In una sera d’estate a Torino, un gruppo di amici decide di partire alla volta delle terre al di là di Trieste e documentarne il volto più autentico. Così, dall’ esperienza di viaggio nasce “Il futuro dopo Lenin. Viaggio in Transnistria” (DOTS Edizioni). L’intervista al collettivo Volna Mare. 

Il collettivo volna mare

Ciao ragazzi. Cos’è Volna Mare? Moderni e scanzonati Ulisse o più un gruppo di fini intellettuali e audaci reporter?

Volna mare nasce per caso, come tutte le cose migliori. Il collettivo, fondato dai tre protagonisti-autori del libro, prende forma in una serata estiva torinese, si consolida in Transnistria e continua ora a viaggiare sulle strade del centro-est Europa. Ulisse viaggia per tornare a casa, volna mare viaggia per scoprire luoghi vecchi e nuovi, per confrontarsi, per interrogarsi e porre domande anche a chi da casa legge le loro avventure su carta o i loro articoli dallo smartphone. Senza pretese di verità, intellettualismi inutili o vanti di coraggio (chenon ha), volna mare vorrebbe condividere quello che sa e quello che vede, venire smentita e smentire, raccontare e raccontarsi“.

 

Parlatemi un po’ della genesi del libro. Quando e perché è nata un’opera così atipica e ibrida oggigiorno come Il futuro dopo Lenin ? Cosa vi ha spinto a buttarvi in questa piccola impresa?

Anche il libro è nato per caso, a margine di una conferenza dottorale alla quale partecipava Carlotta Susca, fondatrice di DOTS Edizioni. Ci disse di aver visto dentro a quella che si stava per configurare come volna mare una storia – una vera e propria “esigenza comunicativa”, ci disse – e ci spinse a metterla su carta. Fu una sfida, bella e impegnativa (anche perché lo stile preso a modello era molto, forse arditamente troppo, sperimentale), ma di cui volna mare ora è orgogliosa”

 

 

La Transnistria e l’Est Europa in generale sono sicuramente una terra e una cultura sconosciute ai più ma senza dubbio non a voi. Vi aspettavate un territorio diverso da quello che vi si è presentato davanti?

Nella pagina Facebook, volna mare si descrive come reporter di confine amante degli stereotipi. Come emerge anche dal libro, proprio da quelli siamo partiti: la Transnistria è un luogo raccontato in una unica veste e per giunta questa pare, anche a un occhio leggermente miope, diversa dalla sua taglia effettiva. I toni sensazionalistici la dipingono come la striscia di Gaza dell’Europa orientale” oppure come paradiso dei traffici illeciti o ancora come “buco nero nel cuore dell’Europa”. Ma poteva davvero essere solo questo, un paese che “si deve ancora rassegnare alla fine del comunismo”? Certo, se ci si ferma solo alla falce e martello della bandiera e alla statua di Lenin che spicca davanti al Soviet Supremo può anche apparire così.
A volna mare interessava dare una 
terza dimensione all’immagine appiattita; parlare con le persone e vederli come “cittadini normali di un paese normale ” è stata la chiave per poterlo fare“.

Il parlamento del Soviet Supremo a Tiraspol’

Lungo il tragitto ne avrete viste, vissute e sentite di ogni. C’è un aneddoto particolare che vi piace ricordare?

In genere i lettori del libro ci hanno detto di amare molto l’aneddoto del confine transnistriano”, al quale siamo stati inizialmente rimbalzati. Non vogliamo svelare troppo, ma quel momento, ora tragicomico nella narrazione, è stato particolarmente drammatico nella realtà, sebbene già allora ci dicevamo “figuratevi quando lo racconteremo, magari ci rideremo su”. Dietro il lato comico dell’avvenimento, si nasconde anche una riflessione implicita sui confini duri, il mondo prima di Schengen.
In 
un momento in cui sempre più apprendisti stregoni si sbizzarriscono a giocare con le frontiere, ci è parso fondamentale far ricordare cosa significa davvero una frontiera, per chi vive da entrambi i lati “.

Al netto dell’esperienza vissuta, quanto c’è di vero e quanto di inventato nell’ immaginario che si ha in Italia dell’Est Europa?

Quando un posto è poco conosciuto e approfondito, inevitabilmente quando (e se) se ne parla ne viene fuori un’immagine sbiadita e probabilmente corrotta. L’Est Europa è un luogo ricchissimo di storia, intricato in quanto a popoli, lingue e migrazioni, complesso nella sua realtà attuale. Il rapporto che esso ha con la sua storia, e in particolare con il passato comunista e sovietico, è stato uno dei temi centrali del nostro viaggio-ricerca, proprio perché, in genere, se di Est si parla sui media nazionali, se ne fa sempre in questa chiave. Una chiave che riflette su di uno specchio spesso deformante, utile a riflettere noi e a proiettare le nostre certezze. Nel nostro lavoro noi cerchiamo di coltivare uno sguardo stralunato e straniante, sabotando quel modo di viaggiare che consiste nel valutare il tasso di pre-moderno di una data cultura/nazione (“hey, guarda, hanno ancora il carretto. Come da noi negli anni ‘50!” o anche “hey, guarda, qui la famiglia è ancora importante. Non come da noi”) 

Quanto c’è di “occidentalizzato” nella cultura e nelle terre al di là di Trieste? Ci sono tante differenze e dissonanze tra i vari Paesi?

Dal 1991 i canoni delle società capitalistiche sono entrati violentemente nel mondo oltrecortina, squarciando ciò che restava dei vecchi muri. Un po’ invocato (avete mai visto il video della coda a Mosca per l’apertura del primo McDonald’s nel 1990?), un po’ auto-imponendosi, il capitalismo è oggi di casa anche qui. Come sempre, e gli esempi nella cultura di questi paesi sono innumerevoli nei secoli, le importazioni (anche simboliche) qui vengono triturate, macerate e digerite molto velocemente, tanto che ben presto si trasformano in fenomeni anche locali, localissimi. Un esempio da Tiraspol’, la capitale della Transnistria, è il ristorante “Mafia” che spicca in viale 25 ottobre, un franchising ucraino che offre piatti italo-giapponesi. O ancora “Andy’s Pizza”, poco lontano, un franchising romeno che oltre a birra filtrata, pizza, lasagne e formaggi francesi, propone anche la mămăligă (polenta romena) e soljanka (zuppa russo-ucraina). In generale, comunque, riteniamo un errore considerare omogenee realtà distanti, come avviene per il mondo arabo-musulmano, solo in quanto referenti opposti del nostro “normale”. In quella galassia definita “Est-Europa”, la seconda Europa, l’Altra Europa, l’Europa post-comunista esistono numerose e sostanziali differenze: l’Ungheria non è la Romania, la campagna ungherese non è Budapest”.

 

Pensate che il vostro libro abbia o possa avere velleità culturali, tipo essere una piccola finestra su un grande universo? O è semplicemente frutto dello spirito del viaggio e delle nuove scoperte?

Certamente a volna mare interessava aprire una piccola finestra su questa parte di mondo complessa e sconosciuta ai non esperti. Privi di velleità da “esperti di Transnistria”, come autori di questo libro volevamo proporre un approccio diverso, che sottolineasse l’importanza della consapevolezza che, mentre noi guardiamo all’altro, anche l’altro guarda a noi come ad “altri da sé”. Un approccio che squarciasse il velo dell’appiattimento nella descrizione dell’altro e che lo facesse parlare con voce propria. Un approccio che capovolgesse la dinamica subalterna tra narrante e narrato. Anche per questo a Tat’jana, nel libro, chiediamo di parlare di noi, dell’Europa. E anche per questo ci sentiamo rispondere che per lei l’Europa è la Bulgaria. Spiazzante, no?”.

Un’opera così può sicuramente dare una spallata alla distorsione nella concezione che si può avere di altre dimensioni culturali, quindi all’emigrazione. Che ve ne pare?

Nel libro di confini ne attraversiamo tanti, puri segni artificiali sulla cartina che distorcono per secoli le vite delle popolazioni: ne parliamo coi secleri, ungheresi che da quasi un secolo si sono ritrovati a vivere nel mezzo della Romania; ne sentiamo il peso al confine con la Moldavia, primo vero confine per noi forti del passaporto europeo; ne rimaniamo sconcertati quando nell’ufficio immigrazione della Transnistria non ci vogliono lasciar passare o quando ragioniamo sul passaporto dei cittadini transnistriani, poco più che carta straccia oltre i confini del loro stato non riconosciuto.
Il confine esiste solo nella mente di chi lo disegna 
e lo erge a muro contro i propri “fantasmi”. Per tutti gli altri è una parete che cala dall’alto a dividere la casa che prima si abitava – chi felicemente, chi meno – con il vicino. Ringraziamo il mondo oltre Trieste per averci insegnato questo”.

In Europa e nel mondo stiamo vivendo il ritorno di vecchie ideologie. In fin dei conti, dopo aver visitato quella terra di mezzo che è la Transnistria, credete sia ancora possibile, in un certo qual modo, il ritorno e l’attuazione di forme di comunismo o bisogna relegarla a ideologia obsoleta?

Il comunismo così come lo ipotizzava Karl Marx non si è mai realizzato in Unione Sovietica e negli stati della sua orbita. Qui si è cercato di rendere pratica una teoria, per giunta in un contesto completamente diverso socialmente ed economicamente da quello ipotizzato da Marx. Il sistema praticato dal governo sovietico si è annientato da solo, nella propria verticalità, nel proprio culto della personalità e nel monopolio del partito sempre più svuotato di consistenza dall’interno e incapace di rispondere alle esigenze concrete. Pertanto, obsoleto e impraticabile è il ritorno al sistema sovietico nello specifico – ritorno che, tra l’altro, nelle sue forme peggiori non è auspicato nemmeno in Transnistria: come dice la direttrice del museo di storia di Tiraspol’ nel libro, dell’epoca comunista anche in Transnistria si sono soppesati con attenzione i pro e i contro.
Se è vero che alcuni elementi delle società comuniste 
(comunità, internazionalismo, redistribuzione) possono ancora servire da ispirazione per movimenti odierni, difficilmente lo possono fare nella versione romanticizzata, confortevole e monodimensionale che del comunismo ancora oggi molti hanno in via Zamboni”.

In una società in continuo movimento come la nostra, credete che l’insegnamento delle lingue slave – e il russo nello specifico – possano essere un buon primo approccio alla cultura dei nostri vicini?

Imparare una lingua non è possibile senza la penetrazione nella cultura, nella società e nella storia delle comunità che la parlano. Senza parlare dei realia (i cosiddetti “intraducibili” propri di ogni cultura, come il samovar), ogni lingua porta dentro di sé un sistema cognitivo quasi epistemologico che riflette il modo di rapportarsi con il mondo di ogni comunità di parlanti. Se tutti gli alberi in lingua russa hanno genere femminile o se la Luna in tedesco è maschile, c’è differenza.
Certamente 
inoltre, imparare una lingua vuol dire aprirsi al piacere e al godimento di leggere in questa lingua, e leggere è sempre un viaggio di avvicinamento verso un universo diverso dal proprio”.

Scommetto adesso che avete in cantiere altri progetti di lavoro sull’Est Europa o altre zone “ignote” del mondo.

Dopo la Transnistria volna mare non si è fermata. In primavera è stata la volta della Macedonia e dell’Albania, l’estate quella delle repubbliche baltiche. Da quest’ultimo viaggio potrebbe nascere un lavoro editoriale più lungo. Infine, anche per il 2019 ci sono progetti in corso, che ci riporteranno in area moldava”.

In conclusione, cosa vi aspettate – o vi augurate – ricavino i lettori da un libro come Il futuro dopo Lenin ?

Ci auguriamo innanzitutto che la passione che ci ha uniti come volna mare “contagi” anche il nostro lettore. Auspichiamo che la pigrizia venga sostituita da sana curiosità e che viaggi come il nostro non restino anelli solitari indossati da pochi.
Un piacere immenso in questo senso ce 
l’hanno dato già cinque persone, che il nostro libro se lo sono portate nel loro ultimo viaggio in Moldavia e Transnistria: Dmitri, uno dei personaggi incontrati in Transnistria e raccontati nel libro, ha potuto “sfogliarsi” di persona”.

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