Così Fan tozzi, il ragioniere Fantozzi Ugo e noi

Fantozzi (Paolo Villaggio) e Filini (Gigi Reder) in Fantozzi, 1975, regia di Luciano Salce

Per un membro, mi perdonerà il Soviet Supremo, poco attivo, del gruppo Buongiorno un cazzo: resistenza culturale al gramellinismo, è sconfortante scoprire che dopo tanto pensare il titolo scelto per il proprio articolo su Paolo Villaggio è il medesimo usato da Gramellini (ma anche da Bartezzaghi, a dire il vero: vago ricordo di un’introduzione) sul Corriere delle Sera. Fortunatamente, il qui presente redattore, non dovendo sottostare alle pressanti tempistiche di un quotidiano nazionale, ha la possibilità di prodursi in uno scritto non migliore, ma sicuramente più ponderato e meno di circostanza di quello dell’editorialista sopracitato.

Lo dichiariamo subito, sperando di addolcire il torto che faremo, imperdonabile, a Villaggio, e di minor entità, ma non trascurabile, ai nostri lettori: parleremo solo di Fantozzi, quasi esclusivamente di Fantozzi, e ne parleremo in maniera balzellona, superficiale, sicuramente parziale, in parole povere: personale nostra adesso.

Il Fantozzi dei film (ben dieci, contando anche Superfantozzi) che abbiamo visto e rivisto su Rete Quattro, personaggio geniale, di umanità e carattere propri, ma rappresentato in maniera un poco statica, episodica e caricaturale, soprattutto dopo la terza pellicola, non è lo stesso dei libri, il cui carattere rivela tante sfumature almeno quante sono le storpiature del suo cognome: Fantocci, Pupazzi, Scagnozzi, Scagazzi, Topacci, ecc… Di film in film la maschera ha lentamente finito per mangiare il nostro ragioniere. Per capirne davvero l’anima sua e inevitabilmente, dell’autore, occorre leggere i libri.

 

LO STILE FANTOZZIANO E VILLAGESCO

Proviamo innanzitutto a identificare i tratti portanti della scrittura che d’ora in poi chiameremo Fantozziana, perché una cosa è immediatamente evidente, quando Fantozzi è il protagonista Villaggio scrive in un modo, quando non lo è in un altro. Chiariamo subito, non che esista davvero uno stile Fantozziano o Villaggesco, sono definizioni inventate da noi.

CARATTERISTICHE PRINCIPALI DELLO STILE FANTOZZIANO

  • Il racconto: i libri di Fantozzi sono libri di racconti brevi, a volte brevissimi, di due-tre pagine, anche se i racconti più recenti hanno una lunghezza mediamente maggiore.
  • Blocchi: la narrazione procede per blocchi, sintattici e semantici, di frasi perlopiù brevi. L’uso del punto a capo è frequentissimo e spesso indica un cambiamento: di scena, di idea, di tempo (narrativo), di punto di vista. Ciò dà alle pagine l’aspetto incolonnato di un grattacielo:
…Ecco l’idea di avere a che fare con una donna che aveva dodici anni meno di lui lo solleticava molto.
Domenica pomeriggio la invitò per una passeggiata e lei aveva accettato.
Aveva cominciato a intrigare con la Pina già dal giorno prima…
  • Craniata pazzesca: la sintassi è scarna, spezzata, rapida ed esibisce una dichiarata (quindi non criticabile) povertà lessicale coerente con le caratteristiche precedentemente elencate. In un’illuminante intervista che non sono più riuscito a ritrovare così si esprimeva Villaggio (vado a memoria): “Fantozzi si alzò e prese una craniata pazzesca..Io non scrivevo così…Io dicevo, Fantozzi si alza, sbam! Craniata pazzesca…diretto!” Le rare descrizioni ricordano le cronache sportive dei radiocronisti e si costruiscono per accostamento, per comparazione (un dito gonfio e rosso, ad esempio, non è mai gonfio e rosso, ma “da marina”):

…Da una uscì faticosamente Fracchia: berretto alla Sherlock Holmes, gigantesco giaccone di velluto a coste, calzoni alla zuova gonfi come palloni sonda, calze di lana, scarpe da tennis con sopra galoches, un piccolo cane pechinese al guinzaglio e a tracolla un vecchissimo fucile a tromba tipo brigante calabrese

  • Lingua spugnata: a volte si ha l’impressione che Villaggio soffrisse della stessa ansia che attanagliava Fantozzi e che quindi non sapendo cosa scrivere dovesse mettere un punto. Poi ricominciasse non appena gli venisse una nuova idea. Poi rimettesse un punto. I racconti procedono a cuccia e spintoni, sembra di leggere un libro di appunti.
  • Ughina: lo stile di Villaggio non brilla per eleganza e fluidità, non è Calvino. Alcuni passaggi sono, onestamente, brutti, scritti alla boia d’un giuda, coi tempi verbali sballati, la sintassi sbilenca; però hanno un’unicità sfolgorante, una qualità singolare non replicabile.
Fantozzi è entrato in clinica per una cura dimagrante.
Entrò nella clinica le Magnolie alle 7 di un pomeriggio di un sabato…

CARATTERISTICHE PRINCIPALI DELLO STILE VILLAGESCO

Quando Villaggio non è più il narratore in terza persona della vita di Fantozzi, ma diventa sé stesso, narrando in prima persona, lo stile cambia:

  • Blocchi: i blocchi ci sono sempre, ma sono meglio amalgamati, si passa dall’uno all’altro con più naturalezza;
Due anni fa, degli amici ricchi e famosi, m’hanno invitato perché ricco e famoso, in una loro baita di lusso a Pontechianale, in Val Varaita. Arrivo portato, come un pacco di lusso, in una macchina di lusso. All’inizio della valle, a Venasca, mi fermo, entro in un bar per chiedere informazioni:
“Mi fa un caffè per favore?”.
Il barista: “Signor Villaggio, che piacere averla qua! Noi sappiamo tutto di lei, ma proprio tutto…”
“Come mai?”
“Perché qui a Venasca, parecchi anni fa è venuto a vivere un certo Pupazzi”…
  • saponetta; tutto è più calmo. La sintassi fluisce meglio, non c’è più quel guizzo sregolato che la deformava e sbilanciava, perché probabilmente la scrittura non ricalca più l’andamento nevrotico e assurdo della vita di Fantozzi. Anche le emozioni trasmesse dalla scrittura sono più varie e profonde:
…Vado verso la finestra a dare un’occhiata al mare d’inverno, increspato dalla tramontana. Quella è l’unica cosa che forse rimpiangerò. Il colore del mare azzurro intenso a Primavera. Quello piatto delle bonacce di luglio, quando l’orizzonte e il sole si confondono. In agosto, durante le libecciate, c’è molta schiuma e quando apri le finestre senti il sapore del sale sulle labbra
  • La Pina: lo stile Villaggesco è dimesso, pacato, placido, rinunciatario, ma allo stesso tempo pervaso di una tenerezza tenue e di un affetto impalpabile, come la Pina per suo marito.

 

CHI É FANTOZZI?

“Fantozzi” è la sublimazione negativa di tutta l’allora classe impiegatizia (non operaia) italiana. I libri pubblicati da Rizzoli di cui “Fantozzi Ragionier Ugo” è protagonista sono Fantozzi (1971), Il secondo tragico libro di Fantozzi (1973), Fantozzi contro tutti (1979), Fantozzi subisce ancora (1981). I brevi racconti che narrano di questo omino basso e grasso dal nome bolso sono crudeli, irreali e fantastici, cattivi. C’è molto di grottesco, poco di comico. Una quotidianità opprimente e monotona che fa dell’assenza di novità e delle mortificazioni giornaliere l’unica sicurezza, quindi l’unica felicità, la felicità di un condannato all’ergastolo appena sfuggito alla sedia elettrica, la felicità dell’accontentarsi che sfocia nel fallimento compiacente perché conferma d’identità non proiettata. Le umiliazioni continue di Fantozzi sono una fusione tra De Sade e il Soldato Hasek, sua moglie Pina è una donna “dall’alito fognato e i capelli color topo” che non lo ama ma “lo stima moltissimo”, sua figlia è Mariangela, “una gran brutta bambina dal colore giallastro, piccolina per la sua età, con gli occhi sporgenti, il nasino da roditore e un gran naso” ed è innamorato della signorina Silvani, “un mostrino di gamba corta all’italiana“. Inoltre, viene coinvolto suo malgrado in una quantità di situazioni assurde o surreali come:

il varo di una nave nel ruolo di bottiglia, l’ancoraggio di un peschereccio nei fondali del porticciolo di Erbalonga nelle vesti di ancora, il decollo con conseguente scia colorata dopo l’ingestione di un cocktail preparato da un Portoricano piccolo e malvagio, la distruzione degli organi interni o l’ estrazione di questi dal corpo in stile cartone animato, il trovarsi rinchiuso nel Canile municipale di Montezemolo dopo essere stato rincorso da alcuni suoi colleghi abbaianti, duelli rusticani al cacciavite con pattuglie della morte composte da utilitarie assassine, una terrificante mischia calcistica di settanta minuti nell’area piccola durante una tempesta di ghiaccio con caduta di neve orizzontale, tra orsi bianchi in tribuna e addetti della Findus che riducono a tranci e inscatolano gli sfortunati rimasti ibernati, l’uscita dalle grotte di Postumia attraverso il water di un direttore di banca svizzero, l’incontro con un sarto Transilvano dal nome vagamente ebraico (Gòlam) che schiavizza i suoi servitori nani in misteriose fucine sotterranee, la fuga verso alcune provvidenziali colline come unica salvezza. Fantozzi è inoltre stuprato (anzi strupato), sodomizzato violentemente da maligni direttori effeminati e mondani, punito fisicamente in sala mensa attraverso l’uso di clisteri, violentato, costretto a copule involontarie, torture fisiche e morali e altre sofferenze in ambito domestico e lavorativo che tacciamo perché impossibile darne un elenco esaustivo. Tutto questo nella saga cinematografica è appena accennato, ma per Fantozzi non sono eccezioni, è la realtà iperbolica che tutti i giorni è costretto a subire.

Fantozzi è un essere umano incolto, dispotico, timidissimo e ansioso, a volte brutale con la figlia e la moglie (“che oggi voterebbe Lega perché ha un’intelligenza medio bassa” parole di Villaggio), la cui unica realizzazione è la propria derealizzazione, così abituato a soffrire che ormai vive una vita puramente passiva, emozionandosi solo per cose futili dettate dai superiori o dal paradigma dominante. Eppure non è solo questo: nonostante tutte le vessazioni, i condizionamenti e le umiliazioni, Fantozzi combatte, resiste in maniera stoica, ha un’ onestà cristallina (a differenza di tutti i suoi colleghi, a parte Filini e Fracchia), una ragionevolezza e uno slancio solidale innato e una naturale dolcezza di carattere. Fantozzi è sempre stato dalla nostra parte, ma noi non siamo più dalla sua. Lo abbiamo abbandonato ai suoi lati peggiori e li abbiamo assimilati, ingozzati da internet, dai Boldi, dagli Zalone di turno e dalle destre, riuscite nell’impresa di farci apparire come costrizioni i nostri diritti, e quindi rivoltarci contro di essi. Fantozzi viveva una realtà orrenda, ma la subiva, non la esaltava ponendola a stile di vita.

…Prima stavo tutto il giorno a guardare “Il Grande Fratello”, poi “L’isola di quelli che stavano sull’isola e a me mi piaceva “La prova del fuoco” con quella Antonietta Clerici, che la trovavo molto distinta e di grande classe. Poi, il televisore s’è rotto e non l’ho più fatto aggiustare…

Quante persone oggi riuscirebbero a percepire la solitudine siderale, l’ironia e la perfidia che Villaggio ha condensato in queste righe? Io temo poche. Stiamo tutti diventando Fantozzi, ma senza la sua umanità. Faceva bene Villaggio a odiarci, perché siamo delle teste di cazzo.

Addio ragioniere.

Paolo Villagio in “Io speriamo che me la cavo” di Lina Wertmuller, 1992

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