Come ci si prepara ad un viaggio tanto sognato quanto insperato?
Come ci si prepara per quel lembo di terra, dimenticato da Dio e poi riscoperto da ladri, fuggitivi, avventurieri e di recente da viaggiatori dagli zaini pesanti?

Come ci si prepara alla Patagonia?

Non lo so quale sia il modo giusto, il mio modo è stato questo. A volte è stato disorganizzato, ritardatario, preoccupato, ma in ogni momento è stato curioso e pieno di speranza.

Il mio viaggio iniziò a Córdoba dove mi trovavo per uno scambio universitario e anche se è passato quasi un anno e adesso scrivo dalla mia camera bolognese, non credo sia ancora finito. In qualche modo, dopo quel viaggio non sono più tornata a casa.
Ho ascoltato due narratori d’eccezione: Sepulveda e Chatwin. Loro, meglio di chiunque altro, seppero mettere nero su bianco l’infinita varietà di colori del passaggio patagonico. Nelle cuffie le morbide note di Gustavo Santaolalla e quelle appassionate del tango di Astor Piazzolla. Un viaggio in Patagonia è prima di tutto un viaggio di solitudine, di pensieri che hanno bisogno della giusta colonna sonora.

Lo zaino prestato da un amico generoso prende forma, riempendosi di maglioni di alpaca, cambi basilari, detersivo, mate, una guida turistica, numeri di telefono, prenotazioni di ostelli e biglietti. Ripercorro sulla cartina l’itinerario, misurando tempi e distanze. Pulisco l’obiettivo della reflex, avrà parecchio da lavorare con tutti quei paesaggi. Ho davanti a me la prima tratta, 25 ore di pullman, carico qualche nuova canzone nella playlist, un powerbank che mi aiuti a sostenere tali tempistiche, un quadernino per non perdere i pensieri. Infilo le scarpe da trekking e ricordo le infradito da buttare nello zaino per quando prima o poi riuscirò a farmi una doccia. Perfetto, hanno riempito l’ultimo spazio vuoto disponibile. Relego un pacchetto di sigarette nella tasca dei pantaloni, servono sempre per fare amicizia negli ostelli.

Le cose più importanti di tutte: il passaporto italiano, pesos argentini e dollari americani. Chiudo il terzetto internazionale in un borsello sottile e lo nascondo bene sotto il maglione. Prima di uscire di casa la mia coinquilina mi regala “Le vene aperte dell’America Latina” di Edoardo Galeano, dice che mi aiuterà a capire quello che noi europei non riusciamo a capire e che renderà più veloce il viaggio. Non so, gli argentini esagerano sempre, ma ho imparato a fidarmi di loro.

Adesso sono pronta a partire.

1° Tappa, Córdoba-Bariloche 1667 km
Il pullman parte poco prima di mezzanotte lasciando Córdoba e le luci della città.

La notte passa tranquilla, la strada è una linea retta che si perde all’orizzonte. Nel buio più assoluto, lontano dall’inquinamento a cui sono abituata, posso finalmente ammirare un cielo limpido in cui brillano la Croce del Sud e le due stelle brillanti Alfa e Beta del Centauro. Quando inizio a stropicciare gli occhi al risveglio il buio ha lasciato il posto ad una tavolozza di vegetazione ricca e rigogliosa, per chilometri e chilometri non si vedono centri abitati e neppure case, qualche animale al pascolo e poco più.

San Carlos de Bariloche, deve il suo nome a un tale Carlos Wiederhold, immigrato tedesco che dopo aver attraversato le Ande pensò bene di fermarsi nel centro cittadino e di aprirvi un piccolo negozio, e al termine Bariloche che in lingua Mapuche significa “popolo che abita dietro la montagna”.
Non una montagna qualsiasi, Bariloche si trova ai piedi delle Ande, sulle sponde del lago Nahuel Huapi, circondata dai monti Tronador, Cerro Catedral e Cerro López. La cittadina ricorda le architetture alpine, ma fuori di essa è la natura ad offrire il migliore spettacolo. Contatto un’agezia per percorrere la ruta 40 che arriva fino a San Martin de los Andes, attraverso il cosiddetto cammino dei Sette laghi. L’idea è di percorrere i sentieri per arrivare ai belvedere e ammirare la regione dei laghi da varie angolazioni. Così faccio e devo ammettere che gli argentini non esagerano quando dicono che sono specchi incastonati tra montagne e boschi e che vi si possano trovare tonalità di verde inesistenti altrove. Un poco mi sorprende scoprire che in un luogo così meraviglioso abbiano trovato rifugio nel dopoguerra numerosi nazisti, però forse un luogo dimenticato da Dio è il nascondiglio ideale per chi è fin troppo ricordato dagli uomini.

In ostello nella camerata affollata ripenso al cammino fatto, la reflex ha scattato un centinaio di volte e nonostante la stanchezza fisica questo ritmo rallentato è una piacevole vacanza dalla frenesia cittadina. Condivido le mie esperienze ed impressioni con gli altri ragazzi. Messicani, statunitensi, francesi, giapponesi, in questa confusa Babele riusciamo comunque a capirci e ad augurarci buon viaggio, qualsiasi sia la prossima destinazione.
La mia è El Calafate, la regione dei ghiacciai e con questo pensiero avventuroso riesco a prendere sonno, pronta per il prossimo viaggio.

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