Le nuvole a Bologna

LE NUVOLE A BOLOGNA

Mi ci è voluto un po’ per superare l’accidia nello scrivere questo articolo. Un po’ temevo le conseguenze di ciò che avrei raccontato. In questo post parlo di droga, a Bologna. Parlo di clandestini, di studenti ed avvocati. Infatti pochi, di tanti che fanno uso di stupefacenti, si chiedono cosa c’è dietro a quello “spinello” la sera. Il mondo del fumo a Bologna è vaporoso e ha l’aspetto di nuvole, come quelle di Piazza Verdi. Bolle di microcriminalità e storie di disagio quotidiano, gravitano attorno al pianeta universitario e più in generale dentro il cuore di Bologna.

Via Zamboni Piazza Verdi Bologna
Tutto è cominciato l’autunno scorso. Io e MM (Michele Morselli, ndr) avevamo deciso di scrivere qualche cosa sullo spaccio. Frequentavo un laboratorio di scrittura collettiva e multiculturale coordinato da Wu Ming (2) e dal professor Pezzarossa all’università.
Io, Lolita e Valentina, abbiamo poi cominciato a scrivere un racconto su uno spacciatore tunisino che si innamorava di una studentessa. Per poter avere una idea di come poteva ragionare un ragazzo in quelle condizioni, ho deciso andarne a intervistare qualcuno, proprio sotto le aule universitarie. Mi sono fatto accompagnare da MM, grande appassionato di letteratura post coloniale. Oltre che esserne uno studioso.
Così, per caso, approcciavamo quelli che ci sembravano pusher. L’etnia che va per la maggiore in piazza Verdi è quella nordafricana. Il primo giorno parlammo con tre ragazzi. Uno di ventitré aveva già scontato un anno di arresti. Metà ai domiciliari, a casa della moglie di Napoli, per spaccio di cocaina. “Stavo dai fratelli di mia moglie”, ci ha detto. “Nascondevo gli ovuli di cocaina in bocca così, se mi fermavano gli sbirri in borghese, inghiottivo tutto. Loro lo sapevano, e mi tenevano per la gola per far sì che non ingoiassi le palline di droga. Mi hanno arrestato perché avevano tradotto le parole che scambiavo al telefono con mio fratello, in tunisino. Mi hanno incriminato per quello, addosso non avevo nulla e nemmeno a casa”.

Piazza Verdi Bologna Teatro Comunale
Parlo arabo, e capivo bene quando si riferivano a “Klem ennes”- il giudizio della gente, le parole che si scambiano i vicini delle banlieu quando torni nel tuo paese senza un soldo, da uomo fallito. Il terrore di essere giudicati come ragazzi andati in Europa e tornati a mani vuote. Senza documenti, additati come dei rifiuti. Quando cominciammo ad approcciare gli spacciatori, parlando loro dell’articolo che volevamo scrivere, erano estremamente diffidenti, ma per un po’ si lasciavano andare. Alcuni avevano gli occhi a spillo, per l’eroina: “ho una ferita e la nascondo”, ci ha detto uno di loro, che ci ha raccontato che dopo essere arrivato “con il barcone”, non aveva potuto lavarsi per sei mesi. Ci ha detto che ha anche provato a lavorare, ma un irregolare ha al collo il giogo del rimpatrio. Non può lamentarsi se viene pagato poco, o se fa turni massacranti per venti euro al giorno. E poi, a un ragazzo di vent’anni la pigrizia sta addosso come un abito su misura. Lo spaccio tutto sommato ti fa mangiare- “ma qui è tutto una merda”. E va bene cercare lavoro, ma non poi così tanto.
Tutti giovanissimi, tutti ben consapevoli della propria condizione di irregolari.
Carpentieri per venti euro al giorno. Non siamo riusciti a capire bene però quale fosse l’etnia che riforniva la piazza. Probabilmente italiani. Questa è un’informazione che ho ricavato grazie ad altre interviste, più recenti, ma di cui parleremo più avanti.
Abbiamo proseguito con le nostre “indagini” per tre giorni, al terzo si era già sparsa la voce, e alla nostra vista sparivano tutti. La paura più grande che hanno tutti loro è quella di incontrare poliziotti in borghese. A volte quella piazza mi è sembrata il cortile di una scuola, dove si gioca a guardie e ladri.
Quello che penso io a riguardo ha a che fare con gli sguardi della gente. Con chi giudica senza conoscere, una sensazione fortemente umana e che abbiamo tutti. In grande o in piccolo. L’angolo che c’è tra Piazza Verdi e via Del Guasto e fatto di persone che non si vedono. Insieme ai loro cani e al loro disagio rappresentano la paura del fallimento. Ciò che noi non vorremmo mai essere, ciò che abbiamo paura di diventare. Questo succede in tutti i grandi agglomerati umani, nelle nostre città occidentali ma anche in oriente. Gli invisibili sono poco di buono, si vestono in un modo non piacente e sopratutto, spesso, hanno la pelle di un colore diverso da quello dominante.
Di questo si tratta, dell’impossibilità di molte persone nel vedere qualche cosa di buono in ciò che è diverso, ostile o che ha una condotta di vita che non si addice per niente ai canoni universalmente riconosciuti come buoni.
Questo è un elemento fortemente presente anche tra noi giovani. Ventenni, abbiamo già in corpo l’abitudine a giudicare i simili che ci circondano, senza nemmeno conoscerli. O senza nemmeno provare a farlo. Questa è una cosa che in qualche modo mi mette a disagio. E dovrebbe mettere a disagio tutti quelli della nostra generazione. E’ una dinamica che può essere permessa, o perlomeno giustificata ai nostri genitori- ma non a noi. In un mondo dove i confini vengono disperatamente rianimati con logiche populiste, quando in realtà sono morti. Il nostro mondo, quello che vivremo da adulti- sarà ancor più globalizzato di quello ora è. Non possiamo permetterci di arrivare impreparati e pieni di concetti di vita totalmente provinciali.
Non sto scaricando le loro colpe. Sicuramente sarebbe meglio per loro se si trovassero un lavoro onesto. Ma la domanda che mi sono fatto , e che ho fatto a loro, più frequentemente, è quali fossero i loro clienti- gli habitué.
“Dallo studente all’avvocato” mi è stato detto.
Per davvero. Sì, perché non è una novità che la gente fuma hashish, o assume cocaina e fuma erba. A Bologna, città universitaria, si fa da almeno tre decadi. E dunque servono i “soldati spacciatori”, meglio ancora se sono clandestini e non hanno nessuna possibilità di regolarizzare la loro posizione.
Le facce che vidi quei giorni non ci sono più, ce ne sono di nuove, sempre nordafricani, sempre giovanissimi, sempre venuti con il barcone.

"In Bolognina si fanno i soldi fratello"

“In Bolognina si fanno i soldi fratello”

La notizia dei raid contro gli spacciatori è storia di pochi mesi fa: gruppi di persone che inseguivano i neri in Bolognina, per menarli. Un mio amico ed una delle penne del BBU, mi aveva raccontato di alcuni giovani frequentatori dei centri sociali che sono andati in giro per palestre di boxe e arti marziali a cercare persone che formassero le ronde. Io non volevo crederci all’inizio. Com’è possibile che antifascisti ce l’avessero con i neri? Infatti non ce l’avevano con i neri, ma con con quelli che spacciavano.
Quello che ho scoperto, andando in giro con un mio collega giornalista, è che in Bolognina ci sono alcuni italiani che, oltre ad avere in gestione attività commerciali, hanno interesse ad avere il controllo del mercato della droga. E che questo tipo di attività, coinvolgono anche personaggi dei centri sociali. Stiamo parlando di controllo del territorio, di potere e soprattutto di soldi.
Ho incontrato tre persone quella domenica. Conoscevo già due di loro: sub sahariani, giovani ed in Italia da una vita. Mi hanno detto che dentro ai centri ci sono state delle liti, che sono state usate come motivazione per gli attacchi. E quando ho accennato loro l’eventualità che queste botte fossero finalizzate a mandare via un gruppo di spacciatori per metterne in strada altri, mi hanno interrotto, negandomi questa eventualità. “I perché sono altri fratello. in Bolognina si fanno i soldi, per davvero”.

Dicono però che l’idea che tutti hanno di loro, dei “negri”, comprese le forze dell’ordine, è quella di gente che fa casino, in un certo senso parassiti, indesiderati.
Ma tutti mi hanno detto che i clienti maggiori, migliori, sono gli italiani. Sia i ragazzi di Piazza Verdi, che quelli della Bolognina, mi hanno detto che non hanno un range di clientela fissa. Tutti si drogano.
In Italia c’è un modo di ragionare che porta a pensare che eliminando gli spacciatori dalle strade, si ponga fine al problema della droga. Come se la mancanza di questi ponesse fine alla insidia. Mi riferisco alle parole di alcuni politici di centro destra, eterni oppositori in una città come Bologna, che riferendosi ai disordini avvenuti nel quartiere subito hanno strumentalizzato il fatto, dando colpa al degrado e alla amministrazione di sinistra. Nessuno ha davvero indagato su quello che è successo, quando bastava scambiare qualche parola con i diretti interessati. La realtà è multiforme e ha spesso significati che sono incomprensibili per la forma mentis alla quale siamo abituati. Serve un piccolo sforzo, per poterla interpretare al meglio e procedere con le azioni che potrebbero mutarla, a nostro piacimento.
Spesso chi accusa è complice.

Oussama Mansour

Nato nel millenovecentonovantuno a Ksar Hellal, in Tunisia da padre e madre entrambi tunisini. Si trasferisce all’età di sei mesi in Emilia, a Carpi. Iscritto alla facoltà di giurisprudenza di Modena, è appassionato di politica, cultura underground, volontariato, musica, sport e libri. Motto: “ La gente è il più grande spettacolo del mondo. E non si paga il biglietto” [C. Bukowski]

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