Viaggio in Patagonia – Parte 3

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3° Tappa,  El Calafate – Ushuaia 902 km

È difficile riprendere lo zaino dopo la meraviglia vista se non con l’idea di vederne un’altra degna di tale nome. Le premesse sembrano esserci: Terra del Fuoco, l’estremo sud del continente americano, accarezzata dall’Oceano Atlantico e dall’Oceano Pacifico, fino ad arrivare ad Ushuaia, la città più australe del mondo. L’esploratore portoghese Ferdinando Magellano giunse da queste parti nel 1520 e navigando vicino alla costa notò il fumo di diversi fuochi accesi dagli Yámana, una delle principali popolazioni fuegine. Da cui il nome “Terra dei Fumi” e solo in seguito “Terra del Fuoco”. A Magellano quelle esplorazioni gli valsero la dedica dell’omonimo stretto, per le popolazioni indigene furono l’inizio della fine.

Per la prima volta abbandono la Ruta 40 che mi stava accompagnando dalla partenza da Córdoba. Chissà come sarà la prossima. Fuori dal finestrino cambia il paesaggio, la stessa desolazione a cui ormai sono abituata però accompagnata da colori più tenui di quelli visti al nord. La strada a tratti è sterrata, guardo il telefono e vedo che non c’è campo e per un attimo penso che se dovesse succedere qualcosa sono qui persa nel sud del mondo, un piccolo puntino su una mappa sgualcita. Forse è solo un po’ di sana nostalgia, sono in viaggio da più di due settimane e non torno in Italia da mesi. Mi avevano avvertito che questi lunghi viaggi mi avrebbero dato la solitudine necessaria a riflettere su molte cose. Controindicazioni: un leggero velo di malinconia. Ma a prescindere da tutto, sono felice di essere un puntino su una mappa sgualcita della Terra del Fuoco.

Nelle successive 12 ore di viaggio attraversiamo per tre volte la frontiera con il Cile. E ogni volta controllo dei documenti e dei bagagli. E ogni volta ringrazio la mancanza di frontiere in Europa. Finalmente il pullman si imbarca su un traghetto di scarsa stabilità e attraversiamo lo stretto di Magellano. Mi sembra di andare sempre più fuori dal mondo. Ma non mi importa, percorriamo un centinaio di km e finalmente siamo a Ushuaia.
Poso lo zaino nell’ennesimo ostello, anche questo una Babele di strambi personaggi in cui mi confondo perfettamente. Il proprietario mi racconta di aver avuto una fidanzata italiana un tempo e che grazie a lei apprese il significato della parola socola (zoccola). Ma mi rassicura, non pagherò una sovrattassa per essere una connazionale della suddetta.

Ushuaia benché con molti edifici in lamiera, si presenta come una ricca cittadina turistica. Mi raccontano che per anni è stata la sede di un presidio penale dove finivano i peggiori criminali argentini e che è molto legata a Bologna. Nel 1948 l’imprenditore bolognese Carlo Borsari vinse la gara d’appalto per costruire parte della città e con lui partirono centinaia di manovali emiliani.
In fondo trovare un po’ di Bologna nel mondo mi rende sempre felice.

Compro un’escursione per conoscere i pinguini, navigando il canale di Beagle fino a Isla Castillo, dove i simpatici pennuti la fanno da padrone. I pulcini di pinguino mi camminano sulle scarpe e devo stare attenta a non calpestarli. Inizio a credere di essere in un sogno un po’ troppo spesso.

Nei giorni successivi mi dedico all’esplorazione naturalistica del luogo. Lago Escondido, Fagnano, Laguna Esmeralada, Glacier Martial.
Per il mio ultimo giorno di permanenza Ushuaia mi regala uno dei suoi tramonti in tardissima serata, in una foschia sospesa.

Non poteva farmi un regalo più bello. Non c’è niente di meglio che salutarsi con un tramonto, per lasciarsi con la speranza di rivedere un’alba insieme.

A distanza di quasi un anno da quel viaggio, continuo ad aspettare di rivedere l’alba dal Canale di Beagle o sulla steppa patagonica.
In attesa di questo mi godo tutto quello che mi ha regalato. Il mio portafoglio si svuotò miseramente in quei giorni, i piedi si riempirono di vesciche e la puzza delle camerate da 8 non la dimenticherò mai. Tuttavia il mio zaino emotivo si riempì di una totale simbiosi con la natura e la sua imponenza e al tempo stesso di incontri con strani pellegrini, tutti diversi ma inquieti quanto me. Citando Chatwin:

Il mio Dio è il Dio dei viandanti. Se si cammina con abbastanza energia, probabilmente non si ha bisogno di nessun altro Dio”.

Le prime due tappe: Bariloche e El Calafate.