Qualche settimana fa ho deciso di intervistare un quartetto bolognese molto particolare. Composto solo di sassofoni, può darsi che lo abbiate visto esibirsi nei locali, o soprattutto in giro per la città, specie in piazza Santo Stefano. Siccome una mia amica (Teresa Colliva) è una delle componenti, il gruppo ha deciso di invitarmi per una splendida e caldissima cena, svoltasi a casa di Laura AgnusDei, cucinata da Sebastiano Terzuolo e registrata da un iphone 5S. Più che un’intervista è stata una lunga chiacchierata: ho scoperto che mettere tre sassofonisti (l’ultimo dei quattro, Vincenzo Zappavigna, sfortunatamente non c’era) in una stanza, con sigarette, musica e limoncello può equivalere all’estensione di un’improvvisazione di Keith Jarret. Il tutto si è concluso però con sole 2 ore e 45 minuti di racconti, quindi scuserete fin da subito la relativa lunghezza (tagliatissima) del pezzo. Il fatto è che Les Pages au Vent Quartet oltre a suonare bene hanno una loro idea di tante cose, dunque si è parlato veramente di tutto, con la musica come tema dominante, e con tutte le implicazioni che suonare il sax, in giro per Bologna, nella vita, come vocazione, come scelta, come fatica, possono portare.

Un breve assaggio è dato da questo breve video, caricato su YouTube da una turista straniera.

 

Quando vi siete formati?

Sebastiano: Beh, lei non ha ancora finito di formarsi… (indicando Teresa)

Teresa: Allora mettiamo subito in chiaro le cose, adesso stiamo registrando, quindi non dirai niente contro di me. Comunque, io non c’ero ancora.

Laura: Dicembre 2012. Perché abbiamo detto… dai proviamo, era il periodo di Natale, e allora ho detto: “Oh Seb, secondo me se andiamo a suonare per strada facciamo un sacco di soldi…”

S: Sì, l’obiettivo era quello.

Voi lo fate come lavoro, sostanzialmente.

L: Sì, alla fine è quello per cui abbiamo studiato, quindi…

Non è un progetto estetico?

No, perché non facciamo pezzi originali. Boh, quindi nel 2012 ho detto “proviamo!”. Eravamo io e Seba, Ilaria, l’abbiamo perduta perché è partita in Erasmus, e Teresa l’ha sostituita. E poi Vincenzo, che ci ha lasciato per inseguire il suo lavoro da ingegnere. S: In verità fino a qualche anno fa ho sempre lavorato. in altri ambiti, cioè ho fatto il bibliotecario, il tecnico informatico, ho fatto il cameriere, il barista, il cuoco. Poi un anno fa ho detto: “Boh, ho 26 anni, e quindi o ci provo seriamente adesso o non ci provo più. E’ da un anno che faccio solo questo.” [Chiedo se abbia fatto anche l’università] Un anno di infermieristica, ma tutta quella gente che moriva continuamente mi ha dissuaso dal continuare.  Le vene mi piacevano, ma fino a un certo punto. E’ andata molto bene quel Natale lì, eravamo due contralti, un tenore e un soprano. Io ero sopranista. (risate) Oh, ma come ti permetti?! sono un ottimo sopranista.

E’ difficile amalgamare insieme quattro sassofoni?

S: Mah, se noi facessimo composizione penso di sì. Ma noi siamo interpreti più che altro, attingiamo da materiale esistente. L: Beh, no, perché comunque secondo me è molto più difficile amalgamare strumenti diversi. S: E’ come un gruppo di voci, o di archi. Hai il basso, il canto, il controcanto, e il tenore cosa fa? Il tenore è la viola. Quindi puoi fare tutto con un gruppo di sassofoni. L: Abbiamo scoperto che riuscivamo a fare dei soldi.

Come vi siete intessuti con la realtà musicale bolognese?

T: Beh secondo me bene, perché abbiamo riempito un posto vuoto nella tipologia delle persone che suonano per strada. Perché comunque è una formazione un po’ più colta, una formazione da musica da camera, però con un repertorio accattivante, cioè stacca molto dalle cose che puoi sentire di solito. Cose anche molto belle: ci sono i Rumba de Bodas che son molto bravi, però loro mettono in pratica un’esperienza personale come buskers, Beppe Maniglia, oppure i mimi, oppure anche solo i ragazzi con ampli e chitarra, o il didgeridoo… S: Cioè, nessuno a Bologna fa ciò che facciamo noi.

Conoscete questi musicisti personalmente?

L: Io i Rumba li conosco. T: Però quando andavamo fuori a suonare c’è sempre il momento di lotta no? la conquista dei posti, una cosa molto divertente.

Quando vado in giro mi sembra che la disposizione dei musicisti sia casuale. Ma non lo è a quanto pare.

No, dopo che cominci un po’ a suonare per strada ogni gruppo sa dove andare a suonare. I Rumba suonano in via Indipendenza, comunque dove ci sono spazi grandi, perché loro fanno un sacco di pubblico no? E poi si estendono molto nello spazio. E invece noi che siamo molto più intimi. S: Stiamo dietro allo spartito, abbiamo i leggii e non è molto una cosa da buskers.

Sembra anzi una cosa molto professionale.

Esatto. E quindi non andiamo in spazi giganteschi, anche se ci abbiamo suonato, ma andiamo per esempio in Piazza Santo Stefano. T: Ecco, noi abbiamo conquistato piazza Santo Stefano. S: Sì, piazza Santo Stefano ci suoniamo solo noi. Perché solo noi possiamo guadagnare lì come guadagniamo noi. Perché lì siamo tollerati, ed è un ambiente abbastanza esigente a livello di immagine.

In media quanti soldi fate alla sera?

S: Dipende da quante ore suoniamo. Siamo arrivati a fare in una sera 250 euro, in monetine. In base alla nostra esperienza, spesso, guadagni più suonando per strada che pagati in un locale. E poi è più bello per strada, hai i tuoi tempi. T: Sì, è più bello. L: Beh, devi fare sempre gli stessi pezzi, e quella è una rottura. Perché per strada facciamo Beatles, Blues Brothers. Fai quelle cose che sai che funzionano per strada. Invece quando è il tuo concerto, comunque, fondi tutto. S: Però è anche vero che anche se sei formalmente obbligato a fare cose simili, perché sono quelle che tirano di più in quel contesto, sei anche ripagato dal pubblico, ad esempio il papà che porta i bambini che ballano. L: Se dovessi scegliere farei due concerti a settimana. Perché guadagni di più, in meno tempo. E’ un dato di fatto. Per suonare fuori devi caricarti tutto, io ad esempio andavo in bici, caricare tutto sulla bici, e tutto vuol dire il sax, tipo Seba ha il sax baritono (17 kg di sassofono), capito? Ci vai col bel tempo, con il caldo, poi devi avere lo spartito, il reggisax, la borsa, il leggio, poi vai in un posto, dici “andiamo lì” , è occupato, poi la gente non ti vuole, a volte, monti tutto…

La polizia vi ha mai detto qualcosa?

La gente sì, nascono le liti. La polizia ci ha fatto spostare dal mercato di mezzo, lì da via Clavature. Perché magari qualche abitante villico protesta, anche se stando alla registrazione di Bologna, se tu non sei amplificato e non crei intralcio al traffico, in zona pedonale, puoi restare un’ora nello stesso posto, negli orari consentiti. [Chiedo quali sono] Mah, saranno quelli da condominio, cioè dalle 4 alle 8? e dalla matina alle 9 fino all’ora di pranzo.

Mi parlavate delle liti.

Sì, gente che grida dalla finestra. Però a volte è carino perché quella volta di via Clavature uno chiamò la polizia, vennero due carabinieri mentre stavamo suonando e si era raggruppata un po’ di gente attorno e loro hanno aspettato che finissimo il pezzo per dirci qualcosa. Ma subito si è creato un capannello di sostenitori che inveiva contro i due poveri agenti.

Parlatemi del nome. Come lo avete scelto?

L: Teresa aveva proposto “Voltarag” perché alcuni di noi usavano il voltaren, anche perché suonare in piedi è faticoso, un altro degli aspetti negativi del suonare per strada, e comunque le dita stanno male spesso. e quindi usavamo il voltaren, perché suonavamo molto rag time, perché piace. Poi siccome uno dei problemi del suonare per strada è anche che volavano via gli spartiti, ecco Les Pages au Vent.

Vi hanno chiamato anche i locali.

S: La prima volta che ci hanno chiamato è stato al bar Maurizio. Siamo andati a proporci perché era un jazz club, cosa che non c’entrava praticamente nulla con la musica che facevamo noi. Io vivevo al bar Maurizio, perché è di fianco a casa mia. Maurizio mi vedeva sempre con lo strumento, mi ha chiesto se volevo suonare, io gli ho spiegato la situazione, lui ha accettato e quello è stato il primo concerto “serio”. Un palchetto torrido, ma torrido che ti colava il sudore sulla fronte e non riuscivi a leggere gli spartiti, un caldo micidiale. Avevamo dei riflettori che neanche Hollywood, 2000 gradi fahrenheit, era pienissimo, non so perché tutti volessero sentirci, poi va bè Maurizio sono dieci metri quadri. L: Abbiamo fatto i Buskers a Ferrara e quello è stato interessante e soprattutto ben pagato (ironico);

Voi cambiate molti sax?

Sì, noi suoniamo quattro sassofoni diversi in ordine decrescente di acutezza di registro, che sono il soprano, il contralto, il tenore e il baritono. Sono le quattro voci del quartetto d’archi, come se tu avessi violino, viola, violoncello e contrabbasso. E ce li scambiamo a seconda di cosa richiede quel pezzo. Se quel pezzo è stato scritto per due contralti, tenore e soprano. Quindi portiamo sei strumenti in tutto.

Un sassofonista sceglie un sax o li deve saper suonare tutti?

Un accademico deve saper suonare tutti gli strumenti della famiglia. I jazzisti invece… per esempio Parker per fare un nomino, suonava tanto col contralto quanto col tenore, ci sono dei dischi in cui Parker suona col tenore, a un certo punto tu non pensi più agli accordi, ma direttamente al suono che vuoi, e il suono ce l’hai talmente incarnato dentro di te che tra uno strumento e l’altro non cambia, probabilmente se a Parker avessero dato un basso lo avrebbe suonato à la Parker. Quello che cambia tanto è il timbro, davvero. Quello che cerca un jazzista è una personalità timbrica, perlomeno è quello che ho studiato io. Quando senti due note e dici “è Coltrane. Punto”. Non devi sentire un pezzo. Il sax assomiglia tanto alla voce umana, è il suo bello e la sua difficoltà. Però il suono – correggetemi – rimane molto personale anche in altri tipi di generi, voglio dire il suono di Teresa rimane il suono di Teresa, nessuno ha il suo suono L: Più che altro noi veniamo da questa scuola, il nostro prof ci ha educato a questa ricerca di personalità, altre scuole accademiche cercano il suono classico.

Il repertorio come lo scegliete?

Equilibrio. Per ogni due pezzi veloci cerchiamo di farne uno lento, per esempio. E poi boh, anche capita “cazzo questo è troppo bello, facciamolo!”. Poi facciamo un sacco di colonne sonore. [parliamo di Morricone e West Side Story e si mettono a cantare] – Ecco, vedi, quando qualcuno canta una melodia in realtà si canta la linea principale. Ciò che è interessante del nostro gruppo è che quello che si sente è un suono, ma sono gli altri tre suoni che fanno il tutto, se tu cambi idea… tutti suoniamo insieme, quindi ognuno di noi ha un compito, ma al di là del dialogo che si può creare, io lancio una frase e lei mi risponde con un’altra, ognuno di noi suona un frammento, partendo da me che suono lo strumento più grave, poi passo la palla a lei, che passa la palla al soprano, quindi quello che stai sentendo è una scala, ma in realtà sono quattro strumenti che stanno scambiandosi le parti. E’ tutto l’intreccio armonico che c’è sotto che fa il pezzo. Ed è quello che tira cioè, ognuno ha un compito, io sono la ritmica, il baritonista T: Se il baritono si ferma lo senti tantissimo, il pezzo muore. Non senti più niente, è come se tu avessi le orecchie così [imita un’occlusione auricolare con le mani]; [Chiedo se sostituisca basso o batteria] S: E’ come il contrabbasso. Fa un walking, tiene in piedi tutta la ritmica, il suono più basso che senti è la pulsazione più profonda che ti arriva, è il timing, ed è anche l’armonia: se il baritono fa una nota, o se ne fa un’altra tutto il senso della struttura verticale che c’è sopra cambia. Il tenore invece riempie le armonie, noi siamo quattro voci. Quindi possiamo suonare quattro suoni contemporaneamente. La nota che cambia lei cambia il senso del colore, della stanza, dell’ambiente, di tutto. Il contralto di solito fa da spalla al soprano, dialogano, mentre il soprano è il solista, come il violino.

Ma voi dove provate?

L: In teoria al conservatorio, in pratica uno dei disagi del conservatorio è che non hai aule. Una situazione disorganizzatissima. Sembra che ti facciano un favore ogni volta. E poi è una struttura che non è adeguata. E’ una delle componenti più stressanti del nostro lavoro. In un appartamento non puoi. Ogni tanto andiamo a casa di Seba perché lui ha questa torretta, ma ogni tanto si lamentano anche lì.

Quanto provate?

S: Adesso viviamo un po’ di rendita.  T: Però agli inizi provavamo tanto, perché io ero scarsissima. S: Sì, la Terri faceva schifo… T: La prima volta che ho suonato con voi avevo una paura.  Non avevo mai suonato in quartetto, mi avevate chiamato a provare, io non conoscevo nessuno, poi alla fine ho capito che non c’era tanta differenza tra me e voi [ride] e quindi dopo mi sono rasserenata. Però la prima volta che abbiamo suonato per strada avevo una paura folle.

Se non aveste fatto il conservatorio insieme vi sareste trovati?

No. Non penso. E’ molto importante conoscersi personalmente, è una banalità. Anche se c’è gente al conservatorio con cui io non suonerei mai. [ridono]. L: No beh, ovviamente a livello organizzativo, come sempre nel mondo della musica, a volte preferisci un musicista mediocre, ma più affidabile, perché comunque si tratta di costruire qualcosa insieme. S: Le prove sono faticose. Ora viviamo di rendita, ormai ci becchiamo e andiamo a suonare, perché ormai abbiamo suonato tantissimo. Però, conta che per mettere su un pezzo nuovo, impegnativo, che stupisca il pubblico, che sia complesso e dia soddisfazione anche a noi, io penso che una quindicina d’ore siano necessarie, sei prove. Più lo studio personale. Io non posso pensare che lei mi stoni un La. Sono cose che riguardano la questione più accademica della formazione che siamo. Perché la scuola serve a questo, darti degli strumenti. L: Servono qualità artigianali. Ti danno una formazione tecnica che puoi spendere, ci guadagni dei soldi, suoni cose a te gradite, lo fai con persone con cui hai condiviso un’esperienza di studio – [S: la gente ci prova con te… (ridono)] – per chi ha studiato è una delle cose che può darti più soddisfazione. Io l’80% delle cose che ho imparato le ho imparate con loro. Perché con voi io suono. Cioè, suoni in un quartetto, capito? Per cui non stai più in camera, da sola, a fare gli esercizi. E poi devi affrontare un pubblico, mano a mano entri nei pezzi, ti liberi di tutte le paure che avevi, perché interiorizzi i pezzi. S: Paradossalmente ti liberi anche dalla pagina. Dopo un po’ la pagina diventa un’ancora, cioè sai che è lì, ma non leggi più, semplicemente ricordi al tuo cervello ciò che già sa. Tu certi passaggi non puoi leggerli, li hai studiati tanto e li conosci. La pagina è lì per darti sicurezza. Per la musica che facciamo il passo successivo sarebbe eliminare la pagina.

Però non sareste più le Pages au Vent Quartet. (ridono) Voi avete percorsi musicali diversi, Laura suona in varie band di musica contemporanea, a Teresa interessa la musica classica e Sebastiano studia jazz. Avete pensato di farne un lavoro o è una forma di gavetta?

T: Penso che ognuno abbia la sua risposta. Un quartetto potenzialmente potrebbe guadagnare molto. Se tu fai una data alla settimana, a teatro, a una rassegna, una programmazione estiva in cui ti giri tutti i festival, potrebbero arrivare dei soldi veri. [All’Umbria Jazz per esempio] S: L’Umbria Jazz no, perché non facciamo jazz. [Non avete mai pensato di fare jazz?S: Eh ma tu cosa intendi per jazz? Una composizione jazzistica? Nel senso, con dei colori jazzistici, oppure improvvisazione? Chi ha studiato classica non ha nessuna base di improvvisazione. Non è in grado di interpretare un accordo “liberamente”. Anche lì, dietro l’improvvisazione c’è un sacco di studio e la creazione di un vocabolario personale preso dai grandi che tu impari a incollare e variare. Noi potremmo fare dei pezzi jazz, come suoniamo Mingus per esempio, e arrangiarli. L: Però non è una formazione jazz un quartetto di sax. Potrebbe esserlo. Un pianoforte dovrebbe esserci, perlomeno.

E all’idea di fare i turnisti avete pensato?

L: Secondo me devi distinguere tra un prodotto artigianale e un prodotto artistico. Tu hai delle capacità, hai acquisito una tecnica che ti permette di rendere determinate cose. E di interpretare. Il diploma ti insegna a essere un interprete, di musica classica. Se uno stronzo ti dice “C’è da suonare i quadri di un’esposizione, e ho bisogno di un sassofono” tu sei in grado tecnicamente di farlo. Il diploma ti insegna una tecnica, al servizio di quella che potrebbe essere un’arte. C’è gente che si appaga dello strumentismo. Ognuno ha la sua idea di musica. Noi quattro nutriamo aspirazione diverse. Fare l’artigiano paga anche meglio. Anche solo dare lezione è una qualità artigianale. S: Io trovo che sia indispensabile nella vita portare avanti entrambi gli aspetti. Se il tuo obiettivo è fare musica, intendendo creare qualcosa, come per me può essere il jazz ovvero comporre in tempo reale una cosa ogni volta diversa, allora devi anche essere un bravo turnista. Non si può vivere solo di aspirazioni, Van Gogh se doveva fare un ritratto a caso a qualcuno lo faceva. Se io devo andare in big band a suonare qualcosa che non mi piace lo faccio. Poi a parte ti ritagli un tempo per decidere cosa vuoi portare avanti del tuo stile, di quello che vuoi esprimere, ma anche questo passa attraverso lo studio.

Per pubblicare con un’etichetta musicale cosa si deve fare?

L: Per la classica incidono solo gruppi molto bravi. Dovremmo essere un quartetto di gran livello. E ci sono, che stampano dischi di musica accademica. S: Però sono artigiani fenomenali. Devono avere caratteristiche artigianali perfette, l’attacco, il portamento, la forcella del volume, il diminuendo, devono essere formalmente perfette. Deve funzionare, ma la forma essere bellissima. Un quartetto che incide deve essere intonatissimo, ritmicamente ineccepibile, cose che a noi ogni tanto sfuggono. L: Noi non siamo così coinvolti. Dovremmo provare tutte le settimane (tutti i giorni) T: E quello sì, potrebbe diventare un lavoro. Poi fai concorsi, ci sono molti concorsi e festival in Italia. S: Se noi proviamo tutti i giorni, raggiungiamo una sincronia tale da sentirci uno strumento unico, cosa che dovrebbe essere, potremmo concorrere a premi grossi. L: Ma noi siamo persone diverse, con ambizioni musicali diverse, è stato bello comunque. E’ servito a migliorare tecnicamente, a divertirci, a guadagnare. Poi è bello che una formazione di sax così ti porta a suonare in tanti contesti diversi, abbiamo suonato dappertutto, matrimoni, per strada, per feste di professionisti. Abbiamo fatto una trentina di concerti: Maurizio, Take Five, Swann, Senza Nome, Notte bianca, Camera di Commercio (in trio), Circo Paniko, la Radio. [Interessato al Circo Paniko, chiedo se siano stati pagati], sì, il cappello, la gente. Ma comunque abbiamo suonato molto più per strada, come buskers.

Ma d’inverno suonate anche all’aperto?

S: Guanti con i buchi, e tante bestemmie. Io ho ancora il freddo di quest’inverno in via Indipendenza. Gli strumenti reagiscono molto male a basse temperature.

Università e conservatorio si coniugano bene?

L: Dipende cosa fai. Io ho cominciato al secondo anno di Lettere, è impegnativo, ma la facoltà è flessibile, con le sessioni e anche le sedi. Lettere e il conservatorio sono a due minuti di distanza, il nostro solista faceva ingegneria e si faceva delle ammazzate da Saragozza al centro in autobus.

E col lavoro invece?

S: Ci sono stati momenti molto duri. Sopratutto perché continuavo a lavorare, mentre studiavo per il diploma a Parma con il loro maestro Faziani, che poi è venuto a Bologna. Lavoravo nei ristoranti, cuoco, cameriere e lavapiatti. Mi hanno dato un locale in gestione, io chiudevo il locale, andavo a studiare nella cantina dei vini, studiavo fino alle due, andavo alle otto a Parma a lezione, tornavo, poi andavo a lavorare all’una. Quell’anno lì è stato particolarmente difficile. L’anno successivo mi sono iscritto a Bologna ed è stato molto più bello. In ogni caso, nonostante la difficoltà di quei giorni, è stato positivo perché ho pensato che se ero pronto a fare sacrifici tanto grandi per una cosa voleva dire che volevo fare quella cosa. Ero contento perché sapevo cosa volevo fare.

Altre esperienze da raccontare?

T: Le esperienze più belle sono quelle con la banda. [ridono] L: Per la rubrica “cosa non si fa per vivere di musica”. T: Chi non riesce a dire di no al prof, va a suonare nella banda del paese del prof (Casola di Valsernio); Ci mettiamo due ore ad arrivare, ci pagano quaranta euro e il problema è che facciamo cagare. Sono dei dilettanti, non sono professionisti. [Faccio notare che io non potrei mai prendere in mano un clarinetto] S: Eh, se ti piacesse tanto l’idea lo faresti. T: è una bella realtà. [Visto che mi sono sempre domandato a cosa serva una banda, lo domando] T: A un sacco di cose. Perché comunque ti chiamano per le ricorrenze, dai la musica alla collettività, la banda è fondamentale, dovrebbe esserci una banda in ogni paese (cenni di assenso generalizzato), perché in questo paese vanno a sentire la banda, il 25 Aprile, il primo Maggio, e suonano pezzi che hanno composto i compositori del paese. Il nostro prof dirige questa banda da quando era giovane.

Ma i pezzi che fate li scegliete solo per il pubblico o fate anche cose meno appetibili ai più?

T: Alcuni li abbiamo eliminati per una scelta di gusto. Per esempio, “La vita è bella” di Piovani (arrangiato da Faziani) piaceva molto, ma l’abbiamo tolto. S: Abbiamo eliminato i cartoni.

Nel video suonano “La vita è bella”.

 

Giungo all’ultima domanda, “una domanda a cui forse non sappiamo rispondere”, chiedo come abbiano scelto il sax. Sono tre storie diverse, ma ugualmente ispiranti e a loro modo incredibili. Laura che comincia a 18 anni, dopo aver sognato di suonare un sax, dormendo in casa di un’anziana cui badava l’estate scolastica di una vita fa, e di aver comprato il sax che compariva nel sogno proprio con i soldi guadagnati nel duro lavoro di assistenza. E poi Teresa che, negli anni infantili della sua propedeutica musicale al conservatorio, trova un sax e riesce miracolosamente a far uscire un do diesis talmente brutto e vigoroso da tenere un foglietto pigiato contro il muro. E di averlo scelto in virtù di un suono così strano e potente. E alla fine Sebastiano, il teorico del gruppo, ma anche il più restio a rispondere a una domanda talmente profonda per un musicista che ha scelto questa vocazione. Chiudiamo la serata mentre mi racconta di aver ascoltato da bambino una cassettina del Dave Brubeck Jazz Quartet talmente tante volte da aver imparato a memoria gli assoli, e di essersi inventato titoli immaginari per pezzi e strumenti. E di essersi accorto di amare il sax “il giorno che ho realizzato che quel signore che si chiamava Paul Desmond stava suonando il sassofono”.

La storia si chiude e si apre qua. Il quartetto delle pagine al vento suonerà l’11 Luglio all’interno della rassegna “Concerti nel verde” a San Lazzaro. Questa è la loro pagina Facebook e probabilmente potreste esservi chiesti lo scopo di quest’intervista. Non solo quello di dare una mano nella pubblicizzazione di un gruppo musicale di amici, ma anche e soprattutto di raccontare e dare voce a dei concittadini che aiutano a “dare la musica alla collettività”.

[Il gruppo ha diverse registrazioni su SoundCloud e doveste incontrarli per strada potrete acquistarne i cd]

 

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