Qualche sabato sera fa sono andata a teatro a vedere La rivoluzione è facile se sai COME farla. Del resto faceva un freddo tremendo, anzi porco dato che ero a Bologna, l’ingresso era gratuito e non serviva un visone alla naftalina per entrare. Per di più lo spettacolo faceva parte del Festival 20 30 – un ciclo di quattro laboratori teatrali dedicati a giovani artisti tra i 20 e 30 anni – una roba scandalosamente giovane.

Giovani e rivoluzione erano le due cifre del Festival: in un decennio in cui la narrazione ufficiale descrive il giovane medio come sdraiato fancazzista superdotato, il Festival passa la parola allo sdraiato e alle sue ansie, voglie, elucubrazioni.

La serata cominciava con l’elaborato finale dei ragazzi del laboratorio (Alessandro Vuozzo, Olivia Teglia, Caterina Ciarleglio, Dario Carlà, Camilla Girotti, Anna Corsini, Lea Melchiorri, Giacomo Tamburini, Lucia Fontanelli, Amedeo Paolo Battipaglia): uno spettacolo che metteva insieme le loro improvvisazioni incentrate sul tema della rivoluzione.

La rivoluzione è facile se sai COME farla
I giovani del laboratorio nella visione miope

Seguiva La rivoluzione è facile se sai COME farla scritto da Quit the doner, giovane scrittore divenuto famoso per i suoi reportage e che oggi è riuscito ad accedere al mondo dei dinosauri pubblicando il suo primo romanzo, Lascia stare la gallina. Lo spettacolo raccontava la storia di un neolaureato aspirante scrittore (Livio Remuzzi) e di una sceneggiatrice in cerca di fama (Paola Aiello) costretti a scontarsi con le logiche di produzione (Lodovico Guenzi) e a reagire, intervallati dai monologhi di Nicola Borghesi (a loro volta intervallati da molti “vez”).

Apriva la scena Nicola Borghesi con la definizione di rivoluzione del Vocabolario Treccani, una di quelle cose che manda in brodo di giuggiole i futuri senzatetto del 38, e meno male che mi ero attrezzata con cuffia e occhialini. Seguiva l’aspirante scrittore, già nella fase post-laurea in cui si perde il piacere della birretta al Pratello (sede distaccata dell’Alma Mater Studiorum) con cui, complice la miopia e il posto in settima fila, ho finito per immedesimarmi: quell’ansia per l’ingresso nel mondo nel lavoro, che più che un ingresso sembra una voragine e un numero ormai infinito di attacchi di panico con relativo antidepressivo nella tasca dei pantaloni. Toccava poi alla sceneggiatrice che doveva scontrarsi, oltre che con i gusti del produttore, anche con l’immagine “progressista” dello stesso: la sua storia d’amore tra due donne che finisce a causa di un tradimento con un uomo non è abbastanza all’avanguardia. Voglio dire non c’è niente di peggio di una lesbica che si riscopre etero per un’azienda che si dichiara sostenitrice dei diritti degli omosessuali (indispensabile marca da bollo per essere considerati cool come Lady Gaga).

Alla fine i due protagonisti riescono nei loro intenti, ma per farlo devono rivoluzionarsi: l’ansioso neolaureato ammette che un lavoro statale è un lavoro rispettabile, la sceneggiatrice si piega alle regole del potere per portare in scena la propria storia. Il tutto accompagnato dalla musica live dei Lo Stato Sociale, con le scenografie di Calori & Maillard, mentre la regia era dello stesso Nicola Borghesi assistito da Enrico Baraldi.

 

La rivoluzione è facile se sai COME farla
Paola Aiello, Nicola Borghesi, Lodovico Guenzi, Livio Remuzzi e Lo Stato Sociale nella visione miope

Andare a teatro è stato bello, ho imparato che essere giovani oggi è fichissimo; basta pensare al tasso di disoccupazione giovanile e allo Xanax che pulsa nella borsa, è tempo di fare la propria rivoluzione, quindi rivoluzionatevi!

 

 

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