Alla scoperta dei portici di Bologna, tra curiosità e rivelazioni.

Sofia Nannini

Il Portico di San Luca
Il Portico di San Luca

Quando piove, chi abita a Bologna sa che può permettersi il lusso di dimenticare a casa l’ombrello. Questo perché, zampettando da un portico all’altro, si possono percorrere oltre 38km (53km se ci si avventura fuori porta) riparati dall’acqua – o dal sole, nei giorni di calura estiva. Ma quando e come è nata la tradizione del portico bolognese, questa ripetitiva propaggine architettonica che caratterizza la città intera (sia il centro, sia le periferie, che si sono adeguate alla tipologia) e che pone in continuo dialogo la sfera privata e silenziosa dei palazzi con quella pubblica e caotica delle strade?

I portici di Bologna nascono, in età basso medievale, per motivi funzionali e solo gradualmente sono codificati come regole costruttive cittadine. Il portico ha quindi la sua origine sia nell’esigenza di aumentare lo spazio interno degli appartamenti (tramite sporti, inizialmente), sia nella costruzione di tettoie per attività mercantili sulla strada. Poiché diventa il fulcro del commercio cittadino, esso non viene abolito dalle autorità comunali, nonostante l’occupazione di suolo pubblico. Anzi, l’adozione dei portici implica un allargamento della strada, che si trasforma in una vera e propria piazza. In epoca tardo medievale, i portici bolognesi sono costruiti con pilastri in legno su appoggi di selenite (pietra di gesso); solo con l’avvicinarsi del XV secolo le travi in legno sono sostituite da arcate a tutto sesto.

Il Portico della Morte, via de' Musei
Il Portico della Morte, via de’ Musei

Le autorità cittadine si occupavano dei portici già nel 1221: in quell’anno, si decretò che il portico dovesse sorgere su suolo privato, nonostante sia spazio ad uso pubblico. Ciò permette di comprendere che la costruzione del portico fosse già consuetudine per la città e che i portici venivano edificati anche a costo di sacrificare metri quadri al piano terra. Una delle ipotesi riguardo la genesi del portico è la seguente: poiché le mura di Selenite (la prima cerchia muraria bolognese, di cui si può ritrovare un tratto all’interno del Museo Civico Medievale di via Manzoni) avevano notevolmente ridotto l’estensione della città fortificata, essa presentava un’alta concentrazione demografica al suo interno. Per aumentare la capacità abitativa in spazi ristretti, nacquero prima gli sporti, che in via naturale furono ampliati successivamente in veri e propri portici. Essi divennero il fulcro delle attività artigianali cittadine, poiché permettevano di lavorare alla luce del sole e al riparo dalla pioggia. In particolare, venivano costruiti anche muretti perimetrali per impedire il deflusso delle acque piovane all’interno.

Il Portico della Mercanzia e, sul retro, casa Pasi
Il Portico della Mercanzia e, sul retro, casa Pasi

Solo a partire dal XIII secolo furono sancite le regole e le norme per l’edificazione dei portici: essi dovevano avere un’altezza minima di 7 piedi (che corrispondono a circa 2,66m – considerando che un piede bolognese, l’unità di misura della città, corrispondeva a circa 38cm) e dovevano essere tenuti spogli da elementi mobili o fissi che impedissero il passaggio.

Attualmente, sono pochi gli esempi di portici lignei a Bologna. Essi sono: casa Isolani in strada Maggiore, palazzo Grassi, le case di via del Carro, in via del Begatto e in via Nicolò degli Albari e, infine, casa Pasi in piazza della Mercanzia (ma attenzione! se vi avvicinate bene, noterete che una delle tre colonne è in cemento armato…). Infatti, le mode rinascimentali raggiunsero anche Bologna e nel 1567 fu emanato il Bando che si pongano le colonne di pietra alli portici, che impose l’utilizzo di pietre e mattoni al posto del più deperibile legno. In particolare, fu con l’avvento della famiglia Bentivoglio al governo di Bologna che s’iniziò a parlare di una trasformazione dei metodi costruttivi. Sante Bentivoglio, primo Signore di Bologna, parlò di voltare la città da legno in pietra, a partire dal 1463.

Il Portico dei Servi, Strada Maggiore
Il Portico dei Servi, Strada Maggiore

I portici hanno dunque reso unitaria la visione che abbiamo della città, pur declinando ognuno in modo diverso questa particolare tipologia architettonica: da quello strettissimo di via Senzanome all’ampio portico dei Servi di Strada Maggiore, dal celebre portico di San Luca al “portico della Morte” in via de’ Musei. Interessante è l’utilizzo del portico anche al di fuori delle mura, in particolare nei quartieri periferici costruiti negli anni cinquanta e sessanta – la tradizione storica è stata tradotta con pilastri e travi in cemento armato, ma il senso del portico è rimasto intatto: uno spazio pubblico, che ripara dalla pioggia e dal vento, dove il dialogo e l’incontro sono possibili. Tra tutti, senza dubbio il più iconico è l’edificio chiamato “treno” di Giuseppe Vaccaro, nel quartiere Barca.

Così, quando camminiamo indaffarati da un negozio all’altro, non stiamo solo facendo shopping, ma anche attraversando la storia della città: una storia lunga quasi mille anni e che, forse, vedrà prima o poi i portici di Bologna accettati come patrimonio mondiale dell’Unesco.

Il "treno" di Giuseppe Vaccaro, Quartiere Barca
Il “treno” di Giuseppe Vaccaro, Quartiere Barca

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