Roberto Camurri a Bologna; alla Confraternita dell’uva tra un calice di vino e A misura d’uomo, primo romanzo del giovane di Fabbrico. Roberto indaga sul rapporto tra la quotidianità nella vita dei personaggi e le reazioni che ne conseguono.

Che aspetto ha la quotidianità ?

Il quotidiano è il susseguirsi ed il ripetersi delle giornate; la ripetizione che consegue la monotonia e da tale routine possiamo rimanerne oppressi o trovarne delle sicurezze. Se la quotidianità ci appartiene, è inevitabile che noi apparteniamo ad essa? Vi è l’impossibilità di sottrarsi a determinati doveri, si diviene arrendevoli di fronte alla consapevolezza che il tempo scorre e non ne abbiamo il controllo, sicché finiamo per perdere il comando delle nostre azioni; e l’abitudine diventa l’unica forma attiva dell’agire.

Il silenzio sovviene, indisturbato, impadronendosi della funzione comunicativa, ogni volta che l’automatismo diventa forza vitale; ma in questo vortice di azzeramento delle pulsioni, spunta uno spiraglio di speranza: la riconquista del coraggio di cambiare.

Il cambiamento non è dato dal caso, nasce da dettagli, intrinsechi nel quotidiano, di cui si è dimenticati l’importanza. Spesso, inconsciamente, si scorda il peso delle piccolezze della vita, perché impegnati a fingere una risoluzione di problemi maggiori.

Dunque, la quotidianità ha una definizione?

Ricomponiamo vite spezzate dal prediligere della passività in “A misura d’uomo”, romanzo pubblicato da NN editore a gennaio, nel quale l’autore, Roberto Camurri, ritrae fotogrammi esistenziali dei protagonisti di Fabbrico.

Nel suo primo romanzo Camurri ritrae una dimensione di catabasi nelle vite dei personaggi; di loro non è dato sapere la soluzione di dilemmi, ma viverne da lettore gli effetti.

Abbiamo avuto il piacere di assistere al suo incontro presso la Confraternita dell’uva, libreria wine-bar di via Cartoleria, in cui l’autore giunto da Parma a Bologna ha presentato il romanzo. Successivamente l’abbiamo intervistato: vi riportiamo le sue parole, ma non preoccupatevi di alcuno spoiler, non è possibile trarne uno da A misura d’uomo; se ciò vi appare strano, non rimane che immergervi nella lettura!

 

 

“A misura d’uomo” è il suo primo romanzo, pubblicato a gennaio per NN editore; quando ha cominciato a nutrire il desiderio di scriverlo?

Ho deciso di mettermi a scrivere seriamente un paio di anni fa, non avevo desiderio di pubblicare, era più che altro un sintonizzarmi di nuovo coi desideri del me stesso di otto anni che, un giorno, ha deciso che scrivere era la cosa più bella del mondo. Poi, col passare del tempo, con i primi racconti finiti che mi soddisfacevano, ho trovato nelle mie parole una qualche forma di dignità e ho iniziato a pensare all’idea di trovare qualcuno che le pubblicasse. Quel qualcuno è stato, per fortuna, NN che, dopo aver letto i racconti slegati, mi ha suggerito la possibilità di farli diventare un romanzo.

 

Il lettore è immerso fin da subito nella vita dei personaggi, vite a cui mancano gesta eroiche; l’immersione è catapultata in una dimensione del quotidiano, intima a tal punto da non poter evitare un coinvolgimento emotivo. Si finisce per precipitare con i protagonisti, gioire con loro, condividerne empaticamente le noie e i pensieri. “Con le parole scritte su quelle pagine aveva cercato di trovare la bellezza insinuata dentro la routine del quotidiano, aveva cercato di dare speranza, qualcosa a cui aggrapparsi, alle persone che si disperavano, stanche di vivere i giorni uguali.” Alla soglia tra l’età adulta e la spensieratezza della gioventù, non le nascondo di avere timore della “routine del quotidiano”, ritrovarsi in un vortice di doveri e di scelte, perdere il controllo del comando e non avere più il coraggio di cambiare; quali rassicurazioni darebbe ad un giovane o ad una giovane perché non precipiti nella passività? Quali, invece, a chi si trova in balia di tale vortice?

Ecco, qui non so come risponderti. Non riesco a dare consigli perché ho sempre paura di essere il primo a non rispettarli, trovo difficile mettermi nella posizione di chi ha qualcosa da insegnare. È più facile per me comprendere le scelte di chi ho davanti che provare a modificarle; l’unica cosa che posso dire è di assumersene la responsabilità, di provare a vivere accettandosi per quello che si è. 

 

La narrazione segue l’evolversi dei fatti; anzi, la narrazione è meticolosamente costituita da fatti. La scrittura è un flusso inarrestabile di eventi, i quali compongono il dinamismo della vita. Il narratore non cerca pause di riflessione, perfino le descrizioni alimentano la sensazione dello scorrere del tempo, sicché al lettore appare di vivere nelle sceneggiature di un film;  proviamo compassione nel vedere Anela piangere o siamo lieti nel guardare Davide sorridere, ma non abbiamo accesso ai loro pensieri. Ecco che i fatti e le più piccole azioni assumono importanza, perché ne siamo coinvolti emotivamente, senza che le emozioni vengano espresse. Quali sono state le fonti di ispirazione per tale tipo di narrazione?

La prima volta che ho capito quale sarebbe stata in qualche modo la mia strada è stato quando ho letto Carver, lì mi son detto: ecco, così. Perciò mi son messo a scrivere puntando a quello e quello che veniva fuori erano delle schifezze. Ho iniziato a piacermi quando ho smesso di avere qualcuno come riferimento, quando mi sono tolto dalle spalle il peso delle sovrastrutture e l’ambizione di assomigliare a qualcuno. Quando ho cercato la mia voce, quasi per osmosi, tutto si è allineato come per accompagnarmi a essere me stesso. Aggiungo anche che la più grossa ispirazione è stata quella di capire quanto io fossi al servizio delle storie che andavo a raccontare e non il contrario.

 

I capitoli non seguono un ordine cronologico, per ciascuno di essi i personaggi cambiano nome, aspetto, diventano qualcun altro ma mantengono legami tra loro; storie di vite diverse che si intrecciano, volti individuali che trovano una comunanza: l’impossibilità di esprimere a parole la sofferenza interiore. Perché la scelta di non dare un ordine alle loro vite nel suo racconto?

Ho scelto di costruire A Misura D’Uomo in questo modo perché quello che mi interessava era arrivare alla fine con un pianto liberatorio, che il libro terminasse con la speranza. Poi, per quanto riguarda la scelta dei tempi verbali, ho usato quelli che mi aiutavano maggiormente a raggiungere quell’emozione che volevo comunicare alla fine del racconto/capitolo.

Veniamo a contatto con la routine dei protagonisti, conosciamo le loro abitudini, affiorano dal testo alcune vicende cruciali, ma il lettore si trova in una condizione in cui non gli è dato sapere più di quanto non sia stato raccontato; l’omissione di parti delle vite narrate, danno ancora più vigore alle piccole azioni, fino a che i dettagli non diventano i veri protagonisti delle storie. Non occorre conoscere tutto, siamo invitati a camminare accanto ai personaggi e reagire con loro di fronte agli avvenimenti. A noi lettori, invece, di fronte al divenire della vita quotidiana, è dato l’impegno di soffermarsi su dettagli delle nostre giornate, di cui dimentichiamo spesso l’importanza. Interpretazione errata?

Anche questa è stata una scelta precisa. Ho voluto omettere di raccontare eventi molto importanti per la vita dei personaggi perché mi interessava di più osservarne e descriverne le conseguenze nella routine quotidiana. È stato un modo per coinvolgere il lettore nel dare la propria interpretazione, riempire i buchi; e, nonostante io sappia cosa sia successo e come, è valida quanto la mia.

 

Un aspetto essenziale del racconto è il silenzio: si tace quando si soffre, quando bisogna scusarsi, quando ci si vuole confessare. In brevi momenti, i silenzi acquisiscono valenza positiva, fanno sì che siano gli sguardi e i gesti a parlare. Qual è il ruolo del silenzio nel suo libro?

Il ruolo del silenzio in A Misura D’Uomo è quello che ha avuto anche nella mia vita, è la reazione che ho sempre visto nei rapporti attorno a me e con cui sono cresciuto, quando le emozioni o i sentimenti erano così grandi che era impossibile definirle a parole.

 

Ultima domanda, ma non per importanza: il titolo di un libro che ha lasciato un segno nella sua vita, più di ogni altro?

La Strada di McCarthy.

 

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