Rifiuti a Bologna

In questi ultimi giorni i fatti di Roma hanno riportato all’attenzione degli italiani un problema ricorrente che affligge da secoli (basta leggere Viaggio in Italia di Goethe o Il ventre di Napoli di Matilde Serao per rendersene conto) lo Stato italiano: la gestione e il rapporto del cittadino col rusco (“rifiuti” per i non bolognesi). Problema che, ovviamente, non tocca solo la capitale, ma riguarda tutto il paese e anche la nostra città:

FICO; un qualsiasi pomeriggio inoltrato sul finire di novembre, siamo al casello e abbiamo appena obliterato il biglietto. la sbarra si alza, ma prima di ripartire guardiamo un attimo per terra. Ai piedi alla macchina obliteratrice si stende una poltiglia di biglietti timbrati, sfatti dalla pioggia; sono decine, centinaia per ogni postazione. Migliaia di persone hanno trovato naturale e ovvio gettare il biglietto dal finestrino, anziché compiere il titanico sforzo di riporlo nell’abitacolo. Una volta a casa, digitiamo la parola “rifiuti” su google. Il primo risultato che si ottiene è “rifiuti abbandono deposito incontrollato e discarica abusiva”, il secondo “rifiuti sanzioni”. Non vorremmo peccare di eccesso di pessimismo, ma il pensiero è che la maggior parte degli utenti, intenzionata ad abbandonare dei rifiuti, ma timorosa delle conseguenze, si sia informata sulle eventuali sanzioni prima dello scarico abusivo. Corretta o meno che sia questa ipotesi, un fatto appare incontrovertibile: in questi ultimi anni la quantità di rifiuti abbandonati si è decuplicata. Un fenomeno nazionale da cui Bologna e la sua provincia non sono immuni, basta passeggiare per la campagna (tacendo delle condizioni pietose della città) per rendersi conto della spazzatura disseminata nei campi, nei fossi, ai bordi delle strade, nei prati, nelle rotonde, nei giardini, sugli argini dei canali, tra i rami che lambiscono i letti dei torrenti. Il problema in città è recentemente balzato alle prime pagine della cronaca locale per la lettera della cittadina Marta Forlai indirizzata al sindaco Merola.

Riportiamo il testo:

Caro Sindaco, Bologna è stata fino ad ora anche troppo tollerante verso i cittadini maleducati.
Più la città si arricchisce di nuovi marciapiedi, piste ciclabili, pavè posati a regola d’arte, isole ecologiche, alberi, arredo urbano e più sembra aumentare la totale noncuranza per la pulizia e il decoro di queste costose dotazioni. Ma chi sono i maleducati urbani? Praticamente tutti!
Sono quelli che buttano in terra cartacce o mozziconi di sigaretta; quelli che abbandonano bottiglie e lattine lungo strade, marciapiedi e nei cestini delle bici parcheggiate; quelli che non raccolgono la cacca del cane; quelli che inondano le colonne di pipì (non solo del cane); quelli che sgasano con lo scooter per il centro storico; quelli che mollano quintali di spazzatura in ordine sparso sotto i portici; quelli che continuano a sbagliare la differenziata; quelli che lordano panchine, fittoni, sedute.
Non ci sono quasi più eccezioni, tutte le strade e le piazze del centro sono assediate dal maleducato

urbano. Da via Petroni a via Saragozza, da via Marconi a via Galliera. Si salvano il Pavaglione e d’Azeglio perché ci sono le boutique. Non è servito neanche il miracoloso passaggio del Papa a prolungare l’incanto di una Bologna finalmente pulita. Tre giorni dopo era peggio di prima.
A questo punto non rimane che rieducare a forza di multe e sanzioni, ma a tappeto e sistematiche. Tipo quelle per divieto di sosta.
O ci sono altre idee? Cosa aspettiamo?

Come se non fosse sufficiente la totale noncuranza da parte dei cittadini, anche l’amministrazione si dimostra incapace a gestire il problema, anzi lo ingigantisce con una gestione avventata e superficiale: in estate e primavera le potature delle cavedagne e dell’erba dei parchi svelano un fondale variegato di spazzatura: bottigliette, fazzoletti, lattine, tappi, copertoni, parafanghi, cerchioni, vetri, tappi, buste, sacchetti della spazzatura, apparecchi elettronici e rottami assortiti che (sconfiniamo all’assurdo) non vengono raccolti prima della tosatura, evidentemente perché le aziende addette alla cura del verde non hanno l’appalto per la raccolta dei rifiuti, ma anzi sono ulteriormente dispersi nell’ambiente e sminuzzati dall’azione dei tosaerba, accumulandosi per anni. Le zone dove sorgono casolari abbandonati e dove cresce spontanea la vegetazione sono ormai diventate piccole discariche abusive dove si depositano materiali di risulta. I rifiuti si trovano persino nel mezzo dei campi arati (qui si pone un quesito insolubile che mi affascina e a cui non trovo spiegazioni: come hanno fatto quei rifiuti ad arrivare nel bel mezzo di un campo coltivato? oppure, al centro di una rotonda? O ancora, ad accumularsi tutti ai bordi di una strada su cui non si può accostare? Esiste davvero qualcuno che pur di non gettare una lattina in un bidone o andare in discarica è disposto a fare centinaia di metri a piedi o ad attraversare una rotonda? O ancora, è possibile vi sia chi, pur di non utilizzare un cassonetto, si prenda la noia di caricare un sacchetto del rusco in macchina e gettarlo dall’auto in corsa sempre nello stesso punto? Qual è il senso?). Nel 2015, ma è nostra opinione personale che il fenomeno abbia conosciuto un incremento, il totale di rifiuti abbandonati ammontavano a 5.000 tonnellate, cioè il 2.5% del totale. Chi sono le persone che abbandonano i rifiuti per strada? Possiamo azzardare delle ipotesi (corroborate da testimonianze dirette):

  • sgombera cantine e affini, che trovano più comodo depositare i rifiuti per strada anziché nelle apposite isole ecologiche
  • titolari di piccole attività artigianali che operano nel sommerso
  • ciappinari
  • persone che non hanno voglia di differenziare i rifiuti
  • cittadini comuni
  • camionisti in sosta

In definitiva, comunque, non è tanto importante chi siano queste persone, quanto perché agiscano in questo modo. Non possiamo imputare la causa di questa condotta a momenti di avventatezza momentanea, come quando si getta per terra una sigaretta, perché abbiamo visto che si tratta di atti volontari, calcolati, talvolta perseguiti con insensata laboriosità. L’unica spiegazione è che questo modo di agire si sia così sedimentato nell’agire degli individui che lo adottano da diventare un’abitudine, una parte fondante della loro identità, e l’identità non si cambia facilmente. Forse, e senza troppa fantasia, possiamo addirittura individuare un legame, un filo rosso che lega l’abbandono dei rifiuti ai graffiti, alla scarsa cura del patrimonio culturale, alle promozioni dei supermercati, all’incuria generalizzata, al dissesto idrogeologico, ai fast food, ai mozziconi per strada, all’evasione fiscale, alla guida selvaggia, all’imperante sconforto e pigrizia civica. Un filo rosso che si avvolge intorno ai rocchetti della mancanza d’empatia e della responsabilità condivisa, filato da chi ha perso il senso della meraviglia per le cose e pensa solo a sé stesso.

 

 

 

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