesi), e io comincio a provare un senso di noia profonda, sono senza contatti amici, senza sigarette, internet e divertimento. Ma fa parte del viaggio, e si deve andare avanti. Pranziamo in piccoli ristoranti caserecci, dove non si superano i cinque euro, e le cameriere sono ragazze della mia età con una luce diversa negli occhi. Siamo sul Baltico, di fianco alla Russia, e il mare si confonde con gli sterminati Laghi Masuri, teatri di un’importante battaglia della Prima Guerra Mondiale, sul fronte orientale. Ascolto i Beirut e continuo a tingermi gli occhi dei paesaggi contadini di questi luoghi. Ci fermiamo in moltissime anonime cittadine, non più grandi di un qualunque quartiere di Bologna. Il nostro Cicerone ci spiega che vedere un Paese significa vedere non solo le perle, ma anche i posti sconosciuti e non ricordati dalle guide. Eppure ha un suo senso: ti fermi in un posto qualunque e ti ritrovi in una pittoresca roccaforte teutonica, dove svettano torri circondate da corvi in volo (il che mi ricorda molti versi di Rilke), e dove i parchi impeccabili ospitano i busti di Fryderyk Chopin. Mangiamo solo piatti polacchi: zuppe, i tipici pierogi (tortelloni ripieni), carne di anatra, porco, coniglio e pollo, e pesce, specialmente salmone. Mentre il viaggio prosegue vediamo scorazzare i Tarpan, i cavalli selvaggi euroasiatici, e su ogni palo della luce c’è un enorme nido di cicogne. Vedi la gente lavorare nei campi, i boscaioli e le ragazze entrare nelle chiese.

Castello di Malbork
Castello di Malbork

Le due attrazioni principali sono il castello di Malbork, un gigantesco complesso quasi interamente ricostruito, protetto dai maschi imponenti, patrimonio dell’UNESCO. Importanti famiglie dell’aristocrazia templare lo hanno abitato, prima che l’Ordine venisse disperso. Ci mettiamo un pomeriggio, ma è un’esperienza unica nel suo genere. La seconda visita è ancora più particolare: si tratta della Tana del Lupo (Wolffsschanze). Per chi non lo sapesse, è l’insieme di bunker, circondati da una foresta orribile e minacciosa, che l’Alto Comando Nazista scelse per seguire le operazioni belliche in Russia prima della disastrosa fine della Seconda Guerra Mondiale. I bunker sono dilaniati dalla dinamite, quando i gerarchi, ormai consci della disfatta, fecero saltare in aria tutto per non lasciare prove. Molte delle zone sono inaccessibili per il pericolo delle mine. Si possono vedere molte camionette e artiglieria pesante dell’esercito nazionalsocialista, ma senza fare foto. Lo “staff” dell’attrazione mi appare palesemente e nostalgicamente schierato. E’ persino possibile sparare al poligono con armi d’epoca. E’ uno scenario tetro, ma storicamente significativo: proprio qui fu compiuto il fallito tentativo di uccidere Hitler, immortalato dal film “Operazione Valchiria” di Bryan Singer, con Tom Cruise.

Uno dei bunker dei gerarchi nazisti nella Tana del Lupo
Uno dei bunker dei gerarchi nazisti nella Tana del Lupo

Torniamo verso Varsavia, passando per Olsztyn, la capitale della Masuria, ma non ci fermiamo. Siamo diretti a Toruń, l’ultima tappa del nostro viaggio. E’ una città universitaria (convenzionata col progetto Erasmus, molti bolognesi la conosceranno), storica e artistica. Città natale di Copernico (che studiò anche a Bologna), madre di numerosi monumenti UNESCO, e di enormi cattedrali palesemente costruite ad maiorem gloriam Dei, con viste mozzafiato dalle alture, e una vita brulicante che non ha nulla a che fare con le solitudini spaziali della Pomerania.

La statua di Copernico nella piazza di Torun
La statua di Copernico nella piazza di Torun

Ci fermiamo per l’ultima notte e per l’ultima cena nella Contea di Polk. Ridiamo e scherziamo e gli amici un po’ bevuti che avevo auspicato sembrano proprio loro, solo quarant’anni più tardi. Mi sembra di vivere me stesso in un futuro che in qualche modo spero che accada, quando sarò un uomo fatto e compiuto come mio padre e i suoi amici. Ascolto uno di loro rievocare l’ennesima storia divertente del passato e concludere così: “si può dire che abbiamo riso nella vita, meno male”, e mi si stringe il cuore di una speranza densa di timore. Che in qualche modo la mia vita possa finire con questa consapevolezza, ma che possa anche non finire così. Se penso all’idea che avevo dei sessant’anni, annichilita dal peso del pregiudizio tipico dei giovani (la prosopopea dell’invincibilità eroica dei giovani è patetica), mi viene davvero male. Perché penso a quanto mi è stato regalato in questi pochi giorni di viaggio che con i miei amici mai avrei potuto ricevere e dare. Ho visto persone che, nonostante la fatica di vecchi corpi tagliuzzati dagli acciacchi, si facevano instancabili camminate a piedi, e 1000 chilometri in macchina, e interminabili ore di treni e aerei per vedere posti lontani e sconosciuti. Ho visto persone continuare a ridere e vivere, prima di tornare alla vita di solitudine e responsabilità della città e famiglia lasciate a casa. Ho visto persone di sessant’anni dormire negli ostelli introvabili della Masuria, e svegliarsi alle sei del mattino per accarezzare i cavalli e i gatti. Persone dotate di una saggezza che invece di separarle dal mondo, le avvicinavano instancabilmente. Persone, insomma, con ancora una grande voglia di vedere l’Altrove.

 

 

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