“Essere personali fa la differenza”. Intervista a Willie Peyote

Willie Peyote arriva a Bologna sul palco del Locomotiv Club in una tappa sold out di Ostensione della Sindrome Tour, nuova serie di concerti per presentare il suo ultimo album

 

 

Willie Peyote – nome d’arte del trentaduenne torinese Guglielmo Bruno –  è uno di quegli artisti che non passano di certo inosservati.
Un linguaggio studiato e rime pungenti, innestati a tematiche e considerazioni sempre troppo al passo con i tempi, lo rendono sicuramente una personalità di spicco tra le nuove leve più in considerazione dell’attuale scena musicale underground italiana.
Reduce dal successo di Educazione Sabauda, Willie Peyote arriva per la seconda volta in pochi mesi su un palco di Bologna e stavolta tocca al Locomotiv Club, collezionando un’altra data completamente sold out nel suo Ostensione della Sindrome Tour.
I fan si accalcano già due ore prima del concerto, che inizia poco dopo le 22:30 quando l’artista sale sul palco insieme alla sua Sabauda Orchestra Precaria.
Il brano che dà il la alle successive due ore di live è ‘Avanvera’, primo singolo del nuovo album Sindrome di Tôret.
La scaletta non lascia scontento nessuno, soddisfa  vecchi e nuovi fan, ripescando brani sin dal primo album e dandoli in pasto a una platea di affezionati.

 

 

 

 

Noi ci siamo messi in contatto con lui e Guglielmo ci ha accolti nella hall del suo hotel, concedendoci gentilmente una bella intervista.

 

Ciao Guglielmo, intanto piacere di conoscerti.
Partiamo dal titolo dell’album, spiegacelo un po’.

G: “Il titolo è piuttosto semplice, si chiama SINDROME DI TÔRET perché il disco parla di libertà di espressione e quindi dell’incontinenza verbale diffusa, insomma, degli eccessi nella libertà di espressione. Quindi mi viene in mente la sindrome di Tourette, appunto, la cui manifestazione più conosciuta è quella di essere incapaci di trattenersi a parole.
E poi comunque ho voluto fare un gioco di parole e mettere in mezzo le fontanelle di Torino, che sono i turet, così, per fare un tributo alla città”

 

 

C’è una canzone dell’album a cui sei particolarmente legato?

G: “Beh, sono legato a tutto il disco nel suo complesso perché è stata una cosa diversa dal solito, però la mia canzone preferita del disco è sicuramente ‘Vendesi’

 

 

 

 

 

Come in EDUCAZIONE SABAUDA e negli altri dischi, anche in questo fai uso di un linguaggio tagliente con cui parli di temi attualissimi.
Tra tutti, qual è quello che ti “stimola” di più creativamente?
Detto in altre parole, che ti fa incazzare di più.

G: “Mah guarda, mi fa incazzare la nostra tendenza a banalizzare dei contenuti importanti, che possono essere il femminismo, l’inquinamento globale, che cazzo ne so…
Tendiamo a schierarci a squadre e a banalizzare tutto senza mai approfondire davvero, e questo crea più confusione e non rende giustizia ai temi che trattiamo. Quindi in realtà è solo peggio.
Questo mi fa abbastanza incazzare perché poi rende tutto stupido e chiunque dica la sua in realtà la dice nel modo sbagliato comunque”

 

Hai conosciuto il rap quando eri al liceo ma vieni dal punk. Chi è stato l’artista – italiano e non – al quale ti sei avvicinato per primo e che ti ha ispirato nella tua carriera e in tutto ciò che fai?

G: “Il primo artista italiano, quello più importante in un determinato momento della mia vita, fu sicuramente Fabri Fibra con ‘Turbe Giovanili’. In generale penso che sia stato Will Smith il primo a farmi venir voglia di fare rap, quando faceva ‘Willy il Principe di Bel Air’ e poi ho scoperto che era anche un cantante e da lì è nato il tutto. Però tra gli italiani non posso non citare Buscaglione, quando ero piccolo lo sentivo spesso e mi piaceva molto però sicuramente Fibra è quello che mi ha influenzato di più, ecco”

 

Da un po’ di anni fai parte, direi anche a buon diritto, della giovane scena musicale italiana.
Come la vivi? C’è un artista che stimi particolarmente con il quale ti piacerebbe collaborare in un futuro non troppo lontano?

G: “Come la vivo? Faccio musica e fortunatamente adesso gli altri se ne sono accorti, quindi è una bella cosa. Poi, non mi sento parte di nessuna scena in particolare.
Ci sono molti artisti che stimo, Dutch Nazari è sicuramente il primo su tutti, ma ci conosciamo bene e collaboriamo spesso, quindi non fa più notizia. Ultimamente un disco che mi è piaciuto molto è quello di Motta, però non credo ci sarà una ragione per cui collaborare.
In realtà sono molti gli artisti, non sarei in grado di ridurre così tanto il campo perché mi piace sempre conoscere persone e capire se andiamo d’accordo, perché se no non collaboro con persone con cui non vado d’accordo umanamente. E su quello poi, qualunque cosa si metta sul piatto è interessante, ci si può spostare da quello che faresti tu da solo. L’aiuto di qualcun altro porta sicuramente il discorso in un altro punto, quindi è sicuramente meglio”


 

 

 

 

Lo scorso settembre hai preso parte al concerto in piazza Verdi in sostegno dei centri sociali sgomberati.

Cosa pensi a tal proposito? Come definiresti il tuo legame con questa città?


G: “Il mio legame con la città di Bologna è intenso per mille motivi, ho molti amici. È stata la prima città che mi ha fatto suonare fuori da Torino 4 anni fa abbondanti e da lì in avanti ho costruito tante belle amicizie e conosciuto tante persone, l’ho frequentata anche al di fuori dell’ambito musicale spesso. Quindi ho un ottimo rapporto con la città e con gli abitanti.
Per quanto riguarda il discorso sul Crash e sul Làbas, beh, ovviamente aveva senso partecipare perché la repressione non è mai piacevole e se si può in qualche modo dimostrarsi scontenti, ogni tanto bisognerebbe far sentire la propria voce.
Più in generale posso dirti che non è un problema purtroppo solo di Bologna, c’è un discorso repressivo abbastanza diffuso in tutta Italia al momento e secondo me è dovuto al fatto che, più o meno, la politica si sta spostando tutta verso destra. Qualunque espressione politica ormai è molto più a destra che a sinistra.


La lotta al degrado fa rima con la chiusura dei centri sociali e nessuno prende mai in considerazione l’apporto sociale che hanno luoghi come quello e la proposta di partecipazione sociale che danno in realtà. E quello è chiaramente un’espressione del fatto che probabilmente la politica sta andando sempre di più verso destra in questo periodo storico”

 

Un’ultima domanda.
Qual è il consiglio che daresti a un giovane artista che vuole avvicinarsi al rap?

G: “Mah guarda, una delle cose che mi è sempre piaciuta di più come affermazione è Bukowski che diceva “Cosa diresti a chi vuol fare lo scrittore? Non farlo”. Non farlo perché non c’è bisogno di un altro che scriva male o che viva male la sua vita perché non è realizzato.

A parte le battute, non so, quello che posso dire è che serve sempre studiare. Studiare cosa fanno gli altri, studiare cosa sei bravo a fare tu ed essere personali, sicuramente. Quindi non basta il talento, il talento poi si può averlo in tanti, ovviamente serve anche culo, ma quello che secondo me fa la differenza è essere personali ed essere attenti a quello che succede, senza essere e senza sentirsi mai superiori a qualcun altro”

 

 

 

 

Salvo Bruno

Salvo Bruno

Emigrato della East Coast calabrese, spesso una combo di immaginazione, passione e un pizzico di autostima mi invoglia a buttare su carta qualche racconto. Se mi va, ne schizzo anche un fumetto. In veste di universitario, studio le lingue. Amo Internet, il sushi, la buona musica e gli eventi live tanto quanto odio il fumo e l’ignoranza.

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