Certe volte bisogna fare un salto indietro per capire meglio il presente, come ha fatto Bruno in “Breviario del rivoluzionario da giovane”. Un tuffo nel passato di un quindicenne di Milano, tra le ideologie e la storia degli anni ’70.

Destra o sinistra? Meglio centro? Estremista! La politica..aaahhh questa tremenda parola! E’ ovunque, ma proprio ovunque, ci avete mai pensato? La ritroviamo in quasi tutti gli articoli o notiziari, nei programmi televisivi, nei discorsi in casa, sull’autobus, a scuola, per strada e nei bagni pubblici. La politica è scritta sui muri, internamente ed esternamente alle strutture: “Ce l’hanno insegnato, uccidere un fascista non è reato” o “Zecche comuniste” o ancora, “PD=Peggior Destra“.

Si FA la politica, si E’ la politica e si PARLA di politica. C’è anche chi si dissocia dalla politica, quelli del “Non mi interessa, sono tutti uguali e non ha senso che me ne occupi, perché che valenza ha la mia parola?“. Del resto, o si è di una parte o dell’altra, se non ci si sente di nessuna parte, la colpa è della politica: fa schifo. Si dubita su chi o a che cosa credere. Alle volte si crede troppo, senza spirito critico, altre volte si è troppo critici e non si coglie nulla. Sono passati vent’anni da quando Gaber partorì il testo di “Destra-Sinistra” e quelle parole non smetteranno di essere così incredibilmente attuali:

L’ideologia l’ideologia

malgrado tutto credo ancora che ci sia è la passione l’ossessione della tua diversità che al momento dove è andata non si sa“.

La politica non è un’entità a sé stante e lontana dal quotidiano: è costituita da politici, ma tale sistema non reggerebbe senza di noi. Anche noi siamo la politica.

Il personale è politico” si diceva negli anni’70, quando le ideologie erano talmente influenti da differenziarsi ciascuna per un modus operandi. Tale modus comprendeva l’abbigliamento, la parlata, i gusti musicali, narrativi e cinematografici, i rapporti sessuali, le relazioni parentali e amichevoli. Le ideologie esistevano in quanto Weltanschauung: era una concezione del mondo, oltre che della vita.

Bruno Osimo negli anni’ 70, a Milano, era un adolescente con sogni e speranze e una Weltanschauung: quella comunista. Bruno Osimo era una “sporca zecca comunista” e allo stesso tempo un “compagno, antifascista militante. Come comunista, sperava nel radioso avvenire; come antifascista, sognava la soppressione dei fascisti (o di chi ne simpatizzava). Oggi Bruno è un docente di traduzione, scrive e traduce; ha scritto un libro, parla del Bruno quindicenne che seguiva dogmi perché ci credeva ciecamente.


Breviario del rivoluzionario da giovane, pubblicato con Marcos y Marcos a gennaio 2018, racconta con ironia del suo passato, perché se facesse luce sul presente, diverrebbe un’ironia critica.
Bruno Osimo è stato a Bologna mercoledì scorso ed ha presentato il suo libro da La Confraternita dell’Uva, in via Cartoleria.

Abbiamo il piacere di riportarvi l’intervista volta a lasciarvi più informazioni sul libro. Attenzione: le risposte non riguardano solo il libro, il punto di vista di Bruno è un ponte che tratta il passato ma guarda alla società presente; ergo, siamo tutti chiamati in causa.

  • Bruno il tuo libro è estremamente contemporaneo seppur riporti nella Milano degli anni ’70, e lo è perché gli occhi di un uomo adulto raccontano con tanta ironia, quello in cui credeva da giovane con altrettanta serietà. Perché hai pensato di scrivere ora del tuo passato da militante antifascista?

Perché nel periodo 1973-1977 di cui parlo, a Milano perlomeno, mancava il senso dell’autoironia e dell’autocritica. Avevamo invidia per i nostri fratelli maggiori sessantottini, che a loro volta avevano invidia per i partigiani. Parlo di invidia in senso psicologico, non ideologico, ammesso che si possano scindere i due aspetti. C’è una fase, nello sviluppo del maschio italico purtroppo ancora ispirato ai modelli del macho (che sia di destra o di sinistra conta poco ahimè), nella quale impugnare il fucile, o la spranga, o altri strumenti fallici se è per questo, è bello, a prescindere. E oggi ne sono orripilato, e resto agghiacciato quando sento derubricare fatti gravissimi al rango di “ragazzate”. Siccome a suo tempo ne sono stato testimone, volevo raccontarlo ai giovani, che sappiano, che possano magari evitare di sbagliare così tanto anche loro.

  • Tutti i rimandi a partire dagli slogan alle pubblicità, dalle canzoni all’organizzazione del Movimento sono estremamente dettagliati; non c’è critica e nemmeno nostalgia, bensì c’è solo una reale fedeltà ai pensieri di un quindicenne che crede nell’avvenire. L’ironia subentra per la sfrenatezza di un credo, per l’incontrollata passione verso un’ideologia e per le sicurezze (alle volte irragionevoli) di un adolescente. Cosa rimane oggi di quel Bruno quindicenne nella Milano degli anni ’70?

Lo spirito di osservazione. Soffro di un disturbo per il quale tendo a osservare i minimi dettagli (ma questo allora non lo sapevo), tanto che qualcuno mi ha domandato se da piccolo «prendevo appunti». La risposta potrebbe essere: «Sì, prendevo appunti, e prendo appunti sempre, ma senza taccuino né notebook. È che mi disegnano così». E l’altra grande cosa che si è conservata in me è il desiderio di contribuire a un cambiamento intelligente. Oggi aggiungo però: possibilmente poco ideologizzato, e molto coi piedi per terra. Se le ideologie finiscono per costringerti a negare i dati di realtà, al diavolo le ideologie!

  • Settantatré lemmi che vanno a costituire settantatré diversi capitoli, un ciclo che inizia con l’attivismo e termina con l’insorgere del dubbio; il lettore si insinua nella mente del quindicenne, lo compatisce e patisce con lui. Il dubbio circa il proprio credo comunista deriva dalla vicinanza dell’adolescente ai vecchi democratici (cioè i democratici vecchi); che rapporto hai oggi invece con la nuova generazione? Quali significative differenze ritrovi tra la generazione della rivoluzione adolescenziale e quella militante odierna?

Premetto che conosco pochi militanti odierni. Le mie allieve alla Civica Scuola Altiero Spinelli di traduzione non mi sembrano particolarmente ideologizzate, o quantomeno non lo danno a vedere. La rivista «Il pane e le rose», uscita dal 1973 al 1976, e che io leggevo, diceva che il personale è politico. Su questo fronte negli ultimi 40 anni si è fatta troppo poca strada, a mio parere. Un tempo si faceva l’esempio della contraddizione del militante del PCI che a casa picchiava i figli e sfruttava la moglie (esattamente come tutti gli altri capifamiglia non comunisti). Oggi nei giovani non vedo nulla che faccia pensare a un loro ravvedimento nel privato, che è poi l’unico che conta davvero, che si tramanda di generazione in generazione. Salgono sui tram, si precipitano a occupare i posti a sedere, fottendosene allegramente di gente che ha borse vecchi donne incinte bambini piccoli, tenendo le gambe belle larghe come se volessero occupare non un posto ma due, se ne fregano. Essere strafottenti è ancora di moda, purtroppo. A volte la strafottenza viene confusa col coraggio. E il mito del coraggio è duro a morire. Autori di serie C come Hemingway o Dostoevskij non hanno favorito le cose. Penso che sia una delle principali iatture del nostro tempo. La vera forza ce l’ha chi ha paura. Bisogna essere molto coraggiosi per ammettere a sé stessi di avere paura.

  • Durante la lettura, una voce nella mia testa continuava a recitare Qualcuno era comunista, un bellissimo testo di Gaber:
    “Sì, qualcuno era comunista perché con accanto questo slancio ognuno era come, più di sé stesso. Era come due persone in una.
    Da una parte la personale fatica quotidiana e dall’altra, il senso di appartenenza a una razza, che voleva spiccare il volo, per cambiare veramente la vita.
    No, niente rimpianti. Forse anche allora molti, avevano aperto le ali, senza essere capaci di volare, come dei gabbiani ipotetici.
    E ora? Anche ora, ci si sente come in due. Da una parte l’uomo inserito che attraversa ossequiosamente lo squallore della propria sopravvivenza quotidiana e dall’altra, il gabbiano senza più neanche l’intenzione del volo, perché ormai il sogno si è rattrappito.
    Due miserie in un corpo solo.”
    Rivedi te stesso in questa parte finale del testo di Gaber?

Per quanto io ami e ascolti quotidianamente Gaber, sinceramente no. Sono piuttosto vicino al Gaber di Destra-Sinistra (1994). Non penso che la mia quotidianità sia squallida. Nel mio rapporto coi miei figli, in quello con mia moglie, e in quello con le mie allieve aspiranti traduttrici, investo ancora molta speranza in un futuro migliore. Nel desolante panorama contemporaneo della cultura editoriale italiana, nutro ancora speranze che, quando alcuni degli attuali studenti diventeranno editori, o editor, o traduttori, o direttori di giornali, potranno dare un contributo importante per fare prendere coscienza dell’importanza della traduzione. Masse di ignoranti attualmente trattano i traduttori come l’ultima ruota del carro, quando invece sono il nucleo centrale della dinamica tra le culture. E per «traduttori» intendo non solo chi volge un libro, ma anche i giornalisti, i divulgatori, gli autori delle canzoni, i bloggatori. Finché saremo in un paese dove «semiotica» è una parola vuota che serve solo per nominare una disciplina astrusa e inutile, tanto per raccontare una barzelletta, non cambierà nulla.

  • Quale consiglio daresti ad una persona che nutre dei dubbi sulla corrente politica che fino a quel momento l’ha rappresentata?

Per rispondere parafrasando le parole di Gaber, il minestrone non è sempre di sinistra. Specie quando chi ti dovrebbe passare il pepe te lo fa pesare. Il dubbio è segno di intelligenza, bisogna dare retta al dubbio. Chi non ha dubbi, per principio, o è oligofrenico oppure è dogmatico. Coltiva i tuoi dubbi, fottitene della corrente politica, trova gli strumenti giusti per far evolvere la tua ideologia personale. Oppure, se la corrente politica in questione è l’unica speranza in un panorama desolato, cerca di modificarla dall’interno. Siamo il paese delle tifoserie, che sono quanto più dista dall’intellettualità e dall’intelligenza. Basti pensare al caso di Susanna Tamaro, di cui è di moda parlare male, e se ne parli bene vieni a tua volta bullizzato come succede alla Tamaro stessa. Il 90% di chi ne parla male non l’ha letta. E il 10% che l’ha letta, aveva le lenti deformanti del conformismo. Stessa cosa vale, mutatis mutandis, per Renzi. Però sul piano della politica nazionale è meglio essere poche forze, anche se divise al loro interno, che mille rivoli inutili. Non sono massimalista: in politica cerco sempre il meno peggio. Preferisco ottenere un risultato piccolo, ma socialmente importante, che aspirare alla rivoluzione.

  • “Una cosa che ho imparato dalla mia educazione ebraica è il concetto di tiqùn: il mondo è una macchina che funziona peggio di come potrebbe, e ciascuno di noi deve dare il proprio contributo per migliorarla. Quindi nel ragionamento ideologico mi butto a pesce sulle utopie che non hanno nulla a che spartire con la realtà, ma che sembrano promettere felicità inaudite”.
    Ho estrapolato queste parole da uno tra gli ultimi capitoli del libro; pensi che la ricerca di felicità inaudite sia prettamente di carattere adolescenziale? Secondo te, occorre che anche nell’età adulta si creda in qualche utopia?

Purtroppo non è solo adolescenziale, o forse molti dei maschi adulti italiani sono adolescenti ritardati. Io ho speranza in voi donne, perché sul piano intellettivo avete una marcia in più. Le mamme che tirano su figli maschi abituandoli a spadroneggiare in famiglia sono una delle cause principali della catastrofe in cui ci troviamo. Ma le donne che sanno essere in controtendenza rispetto alle loro mamme-schiave possono dare un contributo enorme alla società, e questo per un motivo squisitamente biologico, di circuiti neuronali: i maschi hanno perennemente bisogno di loro. Quindi le donne possono dettare l’agenda. Sì, bisogna credere per tutta la vita in un’utopia: quella di far esplodere, come in Zabriskie Point di Antonioni, l’ideologia del macho.

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