Quando un popolo senza una forte identità sfocia nel razzismo e nell’odio.

Angela Curina

Il fascino del ridicolo
Il fascino del ridicolo

Hitler che gesticola di fronte a uno specchio provando i discorsi da tenere nella birreria di Monaco dove per la prima volta emerse il suo estro istrionico. Ci sono foto che lo attestano, come questa. E che cosa si prova di fronte a questa immagine se non un agghiacciante senso del ridicolo? Eppure, affascinava: Hitler ha saputo costruire attorno alla sua persona un pittoresco alone di attrazione. E con i suoi discorsi e con la sua estrema capacità dissuasiva e carismatica.

Negli stessi anni del baffuto tedesco, in Italia, al fascino era legato un altro movimento che aveva all’incirca la stessa natura del precedente: il fascismo. Lo dice la parola stessa: i fasci che essi assursero a loro simbolo madre, hanno proprio la stessa radice linguistica, la stessa derivazione, la stessa etimologia della parola fascino. Nell’antica Grecia, infatti, il fascino veniva descritto come la capacità di qualcuno di attrarre qualcun altro: quest’atto veniva compiuto attraverso dei fasci di luce che, partendo dagli occhi dell’affascinante, colpivano direttamente gli occhi del futuro affascinato, in maniera irreversibile.

Al festival dell’Internazionale a Ferrara, durante un incontro in piazza del Municipio, insieme a due intellettuali arabi, Fouad Laroui e Adam Shatz, si è parlato di islamismo. A fine incontro, si è fatto riferimento a uno scritto di Adam Shatz, intitolato “Magical thinking about Isis”, in cui l’autore compie un’opera di decostruzione del fascino dell’immaginario per daesh.

Per spiegarlo, vorrei provaste ad immaginare qualcosa.

Immaginate di essere immigrati di terza o quarta generazione, dunque parlate benissimo la lingua del paese in cui viviamo e in cui i nostri genitori e forse anche i nostri nonni sono nati. Immaginate di conoscere e seguire le regole del paese in cui abitiamo, la sua cultura, le sue tradizioni. Immaginate però, di abitare in periferia, ai piedi di una grande metropoli, dove l’energia vitale non trova maniera di essere trasmessa né canalizzata, così cozza con quello che ha intorno. Immaginate di essere educati nelle scuole pubbliche, come quasi la totalità dei ragazzi e dei bambini, dunque di studiare la storia, la lingua, la matematica del paese in questione. Voi, però, originariamente siete di un altro luogo. E quell’”altro” non viene mai nominato tra i banchi di scuola, quell’”altro” lo conoscete a casa dalle foto di famiglia, da qualche tradizione portata avanti con dedizione. Quell’”altro” compare solo nelle promesse di qualcuno sul web, le stesse promesse che poi si concretizzano in atti folli. E allora si comincia ad odiare se stessi, all’inizio, pensando di non avere cultura, di non essere all’altezza. A quel punto le urla di chi grida parole babeliche sono comprese anche dalle orecchie più docili.

Scegliereste di essere un emarginato, un escluso, un reietto, o un eroe, uno che spicca?

Provereste più attrazione verso un pari o un campione?

In Francia ci sono 6 milioni di arabi, generazioni ormai stratificatesi l’una sull’altra. Il sistema scolastico francese però, parlando ad esempio della storia della scienza, che è pure quella storia dell’umanità, visto che si tratta dell’evoluzione del pensiero umano, non tira mai in causa Averroè, un grande filosofo, giurista, medico e astronomo arabo, che molto influenzò la cultura occidentale.

E allora, da dove viene l’errore? Dove si inceppano gli ingranaggi sociali? Dov’è il nodo che scatena una serie infinita di nodi che sembrano inestricabili?

Tutti viviamo nel presente, ma non nello stesso ora.

LASCIA UN COMMENTO

Inserisci il tuo commento
Inserisci il tuo nome

Questo sito usa Akismet per ridurre lo spam. Scopri come i tuoi dati vengono elaborati.