FASCISTI (CON LA TESTA) SU MARTE: IL CASO ASMARA, BOLDRINI E LA STAMPA COMPIACENTE

IL CASO ASMARA

“ASMARA CITTÀ FASCISTA?”

Alcuni giorni fa l’UNESCO ha inserito Asmara, la capitale dell’Eritrea, nella sua World Heritage List con la seguente motivazione:

Located at over 2000 metres above sea level, the capital of Eritrea developed from the 1890’s onwards as a military outpost for the Italian colonial power. After 1935, Asmara underwent a large scale programme of construction applying the Italian rationalist idiom of the time to governmental edifices, residential and commercial buildings, churches, mosques, synagogues, cinemas, hotels, etc. The property encompasses the area of the city that resulted from various phases of planning between 1893 and 1941, as well as the indigenous unplanned neighbourhoods of Arbate Asmera and Abbashawel. It is an exceptional example of early modernist urbanism at the beginning of the 20th century and its application in an African context.

Alcuni quotidiani online hanno colto l’occasione per indulgere in passatismi nevrotico-nazionalisti che sconfinano in elogi appena velati per il fascismo. Consideriamo il seguente caso. Ecco il titolo dell’articolo con cui è stata riportata la notizia dal quotidiano sovranista“, di simpatie neo-fasciste, Il Primato Nazionale:

La notizia riportata dal “quotidiano sovranista” Il Primato Nazionale

Di vero in questo titolo ci sono solo due parole: “l’Unesco tutela“. Tutto il resto è falso o solo parzialmente vero. cercheremo di capire perché analizzando nel dettaglio alcuni passi dell’articolo, ma prima è necessario un chiarimento sull’idea di Asmara “città fascista:

É indicativo che l’Unesco nella sua motivazione per iscrivere Asmara alla lista dei beni patrimonio dell’umanità non usi mai la parola “fascista”, bensì le espressioni “…Italian rationalist idiom of the time…” e “…an exceptional example of early modernist urbanism at the beginning of the 20th century…“. Inoltre l’Unesco aggiunge che “…the city that resulted from various phases of planning between 1893 and 1941…“, quindi non si può ridurre l’influenza italiana al solo periodo fascista. Come riportato in questo articolo della testata giornalistica Finestre sull’Arte (il grassetto è nostro):

Non tutti gli edificî di Asmara tutelati dall’Unesco furono realizzati durante il periodo dell’occupazione fascista: sono diversi quelli che risalgono a fasi precedenti della storia del colonialismo italiano. Il Palazzo del Governatore […] fu edificato in stile neoclassico nel 1897, quando la città dovette prepararsi ad accogliere la sede del governatorato italiano […]. Sono molte poi le costruzioni che risalgono alla fine dell’età giolittiana, durante la quale Asmara conobbe un rapido e intenso sviluppo (certo non paragonabile a quello che ebbe durante il ventennio fascista, ma comunque gli anni immediatamente successivi alla prima guerra mondiale videro sorgere diversi cantieri in città). È possibile citare due edificî che condividono il preciso rifarsi a uno stile neoromanico particolarmente in voga al tempo: il primo, in ordine cronologico, è il Teatro dell’Opera, progettato da Odoardo Cavagnari nel 1918, e il secondo è la chiesa di Nostra Signora del Rosario, cominciata nel 1921 da Oreste Scanavini e terminata nel 1923. Sempre all’estro di Cavagnari si deve il santuario di Degghi Selam, la cui costruzione rimonta al 1917, e probabilmente anche la facciata della cattedrale di Enda Mariam, risalente al 1920.

E ancora:

più corretto, semmai, parlare d’una “Asmara razionalista”, dato che la maggior parte degli edificî costruiti nella capitale eritrea durante il Ventennio sono connaturati dallo stile che caratterizzò gran parte dell’architettura italiana del periodo. È comunque necessario rimarcare che il razionalismo nacque sulla base di presupposti culturali che col fascismo poco avevano a che fare. Si prenda come esempio il volersi rifare dei giovani architetti dell’epoca tanto al gusto europeo quanto alle armonie della Grecia classica e alle linee dei templi delle coste mediterranee: loro ambizione era quella di trovare uno stile fondato, in prima istanza, su equilibrio, ritmo, armonia. Niente a che vedere con il richiamo alle monumentalità imperiali a cui il regime aspirava per legittimare anche sotto un profilo artistico il proprio potere. Si pensi poi al fatto che gli architetti del Gruppo 7, che di fatto sancirono la nascita del razionalismo in Italia, si rifacevano, benché superficialmente e da un punto di vista prettamente esteriore, ai principî stilistici d’un movimento profondamente democratico e votato alla piena condivisione come quello della Bauhaus. […]  I dettami del razionalismo, a cui poi s’ispirarono gran parte delle opere architettoniche del fascismo, erano considerati consonanti con quelli del regime, che di fatto si appropriò del movimento, data anche la labilità dei suoi legami con gli omologhi europei, per farne uno strumento politico.

Fondamentale poi il fatto che:

…ad Asmara ci furono anche gli spazî per la sperimentazione, e in tal senso l’esempio forse più eloquente è la stazione di servizio Fiat Tagliero, edificio che fu progettato e realizzato nel 1938 e che ha la forma d’un aeroplano. Una libertà che spesso contraddistingueva l’architettura coloniale italiana, al contrario di quella della madrepatria che doveva invece attenersi a canoni più stringenti.

Riassumendo:

  • Asmara città fascista” è solo parzialmente vero, Asmara prima di tutto è una città Eritrea, fondata nel XII dai quattro clan di origine tigrina che occupavano l’area. La presenza coloniale italiana va dal 1889 al 1941, quando la città sarà occupata dalle truppe inglesi. Dunque, il periodo fascista, durante il quale la città conobbe certamente una grande espansione e ammodernamento, è solo una tappa della lunga storia coloniale di Asmara. Inoltre, come abbiamo già visto, è più corretto parlare di una città razionalista e modernista, più che di una città fascista. É un grande errore sovrapporre e identificare il linguaggio architettonico che si esercita all’interno di un sistema politico col sistema politico

 

“PASSATO GRANDIOSO” E “SPARATA BOLDRINIANA”

Passiamo ora all’analisi dell’articolo soffermandoci su alcuni passi specifici (il grassetto è nel testo):

…Un prestigioso riconoscimento ottenuto anche grazie al fatto che una volta raggiunta l’indipendenza il governo eritreo non ha abbattuto nessun monumento risalente alla dominazione italiana, anzi, ha deciso di salvaguardarli tutti perché simbolo di un passato grandioso da preservare anche dal punto di vista simbolico.

L’idea che il governo dell’Eritrea abbia deciso di salvaguardare i monumenti italiani “perché simbolo di un passato grandioso da preservare anche dal punto di vista simboliconon ha riscontri nelle dichiarazioni del governo eritreo. I motivi, come riportato in questo articolo di Adnkronos (tra l’altro fonte principale di quest’altro articolo del Primato Nazionale, il cui titolo afferma che “l’ex colonia ci invoca“) sono legati allo sviluppo dell’economia, del turismo, del commercio, della sanità e delle infrastrutture. Vi è certamente anche un fattore culturale testimoniato dalla diffusione dell’architettura e della lingua italiana, la cui tutela ed apprezzamento è però da considerarsi all’interno di una prospettiva appunto culturale, storica e documentaria, non del trionfalismo ideologico.

…Al contrario delle sparate boldriniane, nessuno in Eritrea si è mai sentito offeso dai monumenti fascisti, nessuno ha mai deciso di distruggere le fontane, i bar, i cinema, i palazzi pubblici razionalisti, le villette immerse nel verde.

L’autore dell’articolo con “sparata boldriniana” si riferisce implicitamente alle dichiarazioni della Boldrini, che intervistata avrebbe dichiarato di voler distruggere i monumenti fascisti in Italia perché potrebbero urtare la sensibilità dei partigiani. Peccato che ciò non sia mai avvenuto, essendo le dichiarazioni attribuite alla Boldrini completamente inventate, come si può verificare compiendo l’immane sforzo di visionare l’intervista:

La “sparata boldriniana” esiste solo nella testa dell’autore dell’articolo, mai viene affermata (come invece riportato da alcuni giornali, ci torneremo dopo) dalla Boldrini la volontà di demolire i monumenti fascisti per non urtare la sensibilità dei partigiani. Partigiani che, vorremmo precisare, avendo combattuto a rischio della vita il fascismo ed essendo persone normali (capito, Pansa?), non storici dell’arte o architetti, hanno tutto il diritto di sentirsi emotivamente coinvolti passando davanti a monumenti per loro carichi di dolore e sofferenza (comunque nessun partigiano ha espresso la volontà di distruggerli).

Tuttavia, nonostante sia evidente l’infondatezza della campagna diffamatoria scatenata contro la Boldrini, il Primato Nazionale non demorde e cerca con un altro articolo di piegare la realtà alle proprie convinzioni:

…“Ci sono persone, come i partigiani, che si sentono a disagio e offese quando passano sotto i monumenti del Ventennio. Non accade altrettanto in Germania, dove i simboli del nazismo non ci sono più. È evidente che in Italia questo passaggio non c’è stato”. Ora, se la lingua italiana non è un’opinione, magari un’opinione fascista da considerare un reato secondo Boldrini & compagni, lei ha detto esattamente che dovremmo seguire l’esempio della Germania dove i simboli nazisti sono stati eliminati (abbattuti, in quasi tutti i casi). E come farlo allora se non abbattendo i monumenti del Ventennio? Ce lo spieghi, di grazia.

Constatare che in Germania “i simboli del nazismo non ci sono più” non significa per forza auspicare lo stesso anche per l’Italia, sostenere il contrario è davvero “un’opinione fascista” estremamente forzata. Inoltre, ma questo è un discorso troppo complesso da trattare esaurientemente in questa sede, se è pur vero che i simboli di un potere sono parte integrante dei monumenti che quel potere produce, è anche vero che essi (rappresentando il potere nel linguaggio architettonico e non il linguaggio architettonico puro) non sono mai completamente sovrapponibili alle architetture prodotte dalla società dove quel potere si esercita. In parole povere, un monumento può recare simboli di un potere, ma non essere (solo) simbolo del potere esso stesso. Eliminare i simboli quindi, non significa automaticamente eliminare i monumenti.

Ribadiamolo ancora: la tutela degli edifici di Asmara ha valore di testimonianza storico-architettonica in cui non si ravvisa il benché minimo elogio o riconoscimento per la dittatura fascista. Affermare il contrario è come affermare che visitare le piramidi è sostenere lo schiavismo.

 

LA STAMPA COMPIACENTE

Certa stampa criminale il cui orientamento politico è ben noto non ha perso l’occasione per costruire sulle dichiarazioni della Boldrini la sua personale narrazione fatta di falsità e attacchi personali: due esempi significativi, Il Giornale e Libero (ma la lista è molto più lunga: il già citato “Il Primato Nazionale”, “Blastingnews”, “Secolo d’Italia”, “Formiche”, “Dagospia”, “DirettaNews”, ecc.).

Applicheremo ora lo stesso metodo usato per l’articolo de’ “Il Primato Nazionale”.

IL GIORNALE

Boldrini_Giornale_fascismo

La notizia riportata dal Giornale

Vale la pena di riportare i seguenti passaggi dell’articolo, (il corsivo è nostro):

La stazione di Milano Centrale con i suoi simboli imperiali? Il «Colosseo quadrato» dell’Eur con le sue grandi iscrizioni? Il «Palazzo dei Marescialli», ora sede del Csm, con le sue aquile e le sue teste elmettate? Abbattere, grazie. Sono simboli fascisti, creano «disagio» ai partigiani. E se abitate a Sabaudia o a Latina sono guai. Insomma, occhio: nessuno è al sicuro. Nemmeno i tombini.

Questa è l’apertura dell’articolo, e si tratta, ovviamente, di una balla. Da notare come il giornalista, non potendo citare dichiarazioni che non esistono, sapendo che così facendo affermerebbe il falso e sarebbe passibile di querela, usi quell’ “abbattere, grazie” con la funzione di falsa attribuzione di discorso diretto. É come se a pronunciare queste parole fosse stata la Boldrini, e questa impressione si sedimenta nella mente del lettore.

…Arriva Emanuele Fiano con la sua legge e qualcuno chiede un parere alla Boldrini, a margine di un convegno. E lei prima dice di non voler «commentare i provvedimenti che sono in Aula». E poi – come riporta il Tempo – rispolvera la stessa storia, il medesimo aneddoto dei partigiani che, alla Camera, due anni fa le parlarono del «disagio» provato passando nelle città sotto ai simboli di quel fascismo che hanno combattuto. E che «non accade altrettanto in Germania, dove i simboli del nazismo non ci sono più». E dunque «non possiamo sottovalutare il fatto che ci sono persone che si sentono poco a loro agio quando passano sotto certi monumenti». Insomma, tregua finita. Ad appena 74 anni dalla fine del regime fascista, la crociata boldriniana contro obelischi, monumenti e tombini che offendono i partigiani può ripartire. E con essa l’ilarità della rete.

Qui invece l’autore dell’articolo cita le dichiarazioni della Boldrini, ma le usa a sua piacimento, attribuendogli un significato del tutto arbitrario funzionale alla costruzione di una fittizia “crociata boldriniana” e di una vera crociata contro la Boldrini. Inoltre, ci sono alcune sottili allusioni che ci aiutano a capire meglio qual è la narrazione più generale dentro alla quale si inscrive l’episodio della Boldrini:

  • Arriva Emanuele Fiano con la sua legge…“: l’accenno a Emanuele Fiano serve indirettamente, per opera di una specie di proprietà transitiva, a denigrare e sminuire la “sua” legge, associandoli visivamente e concettualmente alla Boldrini, che per un eventuale lettore a questo punto probabilmente ha le sembianze del Male assoluto.
  • Ad appena 74 anni dalla fine del regime fascista…“: un rapido riferimento che serve a minimizzare l’impatto perdurante e gli effetti del regime fascista sulla società italiana odierna (come se le forze antifasciste avessero davvero vinto e dopo la guerra i fascisti non siano rimasti, in molti casi fino ad oggi, ad amministrare la gestione della cosa pubblica. Basti pensare alle prefetture e alle forze armate) e il consolidarsi dei movimenti neo-fascisti come Casa Pound.

infine:

…Il sito termometropolitico.it, poi, si preoccupa anche di ricordare alla terza carica dello Stato che quella postilla sui tedeschi demolitori di simboli nazisti è una discreta panzana. Molti monumenti all’odor di svastica sono ancora in pieno uso in Germania, dall’Area dei raduni di Norimberga alla Haus der Kunst di Monaco, fino all’Olympiastadion di Berlino…

Assistiamo qui al capolavoro, Il Giornale che con una panzana accusa la Boldrini di aver detto una “discreta panzana“. Rileggiamo la dichiarazione incriminata: “…non accade altrettanto in Germania, dove i simboli del nazismo non ci sono più […] è evidente che in Italia questo passaggio non c’è stato, in Germania c’è stato…“. Il Giornale confonde malamente simboli e architettura simbolica, ma in questo caso non c’è nessuna malizia, si tratta proprio di scarsa comprensione del testo. La Boldrini ha affermato che in Germania c’è stato un processo di rimozione dei simboli nazisti, non che si siano demoliti (tutti) i monumenti del regime. Quelli che hanno conservato una funzionalità architettonica oltreché simbolica, come appunto l’Olympiastadion di Berlino, sono rimasti, storicizzati, depurati dell’ideologia che li aveva eretti. Questo perché, come abbiamo già detto, un monumento può recare simboli di un potere, ma non essere (solo) simbolo del potere esso stesso. Eliminare i simboli quindi, non significa automaticamente eliminare i monumenti.

Ciò che si propone di fare il Giornale, (e le forze politiche che rappresenta: destra populista e nostalgici, per usare un eufemismo delicato), con questi articoli, oltre a diffondere informazioni false, fomentare zizzania e odio sociale, è annullare il processo di storicizzazione dell’architettura e soprattutto dell’ideologia fascista, fino a tornare al punto in cui un monumento si apprezzi esclusivamente perché fascista, perché espressione di un “grandioso passato” che forse è ora di far tornare, in fondo sono già passati 74 anni…

Il fatto più divertente (?) è che Il Giornale ha pubblicato online l’intervista integrale della Boldrini, praticamente auto-smentendosi. A questo punto si pongono due opzioni: o alla redazione de’ il Giornale soffrono di amnesie fulminanti e confusione mentale, oppure pensano che i loro lettori siano così stupidi e superficiali da non darsi pena di dare una parvenza di veridicità alle balle che sparano. A ben vedere, una cosa non esclude l’altra.

Avremmo voluto trattare anche l’articolo di Libero, ma sentiamo fortissimo il bisogno di farci una doccia. Ecco il link, fate voi.

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