Selezionate dall’archivio MAST dal curatore Urs Stahel, le opere di 65 grandi fotografi presenti e passati danno vita a Pendulum, la nuova collettiva della Fondazione di via Speranza inaugurata giovedì 4 ottobre in occasione di San Petronio, che c
i racconta le dinamiche e i cambiamenti della nostra costante evoluzione.

di Stefano Laddomada

 

Sonja Brass, Container, 2015, dalla serie “Un eccesso di prudenza”, 2014-2017. Stampa a pigmenti

 

Sempre vicina ai temi di lavoro e industria, la Fondazione MAST si sviluppa restando fedele alla propria vocazione espositiva ma si concentra questa volta sull’uomo e sulla sua costante abilità nel sapersi adattare e reinventarsi attraverso la Storia, vittima di nuove tecnologie, economie in costante cambiamento e guerre mondiali. Pendulum racconta la fragilità e l’ingegno umano documentabile dalla scoperta della fotografia in poi.

Il percorso della mostra è un viaggio che inizia a metà dell’800 e ci narra la Storia attraverso il lavoro, i suoi strumenti e i lavoratori. Invenzioni come la macchina ci vengono prima raccontate con eleganza da Robert Doisneau e i suoi scatti impressionisti per la Renault in pieno stile storytelling, poi da Ugo Mulas e Peter Keetman con un approccio decisamente più attento alla tecnica, ma anche da Luciano Rigolini, che da fotografo contemporaneo ricrea un’atmosfera vintage col suo trittico di automobili americane anni ’60. Dalle automobili si passa ai camion e agli aerei, ai cantieri dove vengono prodotti con materiali di cui si risale all’origine in miniere e acciaierie, quindi alle città deturpate da poli industriali mastodontici rappresentati da Gabriele Basilico e Philip Jones. Industrie che quotidianamente sono costrette a rimodellarsi in un’economia sempre più frenetica e articolata, costringendo le città e gli abitanti a modificare le proprie abitudini e obbligandoli ad affrontare viaggi di ore per raggiungere il proprio posto di lavoro, fino alla necessità di emigrare in cerca di nuove opportunità o condizioni di vita migliori.

Sono infatti i migranti a essere il punto di arrivo di Pendulum, una categoria di persone che si distacca dalla velocità del mondo globalizzato, uomini e donne incastrati in un meccanismo che li considera un peso o, “bene” che vada, una risorsa sulla quale poter lucrare, un flusso di persone in ogni caso troppo difficile da riuscire a gestire a causa della complessità che noi stessi abbiamo deciso di creare.
Il pendolo per i migranti rallenta, quasi si annulla, bloccati in un limbo di burocrazia e centri di accoglienza costruiti con gli stessi container che trasportano merci da una parte all’altra del globo, in un’attesa che diventa una vita, per chi ancora ne ha una che possa essere definita tale.

Pendulum parla di evoluzione, genialità e progresso fuori controllo, della costrizione di cui siamo succubi tutti, volenti o nolenti, tutti parte di quel meccanismo che Godfrey Reggio aveva brillantemente anticipato con Koyaanisqatsi, pellicola che concentra il suo messaggio nei time-lapse e nelle riprese fuori dagli schemi per i primi anni ’80. La velocità e l’esigenza dell’immediato sono gradualmente diventati i nuovi vettori del mondo, lasciando poco spazio di manovra ai problemi da affrontare sulla lunga durata, come flussi migratori e ambiente, temi che in ogni caso vanno sempre più intrecciandosi. Dal bianco e nero delle prime immagini della mostra, romantico e onirico, la mostra tende verso un’astrazione colorata e sempre più enigmatica, che parla della nostra quotidianità e della nostra incapacità a immaginarci diversamente, di come siamo e di come viviamo.
Citando Franco Arminio, forse “oggi essere rivoluzionari significa togliere più che aggiungere, rallentare più che accelerare, significa dare valore al silenzio, alla luce, alla fragilità, alla dolcezza”.
Utopicamente autoreferenziamoci e ritorniamo a essere umani, umanamente.

 

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