LETTERA A ROBERTO SAVIANO

Ciao Roberto.
Poco più di un mese fa ho avuto l’onore di essere in mezzo a quell’anonima e pacifica legione di anime, a Bologna, accorsa ad ascoltarti. Studenti, professori, gente comune.
Tutti in quell’enorme spazio candido che faceva da teatro al tuo spettacolo verbale, una chiesa sconsacrata che è ora un’aula magna universitaria. Spoglia fuori, chiara e immensa all’interno.

Esattamente l’opposto del tipo di uomini e ragazzi di cui ci hai parlato, avvezzi all’apparenza più che alla materia interiore. Maschere teatrali solcate da crepe invisibili, dietro alle quali rimbomba possente l’eco del loro ego. Cupe marionette vestite di un’armatura di scarsa forgia, che vivono e vagano nella degradata periferia come nelle più illuminate città, al Sud come al Nord, come chissà dove nel mondo. Questo l’ho imparato mentre ne dipingevi a parole i ritratti.
Anche la mia Calabria, non così distante dalla tua Napoli sotto molti aspetti, non è esente dalla sorte di averli dentro, perché loro vivono ed esistono anche lì. Soprattutto in provincia, dove tutto è più anonimo e  anestetizzato che altrove, dove il silenzio nelle sue mille sfaccettature è forte e irruente.

Una società molle, in un luogo dove più che in città spesso c’è disagio, poca voglia di cambiamento e di scrutare il mondo, in una lenta e mortale rassegnazione allo status quo. Una lotta continua senza vincitori veri, quella che si consuma lì, tra tentativo e rassegnazione. Chi resta in mezzo a mille insidie, cercando di migliorare e riscattare quella terra, contro chi impone la sua visione verso l’annichilimento. Davide contro Golia, ma il più delle volte è il gigante ad avere la meglio, anche se i vari Davide non vengono colpiti dalla sconfitta. Anzi, non si rassegnano affatto e tentano di mettere speranza laddove c’è terreno arido, propongono una visione alternativa delle cose vedendo la Bellezza dove questa fatica ad esistere. Pochi riescono a restare in piedi, perché molti pian piano si arrendono, si riducono al silenzio, reietti chiusi in prigioni senza sbarre. A volte anche ammazzati, ma nelle prigioni con le sbarre, spesso in questi casi non finisce nessuno.
Altri ancora invece mollano la presa, si arrendono, evadono. Staccano e vanno via.
Lasciano una terra che è il campo da gioco di figure dalla mentalità deviante, malata, che genera e asseconda in silenzio l’habitat perfetto per un qualcosa di estremamente simile ai paranzini del tuo romanzo.
Quei ragazzi, adolescenti, che presto diventano uomini vittime e carnefici di se stessi, che giocano a fare i grandi rispettando religiosamente un codice scritto appositamente da loro e per loro, mentre si alimenta una fabbrica di falsi idoli errabondi e senza tempio.

Talvolta hanno dalla loro anche la complicità di chi li ha messi al mondo e chi sta loro accanto, che li incensa credendoli alla pari di chi reputano degno di rispetto e di stima. Padri  fratelli come madri e mogli e sorelle, con il culto della difesa spietata dei loro onorati uomini di famiglia. Tra le fila di quel genere di donne non c’era però Lea Garofalo, mia conterranea, costretta a scoprire dinamiche perverse che ha prontamente ripudiato, denunciando chi era da denunciare pagando il prezzo più alto, quando altri avrebbero semplicemente assecondato e nascosto. Amazzone martire per un bene superiore, la giustizia priva di compromessi, nella continua lotta verso coloro che danno linfa vitale a un modo di pensare che uccide e stritola le coscienze.

In tutto ciò, sono arrivato a capire che hai ragione quando dici che c’è del loro in noi e viceversa. Ma solo se ignorati. Loro vanno avanti perché non intimoriti o minacciati dall’indifferenza totale di tutti, su un palcoscenico in cui viviamo sia noi che loro, tutti personaggi che seguono uno stesso copione.
Parlare di loro è già un passo, perché la parola è già di per sé azione, come dicevi. E ciò non può che darmi forte speranza.

L’uomo è un mistero da risolvere. E io studio questo mistero perché voglio essere uomo” diceva Dostoevskij. Forse , non c’è nulla di più vero. L’uomo è complessità e per essere consapevolmente uomini è necessario studiare e capire il prossimo quanto lo è parlarne e parlarci, perché la parola diventi qualcosa d’effetto.

Perché ho scritto tutto ciò? Per dire che mi sento in dovere di dirti grazie.
Grazie per aver scritto della vita, ma soprattutto grazie per aver spalancato porte e finestre e fatto entrare luce in una realtà asfissiante e buia, ignorata quanto presente. Una luce simile a quella che illuminava la bellezza di quell’aula magna in cui tutti erano soldati sull’attenti alle tue parole.
In quel luogo dove un tempo erano replicate parole di Verità di un altro mondo che hai sostituito con una verità, quella del potere delle parole, che appartiene al nostro.
E a tutti nel profondo.

Grazie, Robè.

Salvo, un tuo affezionato lettore.

Salvo Bruno

Salvo Bruno

Emigrato della East Coast calabrese, spesso una combo di immaginazione, passione e un pizzico di autostima mi invoglia a buttare su carta qualche racconto. Se mi va, ne schizzo anche un fumetto. In veste di universitario, studio le lingue. Amo Internet, il sushi, la buona musica e gli eventi live tanto quanto odio il fumo e l’ignoranza.

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