Oggi, cinema e letteratura vivono in sincronia la rinascita del fantasy; o invece, è più corretto parlare di una riscoperta verso un genere che per troppo tempo è stato sottovalutato, oscurato da cliché di intellettuali e non.

Amanti della cultura, ci rivolgiamo a voi: avete mai riflettuto su quanto di voi sia rappresentato in un personaggio immaginario, fantasticato da un autore o un regista? In realtà, quanto un mondo immaginario possa contenere gli aspetti più profondi e intimi di ciascuno?

L’autore toscano Vanni Santoni fa luce sulla questione del fantasy, il suo ultimo romanzo “L’impero dei sogni”, penetra nei desideri e nelle paure di un ventenne, attraversa il mondo onirico e sfocia in una realtà altra.

L’uso di un citazionismo denso per quantità e qualità, arricchisce la narrazione di un giovane protagonista che vuole ottenere delle risposte; e qui, nessun lettore, giovane o adulto che sia, può tirarsi indietro circa i dubbi esistenziali.

Diamo una giusta valutazione ad un genere che tocca interamente gli aspetti dell’umano, e lo fa anche con la magia, con l’immaginario, con una realtà che non sia quella “reale”.

Vanni Santoni ci avverte, “La verità, almeno per la mia generazione, quella precedente e quella successiva, è che il fantastico non ci ha mai lasciati”.

In occorrenza all’ultimo romanzo di Vanni Santoni, “L’impero del sogno”, pubblicato in ottobre per Mondadori, prequel dei due precedenti “Terra ignota”, abbiamo avuto il piacere di intervistare l’autore; acute risposte che possono indurre a interessanti riflessioni.

• L’iperrealtà in cui il Mella vive le sue avventure, gli permettono di meditare sulle proprie paure e i propri desideri; riprendendo un passo del romanzo: “Sai come si dice? L’interpretazione dei sogni è una disciplina utilissima per rivelare la personalità di chi la interpreta “, ha mai adoperato tale disciplina, per capire un aspetto di sé stesso? O piuttosto, sono stati i personaggi dei suoi romanzi, frutto della sua invenzione, a collaborare per un’autocoscienza?

L’impero del sogno si apre con una riflessione sui sogni e la loro interpretazione e con un excursus sulle varie teorie in merito, proprio per archiviare subito la questione. Ciò perché, in questo romanzo, per quanto i sogni e la loro capacità di ibridare contenuti anche diversissimi siano centrali – torna, ad esempio, più volte nel testo, come un leitmotiv, la poesia del Nobel indiano Rabindranath Tagore, “Nell’assopita e buia caverna della mente / i sogni fanno il nido / con frammenti caduti dalla carovana del giorno” – la loro funzione ultima è quella di un portale, di una zona liminale e di passaggio. Non a caso nella parte di sogno non descritta direttamente nel libro, prima del convegno, il Mella supera una serie di vere e proprie prove iniziatiche. Il sogno è quindi la zona permeabile attraverso cui il mondo reale e quello fantastico (oltre al mondo interiore dello stesso Mella) si possono prima incontrare e poi ibridare. Per quanto infatti il protagonista cerchi di spiegarsi la natura di quei sogni e di quegli antagonisti col proprio vissuto e le proprie tensioni, appare evidente, via via che la storia va avanti, che non bastano a offrire una spiegazione esaustiva di ciascuno.

• È interessante l’importanza che viene affidata a due concetti fondamentali del romanzo: il tempo e l’educazione. Soffermiamoci sull’educazione: ritiene che sia critico l’approccio dei giovani con la lettura? 


Quando il Mella e, in minor misura, la sua compagna d’avventure Livia Bressan, si trovano improvvisamente a dover educare una bambina – e, per di più, una bambina che dovrà essere una dea demiurgica: che dovrà generare un mondo – mancando loro, anche per ragioni anagrafiche, categorie operative più profonde, ricorrono all’unica di cui possono esser certi: i libri. Quelli che somministra Mella a Gemma sono più legati alla dimensione immaginaria; quelli
di Livia – la quale, a differenza di lui che è “solo” un lettore, è a suo modo un’intellettuale – a quella filosofica. Dalla combinazione di queste letture, nascerà il mondo “sognato” dalla bambina-dea. Per me, però, tutto questo è anche un dispositivo narrativo atto a dare una spiegazione “cosmologicamente coerente” della natura così prettamente intertestuale del mondo dei due Terra ignota – giacché Gemma altri non è che l’Imperatrice che sogna il mondo nella mia saga fantasy in due volumi. Per rispondere all’ultima parte della domanda, sì, ritengo che sia indispensabile educare i giovani alla lettura – anzi, i giovanissimi: giacché nella maggior parte dei casi ad amare i libri si impara da piccoli, avendoci a che fare, e quindi è indispensabile lavorare in questo senso fin dalle scuole elementari. Naturalmente le scene a cui fate riferimento non hanno un simile scopo “propagandistico”: che ai bambini vadano dati moltissimi libri lo ritengo ovvio e implicito.


Un consiglio che potrebbe aiutare lettori giovani e adulti ad un avvicinamento col genere fantastico?


Non credo nella divisione manichea tra i generi: credo che si debba leggere tutto, senza pregiudizi, tant’è che
quando un giovane scrittore mi chiede cosa leggere per scrivere fantasy, per prima cosa gli somministro Tolstoj, che certo fantasy non è, così che apprenda un determinato respiro narrativo, senz’altro necessario al genere. Detto questo, non c’è dubbio che per decenni in Italia ci sia stato un pregiudizio rispetto al fantastico e in particolare al fantasy: una questione interessante, di cui ho scritto spesso, ad esempio qui e qui, e quindi, almeno presso certe tipologie di lettori, è un genere che si è letto meno. Volendo allora indicare dei libri per così dire “canonici” per il fantasy si potrebbero citare l’Edda di Snorri Sturluson, il Beowulf, L’Orlando furioso di Ludovico Ariosto, i racconti di Lovecraft, quelli di Howard, il Gormenghast di Marvyn Peake, Lo Hobbit e Il signore degli anelli di Tolkien, Lanark di Alasdair Gray, Queste oscure materie di Philip Pullmann, Dimenticato re Gudù di Ana María Matute, oltre a fumetti quali il Berserk di Kentaro Miura e il Sandman di Neil Gaiman. Se si va nel più ampio ambito del fantastico, il discorso si allarga a dismisura ed entrano in campo autori come Poe, Kafka, Borges – o, per l’Italia, Buzzati, Calvino, Landolfi, Manganelli – senza contare il fatto che, oggi, il fantastico è tornato a innervare anche il romanzo percepito come “letterario”.

Un altro elemento prezioso del romanzo è la memoria: quanto dei suoi ricordi è presente nei suoi libri, in particolare nel “L’impero del sogno”? Ritiene che nel suo caso siano particolarmente influenti durante la stesura dei racconti? 


Per quanto in romanzi come Muro di casse o La stanza profonda abbia utilizzato, oltre alla fiction e ai materiali raccolti facendo ricerca, anche elementi del mio vissuto, nel caso dell’Impero del sogno, se si eccettuano certi libri e certi videogiochi a cui fanno riferimento Mella e Livia, ma che appartengono a tutta la generazione cresciuta in quegli anni, le mie memorie sono sostanzialmente assenti. È vero che la prima parte del sogno da cui si innesca il romanzo arriva da un sogno che ho effettivamente fatto io, ma nel momento in cui ho deciso di avere come protagonista Federico Melani, che è un personaggio molto distante da me, ho lavorato su una biografia del tutto immaginaria, in parte già tracciata – il Mella era infatti tra i personaggi degli Interessi in comune, il mio primo romanzo uscito per Feltrinelli nel 2008: su come ho costruito questa macronarrazione ho detto approfonditamente in questa intervista.

Il Mella, protagonista del romanzo, rifiuta le responsabilità quotidiane di un giovane ventenne, ma si ritrova ad affrontarle in misura ancora più grande nella realtà onirica: collocherebbe le sue avventure come una forma di penitenza (forse autoindotta), o invece come una condizione di inettitudine, che solo un personaggio disadattato nella normalità come lui è in grado di poter vivere? 


Attenzione: forse, in realtà, il Mella rifiuta le responsabilità perché ha in qualche modo intuito che da quella realtà, da quel mondo al crepuscolo, non potrà aspettarsi molto anche impegnandosi, come del resto la storia è venuta a dirci vent’anni dopo. Quello che attua è quindi più, probabilmente, la messa in scena di un mondo in cui creare senso è possibile, in cui assumersi delle responsabilità è necessario e fruttuoso, in cui si può essere adulti in modo sensato e soddisfacente. Questo tema interno al libro mi pare sia stato inquadrato bene da Flavio Pintarelli in questa recensione.

Nel romanzo le droghe sono un mezzo per raggiungere l’iperrealtà, la dipendenza non sta in esse quanto nella volontà del Mella di voler continuare il sogno, esse permangono appunto, solo come mezzo e mai come fine; esiste un rapporto tra l’uso che ne fa il protagonista e l’uso che se ne faceva negli anni ’90? 


Non è esattamente così. Federico Melani non assume psichedelici come LSD, psilocibina o DMT: non ci sono droghe che ampliano la coscienza o permettono un contatto col trascendente nell’Impero del sogno. Il Mella, quando non riesce a dormire più di quanto sia naturale fare, onde poter continuare il suo sogno comincia con gli ansiolitici della madre, e poi continua con oppiacei e barbiturici maggiori. È evidente che si tratta di sostanze che non hanno alcun portato conoscitivo: sono narcotici, riducono le percezioni, danno dipendenza. Questo mentre gli anni ’90 furono anche gli anni in cui, con l’emergere della scena rave, tornarono gli psichedelici, arrivò un entactogeno come l’MDMA, le masse insomma si avvicinarono o riavvicinarono a sostanze meno problematiche, dopo i bui anni Ottanta, dominati da un flagello come l’eroina. Se vogliamo, l’aver impostato così l’agire del Mella è una provocazione: sarebbe stato più “facile”, certo più accettabile, sicuramente anche più attuale, impostare il romanzo in modo diverso e basarlo sugli psichedelici. Ma il Mella è un outcast ancor prima che un outsider: un disadattato puro e pienamente consapevole, dominato, all’inizio del suo percorso, anzitutto da un’etica del rifiuto. Dunque, quello che cerca, oltre alla continuazione del sogno, è una rottura rispetto alla realtà, forse anche la soddisfazione di una pulsione autodistruttiva – negli Interessi in comune questa tendenza del personaggio è ancora più marcata – che però finisce per alimentare la sua vita onirica e quindi, ma solo incidentalmente, offrire una possibilità immaginifica.

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