TheIndiano – La passione per le T-shirt di Edoardo, uno studente bolognese di Ingegneria.

Di Federico Roccanova

Giorno dopo giorno, qualcuno di noi si appresta a diventare protagonista del nostro tempo. Bologna e l’Università hanno, da tre anni a questa parte, offerto concreti aiuti ai nuovi portatori della fiamma imprenditoriale. I destinatari degli incubatori, degli Start Up days, sono ragazze e ragazzi preparati, ispirati, entusiasti ma con la mente spesso impigliata ai principi dell’innovazione, dei piani economici per un miglior controllo sulle operazioni, di primi, secondi, terzi seeds di investimento e poi ancora mentoring, coaching, webinar e cloud su cui caricare altri piani, altre proiezioni, altri contatti. Forse perché il Secolo ci ha formati a partire dalla crisi, che non permetterà di farci ricchi come avevamo preventivato, dai bilanci di fine anno, perché potrebbe uscirne che no, non abbiamo raggiunto i risultati attesi e per questo serve ridimensionar(ci), lo stesso “qualcuno” che ci ha messo in guardia dai costi che superano i ricavi, perché poi, alla fine, “Guarda la Lehman Brothers!”. Quindi, per gli sfortunati giovani futuri imprenditori che non approdassero nel favoloso Paese delle App, situato nell’Isola dell’Information Technology, un’isola ibridazione tra Eldorado e The Beach, popolato dalle figure mitologiche degli investitori, esseri dai connotati sempre più affini a Laurence Fishburne, nei panni di quel Morpheus, certo del fatto che Neo debba solo convincersi di essere quell’eletto che tutti aspettano, per gli sventurati che non avessero scoperto questo luogo, dicevo, non resta che ultimare mestamente i propri studi e confidare nel famoso colpo di cu[ore], per andare oltre l’ostacolo, qualora volessero inserirsi nel kaleidoscopico Universale del Successo.

Da qualche tempo i miei sensi di ragno erano latenti. Non più pagine di nuove apps, non più adesivi ammiccanti che rimandassero a qualche sito internet, o grafici tra le le pagine giallognole del Sole24Ore a certificare le mie più grandi ansie, o proclami dei soliti noti a ribadire quanto le Start Up italiane non siano altro che un paiolo di sogni infranti e nottate in bianco, con percentuali ad avallare la propria tesi. Niente di tutto ciò: solo et pensoso al cospetto dei dubbi su dove sia finito il nostro sogno d’imprenditorialità.

Poi, un giorno, mi imbatto nel profilo instagram di TheIndiano.

TheIndiano
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Nella gallery, il soggetto principale è un modello di T-Shirt in cotone (varianti colore: nero, bianco, rosso, grigio) con un dettaglio che è uno stiletto affilato dritto nell’umor vitreo: una patch. Non mi perdo in sofisticherie e contatto l’admin del profilo con un direct, lui risponde, prenoto una maglia, affrontiamo le formalità dopo qualche piccolo impiccio nella spedizione online.

Poi la svolta:

«Posso chiederti – scrive TheIndiano – come mi hai trovato?»

«Guarda, in tutta sincerità, hai iniziato a seguirmi tu.»

Silenzio.

«Ah ok».

Una vibrazione lontana, come di aspettativa disattesa, mi strizza lo stomaco.

«Che ne dici se parliamo di te in un articolo?»

La risposta non si fa attendere: «Perché no…»

Sono alla Linea, è la vigilia della notte di Halloween e Bologna è dentro ad una capsula di afa e brulicare di persone. Arriva da lontano Edoardo: alto, sorridente e con un cappellino con visiera (un cappellino con visiera fantastico). Davanti a un caffè mi racconta che l’idea era nata tra amici ma, come sempre, quando dalla speculazione si passa all’azione, le contraddizioni sono costrette attraverso una fessura molto stretta. Così stretta che troveranno necessariamente un modo per risolversi. E così, io sto parlando con Edoardo.

TheIndiano
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«Studio ingegneria edile e architettura, ma ho da sempre una grande passione per le t-shirt».

Il chiedere perché piacciano le t-shirt mi sembra una domanda stupida. Ciononostante Edoardo, che è ingegnere e anche per questo predisposto a pensare funzionale, mi fa notare che le aule studio a Bologna fanno novecentosettanta gradi in inverno, perciò la t-shirt potrebbe rivelarsi il pass sociale per non sudare esageratamente in quei contesti. Lungi da me fare dottrina ma, gente, questa è strategia, pensateci.

«Come mai l’indiano?»

«Mi piace lo stile delle immagini dei nativi, abbastanza da renderne la patch di punta della collezione e farne anche un logo».

L’indiano ha colpito anche me, ma questo perché sono un tifoso Viola e l’indiano resterà per sempre nel mio cuore. Chissà se colpirà anche gli altri, mi chiedo.

«La mia idea è che la peculiarità della collezione passi proprio dalla varietà delle patches, se non ti piace l’indiano ce ne sono altre».

Ripenso alla mia consorte che comincia a saltellare per casa sostenendo apertamente la genialità di una fra tutte. Quando accenno al siparietto, anche Edoardo è d’accordo: la patch col pescetto è un must have.

TheIndiano
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Si fa sempre più chiaro, nel mio radar startupper, il segnale di un discriminante.

Il discriminante è la mucca viola di Seth Godin, il dettaglio che non ti aspetti, la cifra, la caratteristica universale di un ripetersi di fenomeni: il qualcosa che, nel suo core, veicola qualcosa di maggiore dell’intero delle parti.

«Quindi le patches sono un messaggio»

«Se vuoi puoi vederla così. Io credo che siano un dettaglio carino in un contesto di “pulizia”».

Rileggo a mente le sue parole, sento che c’è di più.

«Parli solo delle patches, o è possibile che ti riferisca anche al tuo senso estetico?»

«Certo, credo sia il mio ideale anche nell’architettura. Ritrovi qualcosa anche nel sito di TheIndiano: gli spazi bilanciati, il fondo bianco, anche il font rispecchia il mio gusto».

Parliamo di musica, mi racconta della sua passione per l’indie anglosassone e mi fa un paio di nomi. Non ne conosco uno, la cosa che più mi fa specie è che probabilmente ho ascoltato i brani di cui mi parla, ma proprio non trattengo informazioni, chissà che non sia grave.

Poi, d’un tratto diventiamo molto più di venditore e cliente, di ideatore e intervistatore.

Mi parla delle difficoltà che sta incontrando a impostare la spedizione gratuita su Bologna, lo fa con una naturalezza disarmante, come a dire “si, sto imparando vez”, il chérende il tutto ancora più naif eppure, forse proprio per questo, meritevole di fiducia.

«Come fai a farti conoscere?»

«Il progetto è stato lanciato ad inizio 2018. Ma ho iniziato in questo periodo a sponsorizzare il profilo Instagram; ora tengo occhi e orecchie aperti per capire come muovermi. Le patch sono una prospettiva in questo senso: ho in programma di attivare delle collaborazioni con i locali di Bologna perché producano le loro patches personalizzate da applicare alle nuove T-shirt di TheIndiano».

TheIndiano
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Mi racconta che, con lo stesso concept, ha da poco realizzato le felpe, e che la cosa migliore per lui sia quella di procedere con assoluta calma, mantenendo in piedi collaborazioni con persone fidate. Non ha fretta, non vuole soldi, non gli interessano gli investitori. «Il sito me lo sono fatto io, sì… e fisso le patches in autonomia. Le fisso e cucio personalmente».

Mentre ci salutiamo realizzo che forse a questo punto un’informazione come questa potrebbe essere rilevante.

«Di dove sei?», sorride.

«Di Bologna».

Ho incontrato nuovamente Edoardo qualche giorno dopo: ho comprato la t-shirt con la patch del pescetto. Mi racconta di aver recentemente modificato il logo, avviando una collaborazione molto interessante. Ora TheIndiano è più minimal, ma i colori del logo sono comunque ispirati al copricapo dell’indiano nativo, modello precedente. Tra le novità c’è un dominio registrato e piccole competenze necessarie che vanno sedimentandosi, grazie alla pratica costante. Più o meno costante, dal momento che da qui a un paio di settimane avrà un esame da sostenere.

Mi ha promesso grandi novità. E saranno sotto gli occhi di tutti.

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