Arancia Meccanica, 40 anni ma non li dimostra. Intervista a Mario Moscati

Per il quarantaseiesimo anniversario della storica pellicola di Stanley Kubrick abbiamo intervistato Mario Moscati, autore di ‘Arancia Meccanica. 40 anni ma non li dimostra’ nonché profondo conoscitore ed estimatore del geniale regista americano, in occasione della presentazione del suo libro a ‘La Confraternita dell’Uva’

 

L’autore Mario Moscati

 

Salve signor Moscati.
Ha detto in più interviste che non si considera un cinefilo, ma Arancia Meccanica lo appassionò fino ad autoprodurre un libro su questo film.


M: “Ed è proprio così, non sono un cinefilo, nel senso che non appartengo alla categoria di quelli che accorrono ai festival per vedersi tutti i film in anteprima, oppure che si guardano tutti gli altri appena escono nei cinema, o che si leggono libri e riviste sul cinema o che, appena usciti dal cinema, iniziano subito a dissertare e a tranciare commenti da intellettuale su quanto appena visto. Sono un normalissimo spettatore che, tra l’altro, al cinema ci va raramente, scegliendo però i film da vedere in base alle sensazioni che mi trasmettono, magari guardando solo la locandina o vedendo il trailer casualmente in Tv o da qualche altra parte.
Penso di possedere un fiuto non comune nell’individuare i film buoni, direi quasi da cane molecolare. Intendiamoci, quando un film mi piace lo torno a vedere, anche più e più volte. Ecco, la mia è una cinefilia, se così si la si può definire, molto particolare: se un film mi appassiona mi piace rivederlo, così come si ascolta più volte un brano musicale, e anche per cogliere tutti quei dettagli che al primo passaggio inevitabilmente sfuggono”.

 

Quando lo ha visto per la prima volta cosa lo ha colpito di più nella prima visione?

M: “Vidi Arancia per la prima volta nel ‘71, subito dopo la sua uscita nelle sale, e ne rimasi molto colpito. L’estetica del film mi risultò superlativa; la musica classica rielaborata al sintetizzatore, fantastica; l’ironia e la satira, sofisticate e intelligenti; il personaggio di Alex, unico e affascinante.
Ecco, fu la combinazione di tutti questi elementi che mi fecero risultare il film eccezionale e memorabile, un mix magico che toccò molto profondamente la mia sensibilità e che raramente un regista riesce a ottenere”.

Il suo libro è un omaggio per i 40 anni del film, parlando di un film senza tempo.
Perché sono ancora attuali argomenti già trattati 40-50 anni fa (romanzo e film)? Sono argomenti atemporali o è la società che non avanza?

M: “Beh, a mio avviso il film è senza tempo perché visto ancor oggi conserva quasi intatte tutte quelle caratteristiche che ho menzionato e penso che conserverà ancora per molto. Certo non può avere lo stesso impatto di allora, i tempi sono cambiati, ma continua a essere un film che non invecchia o che comunque fatica a invecchiare, a differenza di altri che a quei tempi, quasi mezzo secolo fa, avevano riscosso successo ma che visti oggi risultano molto deludenti se non inguardabili. Sì, gli argomenti sono tutto sommato ancora attuali. Il film tratta della violenza giovanile, in particolare delle bande giovanili che negli anni Cinquanta, specialmente negli Stati Uniti e nel Regno Unito, iniziarono, per le loro imprese spesso anche criminali, a destare grave allarme sociale, tanto che politici, intellettuali e “scienziati” si mobilitarono per la ricerca, a volte fantasiosa, di rimedi per arginare il fenomeno.
Beh, la società è sicuramente avanzata, ma forme di violenza giovanile continuano a permanere. Non sono più legate a quella forma di “ribellismo” tipica di quel tempo, e cioè legata al fatto che solo allora i giovani cominciavano a costituirsi in “un mondo a se”, ma hanno altre forme, come ad esempio il “bullismo” nelle scuole, il feroce e incosciente cyberbullismo sui social o le bande di minorenni provenienti spesso dalle periferie che rubano e stuprano senza alcun scrupolo, ma anche quello vandalico dei black block e dei cosiddetti antagonisti”.

Nel suo libro menziona alcune differenze tra libro e film, ad esempio nel gergo nadsat.
Questi cambi sono giustificati o migliorano l’originale del romanzo o sarebbe stato meglio fare un adattamento più fedele?

M:Lo migliorano sicuramente, o meglio, per il film è stata fatta sicuramente la scelta più giusta nel cambiarlo allo scopo di renderlo più comprensibile, e a mio giudizio più bello e naturalmente più funzionale alla trasposizione cinematografica. Il gergo Nadsat parlato nel film, infatti, è in gran parte diverso da quello che si legge nel romanzo. Nella sceneggiatura scritta da Kubrick il Nadsat è più gradevole perché attenua l’uso di termini strettamente gergali in modo da renderlo più comprensibile.
La versione italiana, curata da Riccardo Aragno, segue la falsariga dei dialoghi di Kubrick adattando o mantenendo, a seconda dei casi, i termini impiegati dal regista americano. Un esempio è il termine “horrorshow”, che Anthony Burgess, l’autore del romanzo da cui è tratto il film, ha coniato per assonanza col russo “karashò”: buono, bene. Questo termine, invece, fu tradotto per la versione italiana del libro con “cinebrivido”, traduzione più o meno letterale dei termini inglesi abbinati “horror” più “show”, che ne ha però snaturato la radice russa. Per il film, invece, è stato semplicemente ripescato il termine russo “karashò” da cui derivava, e di cui la maggior parte delle persone conosce, o ne intuisce, per il contesto in cui viene usato, il significato”.

L’estetica di questa opera è ancora di moda (nel merchandising vario, magliette, omaggio in tv).
È così presente per il suo carattere ancora attuale o per questione di moda, come per le magliette dei gruppi?

M: “Beh, forse non lo è più come un tempo, d’altronde è passato quasi mezzo secolo, ma il merchandising su Arancia continua a essere incessantemente prodotto. Difatti vedo che ancor oggi si può trovare in rete, ma anche in alcuni negozi, come mi è capitato di vedere di recente anche a Bologna, qualsiasi articolo: t-shirt, poster, pupazzetti alla Barbie, carte da gioco, cover, abiti per traverstirsi da drughi e tanto altro ancora, tra l’altro in un numero infinito di varietà e disegni, in particolare per t-shirt, poster e pupazzetti. Circa l’estetica credo che possa continuare a colpire, in particolare per la forte connotazione “pop” del film.

Mentre scrivevo il libro lessi in rete di una ragazza che raccontava che quando vide il film il suo desiderio, che dichiarava le fosse rimasto, era quello di poter abitare in una casa come quella dello scrittore, ovvero quella della “visita a sorpresa” che, lo ricordo, era una villetta progettata dal celebre architetto e designer inglese, oggi si direbbe archistar, Norman Foster.
Riguardo i passaggi in Tv, devo con piacere constatare che il film continua a suscitare interesse tanto che Mediaset, che ne possiede i diritti, ha deciso di dedicare su Iris, la rete specializzata in film, un’intera puntata di “Storie di Cinema”, la rubrica curata e condotta da Tatti Sanguineti, noto critico cinematografico. E a questa puntata ho partecipato anch’io, presentato come il “maggiore esperto italiano di Arancia Meccanica”.
L’intera puntata, che è andata in onda il 7 novembre scorso, la si può vedere, avendo la pazienza di aspettare che finisca la pubblicità, sulla pagina “Mediaset on Demand – Storie di Cinema – Seconda puntata”.

Uno degli aspetti più d’impatto del film è l’ultraviolenza.
Nell’attualità è diventato normale trovare violenza estrema anche nei mass media. Pensa che sia cambiata la percezione della violenza nella società?

M: “Sicuramente la percezione della violenza è cambiata. Oggi si vedono sugli schermi sia cinematografici che televisivi scene di violenza da far impallidire quelle di Arancia.
Inoltre c’è da segnalare che mentre in Arancia le scene di violenza sono rappresentate in maniera farsesca o comunque filtrate attraverso la maschera ironica usata da Kubrick – e comunque non vi è né compiacimento né esplicita esibizione – in altri film, invece, fanno sempre molto sul serio, con psicopatici assassini seriali che smembrano le loro vittime conservandone i resti in bella mostra nella loro tavernetta, oppure maniaci che stuprano giovani fanciulle però solo dopo aver tolto alle malcapitate le unghie, raschiata via la pelle, cavato gli occhi, estratto i denti e così via sanguinolettando”.

Nel film sono presenti altri tabù come il sesso, la droga – il lattepiù – che sono ancora attuali. Crede che in un certo modo Arancia Meccanica li abbia anticipati?

M: “Beh, devo però ricordare che la cosiddetta “rivoluzione sessuale”, che infranse molti dei secolari tabù ancora presenti nella società di allora, prese avvio nella seconda metà degli anni Sessanta sotto la spinta dei movimenti giovanili e di quelli femministi. Paragonando la società pre-Sessantotto a quella attuale devo far notare ai giovani di oggi, che forse non se ne rendono conto, che tra queste due ci sono anni luce di differenza. A quei tempi il sesso era veramente un tabù, di sesso non si poteva neanche parlare e le famiglie erano ancora organizzate secondo una rigida morale patriarcale, senza considerare le immagini di nudo che erano assolutamente proibite.
Ecco, Kubrik in Arancia, cogliendo le istanze libertarie sessantottine, ci spara dell’arte erotica, come il fallo oscillante e i quadri appesi nella casa della donna dei gatti, che allora era agli albori, o il nudo frontale della povera moglie dello scrittore, scena che fece vacillare il timoroso Burgess”.

 

Secondo Lei, come sarebbe stato il film se fosse stato registrato nel 2017?
E come sarebbe cambiato con gli avanzi tecnologici?

M: “Su questo non saprei rispondere, non c’ho mai pensato, e nel film comunque non ci sono effetti speciali da migliorare con le nuove tecnologie. Di speciale c’è solo una cosa: tutto il film”.

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Esther Susana Gómez Anguita

Esther Susana Gómez Anguita

Attualmente studentessa di Interpretazione a Forlì, con in tasca una laurea in Traduzione a Granada.
Bologna intanto è la città in cui vivo e che adoro.
Letteratura e musica sono le mie due più grandi passioni.
In breve: una spagnola a Bologna.
Piacere, Esther

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