Preludio

Un parco pubblico quasi in silenzio, un sole più vivo che mai in un gennaio che va morendo, un taccuino alla vecchia maniera perché il registratore è tanto meccanico e innaturale.

Danielle Mitzman, Dany, freelance londinese di BBC World Service e Radio 4 e Deutsche Welle Radio, si è stabilita a Bologna da fine del 1998. Parla un italiano perfetto, ha un sorriso cordiale e ti dà l’impressione di essere nel mezzo di una conversazione tra amici, più che di un’intervista.

È la dote che hanno quelli bravi: ti mettono a tuo agio, sempre. È che lei sia una di quelli bravi lo dimostrano le chiavi di lettura che sono emerse quando le abbiamo chiesto un’opinione su FICO, di cui ha seguito l’apertura per Deutsche Welle a novembre.

L’intervista

Ciao Dany. FICO per Bologna di sicuro è stato evento molto importante, per la portata che potrebbe avere a livello tanto industriale quanto culturale. Ecco, secondo te quale potrebbe essere il core, o il punto di forza, di FICO?

Credo che potrebbe essere la scoperta della cultura gastronomica, la possibilità di degustare realtà diverse anche al di fuori dell’Emilia-Romagna. Potrebbe diventare importante per chi all’estero organizza corsi su come produrre per esempio olio o formaggio o pasta. Ha senso se una persona viene per più di un giorno e non ha modo di spostarsi, quindi scopre diverse cose concentrate in un unico punto.

Se diventa esclusivamente un posto di consumo, a quel punto è meglio il centro, perché da solo FICO non è vendibile.Bisognerebbe spingere sulla didattica, che però non dovrebbe essere a pagamento, come invece sono le giostre di FICO. Il concetto è: “Quello che consumi, paghi. Quello che impari, lo impari gratuitamente”.

Puoi approfondire quest’ultimo punto?

Volentieri. L’idea di FICO è combinare l’aspetto scientifico-educativo con quello commerciale. Ci sono molti ristoranti e workshop per i quali i visitatori possono pagare, per cui credo credo le giostre debbano essere gratis. FICO infatti è concepito per rendere consci i visitatori di quello che mangiano e da dove proviene. Questo è importante, perché nessuna famiglia media di quattro persone spenderebbe 8 euro per una di queste aree o 40 per visitarle tutte.

Quale dovrebbe essere la strategia, secondo te?

Anzitutto, come ho detto prima, l’apprendimento gratuito. Il desiderio di Farinetti è seguire l’esempio del al British Museum, dove entri senza pagare ma tra merchandising e ristorante alla fine di fatto il costo del biglietto viene compensato mentre Segré mi ha detto che ci vuole il lato commerciale per poter avere il lato educativo-scientifico.

Altra cosa: il parcheggio dovrebbe essere gratis sempre, non solo per due ore. Si punta a far sì che le persone spendano denaro dentro il parco, dunque facciamo in modo che spendano senza che debbano preoccuparsi dei loro orologi e decidano di andarsene perché altrimenti devono pagare un extra di parcheggio! L’idea, comunque, nel complesso credo dovrebbe essere quella di abbinare la città di Bologna a una realtà italiana più ampia. Per esempio, dopo aver assaggiato il tartufo a FICO si va in Piemonte per un’esperienza “sul posto”.

Hai raccontato l’evento dell’apertura di FICO per la Deutsche Welle, una radio internazionale, ma tu sei nata e cresciuta in Inghilterra. Nel Regno Unito la gastronomia è un argomento che stimola interesse?

Certamente, ha molto seguito. Prova ne sia la battaglia che il cuoco Jamie Oliver ha condotto con il governo per migliorare la qualità delle mense scolastiche. Più in generale, comunque, stanno prendendo piede i farmers markets, si sta diffondendo la cultura della produzione artigianale grazie a movimenti come Slow Food, e sono nati programmi televisivi di cucina molto seguiti che ospitano peraltro anche chef italiani. Già vent’anni fa erano diventati un fenomeno culturale. Gli inglesi can’t get enough of cooking shows!

Esistono altri esempi di parchi tematici agroalimentari?

Non credo. Lo stesso Farinetti diceva che FICO era il primo. Ne aprirà uno a Lione a breve,

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