Da poco uscito in libreria, per i tipi di Laterza (Solaris), Universitaly. La cultura in scatola” è l’ultimo libro di Federico Bertoni, ordinario di Teoria della letteratura presso il nostro ateneo (molti studenti di Lingue e di Lettere avranno avuto piacere a seguire le sue lezioni). Il professore (che ringraziamo) ha concesso a Bologna Blog University un’intervista, che porremo come ultimo step del nostro speciale sull’accesso all’insegnamento in ambito umanistico.

Universitaly bertoniEntro nel suo studio al 32 di via Zamboni, c’è un caldo micidiale e libri sparsi ovunque, alcuni riconosciuti per esami che ho già dato o devo dare. E’ la terza volta che entro nello studio del professore, ma è la prima volta che sarò io a fare le domande. Con una sorta di strategia difensiva mi dice di essere esaurito e che quindi proverà a rispondere alle mie 10 domande invasive sulla sua ultima creazione. L’atmosfera è informale e la chiacchierata dura un’ora.

Per chi non lo avesse letto, evito i riassuntoni e rimando a questa utile auto-recensione. Per capire di cosa parliamo quando affrontiamo un testo del genere, ne darò un assaggio qui:

“Immaginate lo studio in cui faccio esami, una piccola stanza infestata di libri e tesi di laurea, con sedie e scrivania alla quale me ne sto appostato. E’ giorno d’esami ed ecco una situazione-tipo, un classico uno-due che mi può capitare in questi casi. Entra uno studente con l’aria sveglia e disinvolta, comincia a parlare, risponde a tono alle domande: è bravo, intelligente, curioso, ha studiato a sufficienza, sa fare collegamenti, si pone domande, si esprime in modo efficace e brillante; gli do il massimo dei voti. Poi entra uno studente più impacciato, evidentemente timido e divorato dall’ansia: è bravo pure lui, ha studiato come un pazzo e conosce il programma alla perfezione, ripete i libri e gli appunti delle lezioni ma quando gli faccio qualche domanda più sottile, per indurlo a riflettere o a problematizzare un concetto, vedo che si perde, non capisce, mi guarda con l’occhio stolido e rimastica frasi imparate a memoria; ma anche a lui do il massimo dei voti. Che dovrei fare? Penalizzarlo perché non è intelligente come l’altro? Penalizzare l’altro perché questo ha studiato di più? Il numero finale livella due giudizi molto diversi, ma nella mia ottica è evidente che nel primo caso la relazione didattica ha funzionato meglio, il processo dell’apprendimento ha avuto un senso, ha risvegliato idee e domande, curiosità sui testi e sul mondo, e non si riduce solo al prodotto finale di un 30 da contabilizzare in carriera. Al massimo posso giocarmi la “lode” come criterio differenziale e puramente simbolico, emanazione soggettiva del giudizio che infatti non fa media in senso aritmetico (può al massimo influenzare, sempre in termini soggettivi, la commissione che dovrà stabilire il voto di laurea)” (p. 75)

1. Professore, partiamo dal titolo, che richiama al portale del Sito del Ministero dell’Istruzione dedicato al mondo accademico. E al sottotitolo (“La cultura in scatola”) che contiene in tre parole il tema di fondo dell’opera. Possiamo dire che riassuma il contenuto del suo testo?

In realtà il titolo è stata una questione molto dibattuta, avevo tante opzioni e idee e il richiamo al portale del MIUR non era voluto. Il titolo rimanda piuttosto a Eataly, quindi una trovata un po’ furbetta, che rimanda a questa overdose di inutili anglicismi, scimmiottamento all’italiana del mondo internazionale. Poi ho fatto una verifica in rete e ho scoperto di questo portale. Mi è sembrato che confermasse tante cose, comunque.

Invece “la cultura in scatola” riprende l’idea che nella trasmissione di idee agli studenti ci sia un inscatolamento del sapere attraverso una serie di criteri e meccanismi, per esempio i crediti. C’è questa idea di spendibilità immediata di un pacchetto di conoscenze che vada confezionato prima, poi impiegato in qualche modo. E non serve ricordare che questa fase finale del processo è quasi sempre fallimentare.

2. Il testo è difficile da inquadrare: in che genere letterario lo inserirebbe?

[Ride] Questa è una domanda a cui, da insegnante, non so rispondere. Ovviamente è un’opera ibrida, al crocevia tra il pamphlet satirico e politico, il racconto autobiografico, il saggio, senza trascurare un aspetto a cui tengo, ovvero il mio sapere specifico: ci sono varie parti in cui utilizzo strumenti letterari per leggere alcuni fenomeni, anche per addentrarmi in un discorso che non è direttamente mio, ovvero la pubblicistica sull’università, peraltro molto ampia.

Il mio testo vi rientra, ma solo in parte, in quanto si mantiene volutamente su questa formula ibrida, l’obiettivo era quello di raggiungere un pubblico non appartenente esclusivamente al mondo di cui parlo. Tutti i tecnicismi quindi sono stati evitati, insomma.

3. Lei polemizza con il presente storico di questa nuova università italiana, l’ANVUR, le varie riforme governative, l’evenemenzializzazione dell’Accademia ravvisabile in progetti come quello di Reunion dell’Università di Bologna, ma al contempo dichiara più volte di non essere un nostalgico del vecchio modo di concepire l’università. Ci spiega come ha superato l’ostacolo di questa contraddizione?

Non è semplice. Da un certo punto di vista il mio non essere un nostalgico è nei fatti. La mia entrata nel mondo accademico infatti coincide con il momento di passaggio, di approvazione e applicazione della cosiddetta riforma del 3+2, quindi la vecchia università la conosco solo da studente, con una percezione molto parziale, senza avere nulla di vissuto, a differenza di colleghi più anziani. Beh, certe cose non sono affatto da rimpiangere.

L’unica cosa per cui si può essere nostalgici di quella istituzione è una certa idea di cultura, ma non soltanto, anche una modalità di accesso ad essa: nel passaggio alla nuova università è diventato tutto più nevrotico, con un’ossessione per i tempi brevi, in cui tutto deve essere compresso, i tempi dell’insegnamento, dei corsi. E’ tutto molto più frenetico, e quindi inevitabilmente più liofilizzato.

4. Cosa intende per “una certa idea di cultura”?

E’ una tema ambivalente, e la mia posizione al riguardo è complessa. Quella vecchia università si basava su un’idea di cultura tramontata, a mio parere. Non perché ci siano stati ministri riformatori, quanto perché sono cambiati gli orizzonti culturali e tecnologici. Le esperienze passate sono felicemente andate. Ma la trasformazione non è stata d’altro canto positiva: è stata semplicemente una tecnologizzazione, molto legata alle forme del mercato.

5. Ha seguito la polemica sollevata l’anno scorso da Stefano Feltri, vicedirettore del Fatto Quotidiano, sull’utilità delle lauree umanistiche? 

Nuccio Ordine utilità dell'inutileSì, ho seguito, ma questi sono dibattiti ciclici, presenti in molti ambiti culturali e politici. Io ho cercato di stare alla larga da posizioni estreme e opposte, da una parte quella che dichiara l’inutilità dei saperi umanistici, che va in una direzione esclusivamente di scienze applicate, dall’altra penso che sia altrettanto negativa e fallimentare la posizione difensiva, vetero-umanistica in cui si proclama che l’umanesimo sia la culla di tutto, che i manufatti artistici e letterari siano quanto di più alto sia prodotto dall’animo umano, e io posso anche essere d’accordo, ma sono posizioni volontaristiche.

Il problema è politico, cosa ne facciamo di questi saperi. E’ un tema a cui sono affezionato, è importante che si conoscano luci e ombre della cultura umanistica, visto che nel cuore del Novecento essa ha accompagnato il fallimento traumatico di una civiltà.

6. Pensa che qualcosa di possa cambiare in questo ordinamento? Per esempio, l’introduzione di nuovi insegnamenti, la commistione con saperi diversi, una maggiore professionalizzazione nell’ambito del marketing e dell’informatica, o anche solo dei nuovi, mica tanto nuovi, media?

Tralasciando i tirocini, su questioni più specificamente letterarie io penso che si debba andare in una direzione più aperta e interdisciplinare. Un altro degli effetti perversi del nuovo ordinamento è infatti un paradossale arroccamento delle discipline tradizionali, di campi di sapere molto delimitati, e questo è legato certamente a dinamiche di potere, le grandi aree disciplinari che hanno una tradizione solida si sono chiuse, e siamo in un momento in cui il concetto di “letteratura nazionale”  è ormai tramontato. Io lo dico insegnando in un ambito molto trasversale che è quello della comparatistica, e vedo studenti di Lettere affamati di letteratura straniera, ma anche di mettere insieme vari ambiti del sapere (cinema, arte, sociologia, scienze umane).

Sul versante pratico servirebbero laboratori, esperienze formative che aiutino a lavorare su ambiti specializzati della scrittura, non solo la scrittura critica, ma anche quella finalizzata all’editoria, o anche solo alla comunicazione pubblicitaria. Semplicemente il saper confezionare un testo, cosa che peraltro era la missione dell’antica retorica, per me fondamentale visto che la teoria della letteratura è un’evoluzione moderna della retorica. Oggi la retorica si è caricata di connotati negativi, ma ha un aspetto tecnico che è fondamentale per uno studente di Lettere.

7. Il libro ha avuto successo?

Per adesso sì, ho ricevuto moltissimi messaggi di amici, colleghi, ma anche persone che semplicemente avevano letto il libro. C’è un senso di scoramento, e l’impressione che ne ho tratto è di aver gettato un sasso in uno stagno. Uno degli obiettivi primari era smuovere un po’ di consapevolezza, di maggiore comunicazione tra persone che condividono le stesse perplessità. Ma un altro obiettivo, per esempio, era rompere i compartimenti stagni che ci sono all’interno dell’università [nel libro l’autore auspica che uno studente scriva la sua “versione dei fatti”, dal punto di vista dello studente che vive questa università 2.0], ma anche nella società allargata.

8. Nel libro parla molto della sua attività quotidiana di docente universitario, che ha rapporti di vario tipo, ma in primo luogo con gli studenti: la pagina (vedi sopra) in cui descrive un esame universitario tipo è illuminante, ma anche sconcertante per noi. Come fa a sanare quest’ennesima contraddizione (la valutazione)? C’è speranza che l’università faccia anche formazione e cultura e non sia solo il cosiddetto “esamificio”? 

Io spero di sì, e su questo continuo a essere ottimista e sono in buona compagnia. Ho una mentalità molto anarchica, sono insofferente alle catalogazioni, quando si tratta di tradurre un’esperienza umana di qualunque tipo in numeri, formule e percentuali provo fastidio, anche se lo devo fare per mestiere. Cerco di fare del mio meglio, ma è un procedimento che ha dei margini troppo alti di aleatorietà e fallibilità. Secondo me è fondamentale non ridurre tutto a questo, anche perché ci sono tantissime cose sia nel nostro lavoro che in quello degli studenti che non emerge nella valutazione: c’è un delirio per quanto riguarda questa continua misurazione di qualsiasi cosa, che prevede che la maggior parte di ciò che si fa all’università non possa entrare in queste griglie di valutazione. E’ una specie di continente sommerso.

Faccio un esempio nel lavoro di tesi, in cui si instaura un rapporto dialogico e affettivo con lo studente. Io sono abituato a leggere le tesi virgola per virgola, e se mi accorgo che alla quarta stesura lo studente ha imparato effettivamente il lavoro critico, lì mi rendo conto che le ore impiegate da parte di entrambi non sono state vane. Ora, io comprendo che magari questo miglioramento non servirà a trovarsi un lavoro, ma a livello umano quell’esperienza è stata significativa. Ecco, tutto ciò è invisibile, nella valutazione.

Mettiamo invece che un collega X che non legge le tesi, che non dedica alcuno sforzo a queste cose, ma magari si è fatto un nome in qualche campo, e compare in qualche comitato scientifico internazionale, in cui magari non fa nulla, perché spesso queste presenze nei comitati scientifici sono del tutto formali, ufficiali… beh nelle valutazioni quel docente apparirà più influente di chi invece si è impegnato maggiormente nella didattica.

E’ una vera e pensata svalutazione della didattica, e questo agisce a un livello fondamentale, siccome chi sta valutando di fare carriera accademica, oggi in questo sistema, sarà sempre meno motivato a investire sulla didattica, perché quella essenzialmente non vale nulla. E’ un gioco al ribasso che nasce dal 3+2, la riforma Berlinguer, che certo aveva delle motivazioni giuste (lo svecchiamento, il mandare in soffitta una certa idea di università molto chiusa ed elitaria), ma che è stata applicata in modo spaventoso, e ha portato a compimento quel processo di liofilizzazione dei programmi (specie a Lettere) dovuto a questa ansia di restringere i tempi per un più immediato accesso al mondo del lavoro. E’ un meccanismo che si autoalimenta: io, professore, gioco al ribasso, tu studente fai sempre meno, ed è un circolo vizioso.

9. E’ contento dei suoi studenti?

Il mio punto di vista è parziale: insegnare in un ateneo così grande ti offre un panorama privilegiato, nel senso che se la media è buona, ci sono molti studenti che sono davvero bravi. Penso che forse in un ateneo più piccolo e periferico questo sia meno visibile. Io sono contento di quello che vedo qui, e uno degli aspetti nostalgici da cui mi tengo più alla larga è proprio il piagnisteo di alcuni colleghi che lamentano che tutti gli studenti sono capre. Non lo dico per retorica, lo dico con assoluta convinzione: è vero che ci sono meno basi, meno conoscenze su cui appoggiarsi, ma la curiosità e le capacità intellettuali rimangono ottime e inalterate.

9. C’è un passo che mi ha colpito molto: è quello in cui parla della “solitudine” che si vive nel mondo accademico, anche da parte di chi occupa posizioni di potere e prestigio. Consiglierebbe a uno studente la carriera accademica? Anche solo un dottorato? Consiglierebbe la via dell’insegnamento, anche scolastico?

Non so se la solitudine sia una sensazione specificamente mia, ma è di sicuro la manifestazione psicologica di un dato strutturale. Sono venute meno le esperienze collettive, in cui ci si riconosceva culturalmente e politicamente. C’è tanta gente dispersa, che magari pensa le stesse cose, che dovrebbe reagire, ma che si trova rinchiusa in un orizzonte individuale. E’ un problema che probabilmente riguarda anche i dottorandi e gli studenti. Io vorrei che gli studenti migliori scegliessero l’insegnamento, sia universitario che scolastico. Ma consigliare la carriera accademica è un problema troppo complesso, anche perché il mio è stato un percorso assolutamente inusuale rispetto alla media.

10. Parliamo di lei: è un docente ordinario, e sembrerebbe che questa istituzione l’abbia ampiamente premiata. Eppure si guarda attorno e la situazione che vede e vive non la soddisfa. Vorrei parlare della dimensione romanzesca di questo testo, che personalmente considero un raffinato esperimento di auto-finzione [il genere praticato da Saviano e Walter Siti, n.d.r.]. E possibile che questo sia il vero genere del suo scritto?

Sicuramente, visti i miei studi e le mie competenze, questo aspetto c’è ed è auto-consapevole, se vogliamo anche un po’ auto-ironico. E’ probabile che sia stato influenzato da certi vizi della narrativa contemporanea, questa inflazione di narrazioni soggettive, del potere retorico certificante dell’esperienza vissuta (“Io so, ma non ho le prove”). C’è una funzione strategico-retorica, di arrivare a un certo pubblico, di intercettare l’attenzione sfruttando cinicamente un mezzo linguistico che ad oggi è molto efficace. D’altra parte è perfetta l’espressione “esperimento”: c’è la messa in scena narrativa, o auto-finzionale, di un’esperienza vissuta, non lunghissima (15 anni di docenza), ma totalizzante, vissuta con fasi di responsabilità istituzionale (la presidenza del corso di laurea, per esempio) e con un occhio attento alla dimensione politica di ciò che stava succedendo.

Quindi da una parte ero attore e dall’altra osservatore critico di questo mondo che considero portatore di un valore inalienabile. Allora non c’è un atteggiamento nostalgico, ma sicuramente difensivo verso un’idea di sapere che ritengo, e lo dico con enfasi, contribuisca al progresso civile e culturale della nostra società. Può sembrare una banalità, ma l’idea maggioritaria che tutto debba fondarsi sulla valorizzazione delle “eccellenze” è un’idea miope, anche se in certi ambiti magari può dare dei frutti.

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Giunti a questo punto, il professore esce un attimo e si accorge che i suoi doveri lo chiamano: è orario di ricevimento e fuori dalla porta c’è uno stuolo di studenti accaldati e probabilmente in attesa di risolvere i tipici problemi burocratici che ci attanagliano e che ci siamo tenuti alla fine della sessione estiva, prima di dimenticare tutto e andarcene al mare. Cosa resta da fare a noi? Provare, anche attraverso un’esperienza come quella di un blog collettivo di studenti universitari come BBU, a interagire di più con i nostri insegnanti, a colmare quella distanza che, almeno a quanto ci raccontano, era il vero problema della vecchia università. Insomma, vivere il presente e affidarci al nostro senso critico, senza troppa nostalgia.

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