FICO, le nostre impressioni a cinque giorni dall’apertura

Ieri, in occasione del press tour dedicato alla stampa, insieme ad altri settecento giornalisti da tutto il mondo, abbiamo potuto visitare in anteprima il parco di FICO EATALY WORLD, che aprirà il 15 novembre a novembre. Di FICO avevamo già parlato in altri due articoli, che trovate qui e qui. Questa volta però, anziché dilungarci sulle specifiche tecniche del parco, argomento che avevamo già abbondantemente trattato (quanti metri quadrati, il numero delle fabbriche, le specie animali e vegetali presenti) ci soffermeremo sulle nostre impressioni personali in veste di primi visitatori.

L’entrata del parco agroalimentare FICO EATALY WORLD

In un mondo in cui tutti sono realisti, io preferisco avere utopia. Dobbiamo pensare in grande anche noi italiani“. Queste, appena entrati, le prime parole che abbiamo sentito pronunciare durante un’intervista da Oscar Farinetti. E in grande, in questa occasione, si è pensato. All’entrata, un imponente totem, che sarà ricoperto di piante rampicanti, accoglie i visitatori. Ai lati, due ulivi secolari e tre file di rastrelliere, che ospitano le biciclette, appositamente designate da Bianchi, con cui fare la spesa all’interno del parco. La prima impressione è simile, fatte le dovute proporzioni, a quella provata davanti al Padiglione Zero dell’EXPO di Milano, e la sensazione non è casuale, visto che FICO ne vuole raccogliere il testimone e proporsi come la sua naturale continuazione. Il luogo colpisce per le sue considerevoli dimensioni e l’ampiezza degli spazi (difatti al ritorno ci siamo persi nel parcheggio): la struttura, a forma di elle maiuscola, si estende su una superficie di ben 80.000 metri quadrati. Varcata la soglia, gli ambienti appaiono subito caldi e accoglienti, merito dei colori accesi dei pannelli delle fabbriche, dell’illuminazione e soprattutto del soffitto interamente in legno (opera notevole per quello che originariamente era solo un mercato ortofrutticolo). Sulla sinistra, si trova la prima delle sei giostre multimediali, quella dedicata al fuoco: Su uno schermo circolare, attorno a un falò simulato, danzano le ombre degli uomini della preistoria. Nella sala accanto si proietta uno dei sei filmati realizzati per FICO dai ragazzi del centro sperimentale di cinematografia di Milano.

 

Al centro delle aste che compongono la “L”, corre una pista ciclabile, intervallata da mini-rotonde dotate da rastrelliere. Da entrambi i lati, oltre le file di fioriere parallele alla pista, si trovano le fabbriche, con rispettivo laboratorio visitabile, i chioschi, i ristoranti e le botteghe, per una cornucopia di sapori e prodotti locali che copre la Penisola in tutta la sua variegata ricchezza gastronomica. All’angolo della “L” si apre uno slargo, una specie di piazza con gli spazi dedicati allo svago: due campi da beach volley gestiti dal bagno Fantini di Cervia, un piccolo anfiteatro per le esibizioni, giochi per i più piccoli, agribottega dei bambini e una libreria Coop. Subito, uscendo all’esterno, un mingolf. Un camminamento coperto di alcune decine di metri collega la zona al centro congressi modulabile da 900 posti.

uno dei chioschi di FICO

All’esterno, un portico costeggia la grande “L”. Sotto vi sono i recinti degli animali (per gli animalisti, potete stare tranquilli, nessun animale di FICO verrà macellato) e l’esposizione permanente del Museo della Civiltà Contadina. Pochi passi oltre si trovano il frutteto, la vigna, la tartufaia, dove sarà possibile andare a caccia di tartufi con appositi cani addestrati, l’orto, l’uliveto, gli spazi dedicati alle api, ai frutti dimenticati, all’agricoltura biodinamica e le coltivazioni: cereali, orzo e luppolo, canapa e lino, barbabietola. I prodotti delle coltivazioni entreranno poi in una filiera produttiva a catena chiusa e costituiranno la materia prima per le fabbriche all’interno del parco: Ad esempio il luppolo verrà usato per produrre la birra del birrificio Baladin e la farina del Mulino Grassi sarà utilizzata dal Forno Calzolari per il suo pane.

l’uliveto

Infine, verso l’uscita, situata all’estremità opposta della “L”, c’è una zona mercato dove sarà possibile comprare i prodotti delle fabbriche contadine e articoli da cucina di design italiano (pentole, padelle, stoviglie, caffettiere, macchine per la pasta, ecc.).

Ci sono due parole ricorrenti che abbiamo pronunciato spesso passaggiando (passeggiare+assaggiare) per il parco: “che fico!”, e Pippo Franco, la cui hit ha conosciuto un revival proprio nel 2017, questa volta non c’entra. Lo capisci girandolo, FICO, che è un progetto, prima di un parco. Un’idea trasformata in concreto, ma che il suo retaggio ideale ce l’ha sempre davanti, come è sempre davanti agli occhi del visitatore.

Grandi aziende e catene di ristorazione accanto a nomi noti pressocché solamente a livello regionale: non sono solo la flora e la fauna ad essere variegate, ma proprio l’umanità. ne guadagna, ça va sans dire, tanto il colpo d’occhio quanto l’impressione di diversificazione. Già, ma l’idea qual è? Quella che sia possibile sintetizzare in maniera organica, comprensibile e di conseguenza esponibile, la complessità della cultura del cibo italiano.

Nell’Italia dei campanili, del tortellino che forse è nato a Bologna e forse a Modena, FICO è l’utopia dell’enciclopeda tricolore concreta e mangereccia. É la Disneyland del cibo, è il sogno di un’Italia che si divide in tante frange ma che può unirsi per un elemento che non sia la nazionale di calcio. FICO è un progetto ambizioso, e in tempi di crisi va dato atto che un’ambizione di questo tipo è sempre positiva perché dà un input roosveltiano: l’unica cosa da temere è la paura stessa.

É un bel progetto, un progetto FICO.

Potrebbero interessarti anche...

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *