Bologna, Tpo, 14/05/2016

Quando sento o leggo la parola “teatro” in mente si raffigura il Piccolo di Milano e le sue seggioline rosse, non di certo un centro sociale bolognese. Nulla è lasciato al caso, ci sottolineano i tre attori che abbiamo intervistato, sono stati scelti appositamente dei luoghi che non fossero teatri per mettere in scena questo spettacolo.
La compagnia teatrale Kepler-452, composta da Lodovico Guenzi, Paola Aiello, Nicola Borghesi, Livio Remuzzi, e lo scrittore Daniele Rielli (Quit The Doner) assalgono il pubblico con uno spettacolo giovane e travolgente.
Prima di salire sul palco Lodo, Paola e Nicola ci accolgono e mettono a nostro agio in una saletta del Tpo adibita a dietro le quinte, e qui, tra una sigaretta e un grissino calabrese, inizia la nostra intervista.


Il festival ha come due soggetti principali i giovani e la rivoluzione. Che significato ha scegliere questi due temi nel 2016? Quando i giovani, in Italia, non sono protagonisti?

Nicola ci racconta che il tema “la rivoluzione” emerge dal primo Festival 20 30 “e la cosa più forte che si manifestava era il desiderio di un cambiamento radicale, repentino, che poi se vai a vedere sul vocabolario coincide con la rivoluzione”.


E quindi la scelta del tema di quest’anno “l’inferno”?

Sempre Nicola: “‘l’inferno’ è un’altra cosa, è un bando di Ravenna Festival che è per lo più di opera lirica”. Ci spiega aver deciso di aderirci dopo aver vinto il bando giovanile “artisti per Dante”. “Questo Festival ha dato vita alla compagnia teatrale Kepler-452, che è la produzione dello spettacolo di stasera e in generale, da qui in poi, sarà la piattaforma di tutte le attività di cui ci occupiamo. La compagnia si muove tra l’inclusione di pubblico, cioè creare un nuovo pubblico teatrale attraverso il sodalizio con Lo Stato Sociale andando in posti in cui generalmente non si fa teatro, e sul mettere in scena delle identità di persone.
“L’inferno dei viventi” continua Nicola “è incentrato proprio sull’idea di mettere in scena delle identità, domandando loro cosa sia l’inferno”.


“La rivoluzione è facile se sai come farla” vuole dare la parola ai giovani in un paese che non dà la parola ai giovani?

“Sì, ma forse la metafora che mi piace di più è: entrare in scena senza paura, che è la cosa che dico sempre quando comincia il Festival, cioè non avere paura di fare una cazzata. Il punto è lasciare il proprio segnale nel reale, che è una caratteristica dell’età adulta, che un tempo arrivava molto prima. Prendi i nostri nonni, già a 20 anni esprimevano una volontà di potenza e modificavano la realtà con il loro agire. Noi invece siamo in questo limbo, in cui prima di fare qualcosa chissà quanto tempo deve passare; invece diciamo che il principio di piacere della nostra generazione dovrebbe stare proprio nel fatto che io non devo aspettare di essere iper informato o che le condizioni siano giuste. Quindi anche impreparati, anche in ordine sparso, anche a cazzo di cane, ma entrare in scena e definirsi, senza aspettare che ci dica Michele Serra, Beppe Servegnini o Mario Draghi chi siamo.”


Cosa significa fare l’attore nel 2016 quando tutto ti direbbe fai l’ingegnere?

Da buon attore qual è, Nicola domina ancora la scena e afferma: “Dirò una cosa sconcia ma vera: fare l’attore è una vocazione. Significa mettere in piazza i propri sentimenti e solo con il tuo corpo. Invece gli altri artisti hanno degli oggetti tra loro e il pubblico. Per me fare l’attore è nato dal fatto che a me piaceva e piace fare politica. Col tempo mi sono accorto che è più interessante fare l’artista politicamente, perché se fai politica devi sposare una causa e aderire ad essa fino in fondo, invece nel teatro la cosa interessante è mettere a confronto più punti di vista e farli confliggere”.
Lodo interviene esordendo: “è lo stesso meccanismo per cui esiste la catarsi. Il fatto che tu compenetri in un’unica situazione delle posizioni diverse, ti fa capire che il mondo è qualcosa di composito e questa cosa mette in campo sia un conflitto ma anche una certa accettazione. Cioè nella commedia dell’arte il fatto che ci siano tutte le categorie sociali e tutti un po’ siano stronzi e un po’ buoni allo stesso modo, fa sì che tu non odii Pantalone perché è un ricco avaro”.
Ancora Nicola: “un’altra cosa interessante di fare l’attore è che ti pone tra i miserabili, anche se sei un fenomeno della scena e ti pagano tantissimo c’è sempre qualche cosa di profondamente miserabile nel fatto di fare l’attore”.


Voi recitereste al cinema?

Paola dubbiosa ci racconta di aver girato dei contrometraggi ma che non le piacque, “perchè probabilmente porti delle cose diverse”. “Il montaggio è diverso, al cinema ti capita di lavorare su scene slegate tra loro, è un percorso più frastagliato.”
Interveniamo dicendo che forse un attore di teatro sa fare anche cinema ma non viceversa.
Paola ora sembra d’accordo, anche se dice che il codice è completamente diverso.
Lodo dice la sua: “uno che riesce ad essere espressivo da 50 metri può essere un po’ fuori luogo da 20 centimetri. Però, diciamocelo, pensare che uno ti riprende 50 volte e ne scegli una, beh è troppo facile”.


I due protagonisti sono degli umanisti, l’umanista ha un punto di osservazione privilegiato rispetto ad una persona che si vuole rivoluzionare?

Nicola: “sì ciascuno di noi dovrebbe essere un umanista, mentre non è così necessario che tutti sappiano fare l’algebra, tutti dovrebbero esserlo e prendersi cura della propria anima. Dentro il progetto capitalista esiste la necessità di limitare la cura della propria spiritualità; se ci fosse un radicale ripensamento del lavoro ci sarebbe anche tempo in cui la gente potrebbe fare dell’umanismo su se stessa e superare la distinzione tra umanisti, macellai…”.
Paola: “essere condannati a questo sistema binario di pensiero è inevitabile, quindi non è stato casuale porre l’accento su questo tipo di personaggi. Mi ricordo quando chiedemmo al direttore di filosofia per quale motivo uno dovrebbe studiare filosofia e lui ci rispose: ‘per essere cittadini critici’. La sua era una risposta che in realtà voleva dirci che saremmo stati condannati alla disoccupazione”.


I protagonisti compiono una rivoluzione individuale, questo perchè oggi è l’unica rivoluzione possibile o è possibile pensare una rivoluzione collettiva?

Subito Lodo risponde: “la rivoluzione non è mai individuale, per questo i personaggi non compiono una rivoluzione. Un personaggio compie un percorso di redenzione, l’altro fa un colpo di stato. La rivoluzione può essere figlia di un gesto individuale, ma la gittata di una rivoluzione si misura nel fatto che finisce nelle vite degli altri.
Questo spettacolo ha uno spirito rivoluzionario, l’abbiamo portato di fronte a tot mila persone e di queste l’80% non è mai andata a teatro e forse hanno scoperto che gli piace”.


Come avete vissuto il rapporto con il pubblico?

Paola: “è fondamentale, è ciò che permette che lo spettacolo avvenga. Perchè non c’è nessun altro modo per elaborare le cose se non gettare il sasso nell’acqua e vedere in che modo si formano i cerchi, quindi senza il pubblico il sasso viene buttato in una fossa vuota”.
Lodo: “i primi 20 minuti sono di monologo col pubblico, è costruito tantissimo con il pubblico questo spettacolo. Anche se non ha una storia immediatamente facile da cogliere, nel senso che il primo quarto d’ora ti chiedi ‘cosa succede?’. Però ha l’istinto giusto che ha a che fare con l’andare dall’altra parte, di prendere la gente e di saltare addosso alla gente”.


Ultima domanda per Lodo: il fatto che questo spettacolo metta insieme i tuoi due progetti artistici, l’attore e il musicista, è una cosa che ti soddisfazione o vorresti tenere separati questi due aspetti?

“Io credo di non aver mai smesso di fare la cosa che mi piace fare, in cui un po’ me la cavo, cioè essere in qualche maniera un’attrazione sul palco, tant’è vero che non ho mai imparato a suonare. Quindi no, non ho mai smesso di fare l’attore, credo che non sia una questione di disciplina artistica – ossimoro – credo che sia una questione di livello energetico, nel senso che in questo momento Lo Stato Sociale è una band che suona di fronte a migliaia di persone che vengono per saltare e tu affronti il palco come un grande luogo in cui far saltare in aria. Invece fare uno spettacolo e raccontare una storia ti dà la possibilità di giocare su quelle energie più sottili, la gente seduta ascolta, puoi salire d’intensità e scendere.
Avevo voglia di capire che attore ero diventato mentre non stavo facendo tecnicamente l’attore, ma più o meno stavo facendo quella cosa lì.”

 

Il palco del Tpo ha parlato di noi e per noi, dandoci la spinta per rivoluzionarci e suggerendoci che: la rivoluzione è facile se sai con CHI farla!

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