Cara amica ti scrivo


L’anno scorso ti scrissi una lettera d’amore. Ero sul treno per tornare da te. Ascoltavo Carboni che cantava di te, di noi, di voi. Insomma di tutti noi amanti pazienti che tolleriamo di condividerti con gli altri. Ho sempre saputo che quello era l’unico modo di amarti, condividere un tuo bacio con altri mille pretendenti.
Beh certo all’inizio ne ho sofferto, non lo nego. Quando sono arrivata mi hai accolto come una mamma, mi hai rassicurato e cullato tra i portici. Mi hai ospitato e nutrito, ancora adesso mi sembra di sentire il profumo del ragù nella tua cucina. E quante volte mi hai incoraggiato ad andare all’università, addirittura sei riuscita a farmi laureare.

Poi non so cosa sia successo, piano piano quell’affetto così materno è diventato altro. Te la ricordi quella sera in Piazza? C’era Lucio che cantava “…A modo mio, avrei bisogno di carezze anche io…” tu mi hai dato una carezza e io mi sono innamorata. Così su due piedi, mentre Lucio se la rideva e ci salutava per l’ultima volta.

A vent’anni si ha fame d’amore e io avevo fame di te. Di amarti e viverti nelle strade, nelle serate, tra i vetri rotti i Piazza Verdi. In una macchina mal parcheggiata sui colli, nelle stanze universitarie piene di puttanate e di idoli sui muri, nei letti condivisi degli studentati, nei cessi dei centri sociali.
Amarti è stato libertà, libertà di baciarsi sotto i portici quando piove, di cantare a squarciagola per le strade e di ubriacarsi fino all’alba nei vicoli del centro. Così, mano nella mano, io e te.

 

 


Amarti è stato essere a casa ogni singolo momento.

Ma l’ho sempre saputo che non sarei stata l’unica.
Per questo non me la sono presa quando ti ho visto con altri, con i tuoi bei capelli al vento, lo zainetto pieno di libri sulle spalle e i fianchi larghi ondeggianti. Ti ho amato ed odiato perché eri pur sempre tu.

Eri tu così rossa, dotta e grassa.

Eri tu un po’ mamma un po’ sposa un po’ puttana.

Eri tu con il tuo immenso cuore di mille stanze. È stato bello abitarne una in questi anni. Da quella stanza mi è sempre piaciuto fotografarti. Principalmente all’alba o al tramonto, quando i raggi del sole mostrano la tua imperfetta bellezza. Conosco i tuoi difetti e li ho accettati, questo me l’hai insegnato tu. Sei tu che mi hai insegnato che la diversità, la comprensione e la condivisione sono valori preziosi.

 

 


Anche per questo adesso guardo le fotografie e riesco solo ad essere grata di quello che è stato.

Quindi grazie Bologna, di tutto. Ora è tempo di chiudere le

valigie e di cercare un nuovo amore. Ma tornerò presto da te, è una promessa.

 

Arianna Tascone

Gli abruzzesi si dice siano forti e gentili, mi piace pensare che valga anche per me. Nonostante questo amore viscerale per la mia terra, respiro a pieni polmoni la mia vita bolognese, tra lo studio di ingegneria meccanica, la passione per la boxe e tutte le opportunità che questa città offre.

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