MY NATURE – Intervista a Gianluca Loffredo

L’intervista a Gianluca Loffredo, uno dei registi del documentario “My Nature”.

Venerdì ho recensito My Nature,  il documentario di Gianluca Loffredo e Massimiliano Ferraina, presentato al Festival Internazionale del Documentario nel 2016. Soltanto quest’anno il lavoro dei due registi italiani è entrato nelle sale cinematografiche e, dopo un risultato più che positivo sul pubblico, ho avuto il piacere di conoscere ed intervistare Gianluca, uno dei registi.

  • Ciao Gianluca, partiamo da una curiosità: perché un titolo in inglese per un film tutto italiano?

La scelta del titolo in inglese è dipesa dal modo in cui è nato il film, la parte produttiva del progetto è nata con noi due registi Massimiliano Ferraina ed io, Gianluca Loffredo, che vivevamo rispettivamente a Londra e Marsiglia. Pur essendo italiani entrambi, così come la storia che raccontiamo, i tipi di interfacce che cercavamo tra distributori, televisioni, società di produzioni terze ecc. erano straniere. Per cui la ragione è basicamente produttiva, ma nonostante abbia la stessa forza in italiano, abbiamo pensato di dare un respiro più ampio al film.

  • Perché avete scelto di raccontare proprio la vita di Simone?

Simone è un caro amico che aveva voglia di raccontare la sua vita e la sua volontà era quella di provare ad aiutare persone che si sono trovate o si trovano anche oggi nella sua condizione. Pensava: “Se anche io da giovane avessi avuto un modello, un appoggio, un riferimento probabilmente sarei stato molto più facilitato a fare il percorso che ho fatto”.
La cosa più difficile, nonostante i due anni di riprese, è stata sicuramente fidarsi tutti e tre, l’uno dell’altro.

  • Ci sono molte riprese del paesaggio e dei cambiamenti climatici. Ci sono connessioni tra questi e gli stati d’animo e le scelte di Simone?

Si assolutamente. La natura l’abbiamo utilizzata principalmente in due modi dal punto di vista registico. In primo luogo per sublimare il dolore, perché non mostriamo niente di davvero drammatico. Lo evochiamo attraverso la bellezza di quello che succede in natura. Poi le quattro stagioni le abbiamo ricercate, ci abbiamo messo un anno e mezzo per girare perché il primo inverno che abbiamo incontrato non ha nevicato. Non solo questo però. La scelta, ad esempio, di aggiungere il temporale poco prima di andare a Caserta è sicuramente espressiva, il tempo meteorologico nel cinema è comunque una costruzione forzata. Ciò non toglie che abbiamo scelto di andare a Caserta in inverno proprio perché per Simone è stato un momento forte. La notte prima di partire ci siamo ritrovati tutti e tre davanti ad una tisana per darci coraggio.

  • A proposito di Caserta: il viaggio era una scelta di Simone prima di incontrarvi o è stata fatta durante le riprese?

Non ti so rispondere in maniera netta perché è stato un processo che ha coinvolto tutti. Simone non era mai tornato a Caserta, nonostante lo desiderasse, e secondo me ha trovato il coraggio grazie al documentario. Però ci eravamo detti all’inizio che questo viaggio era necessario, perché c’era bisogno di vedere qualcosa della vita precedente di Simone. Dopo averci riflettuto, si è ricordato dell’atto di nascita che lo teneva ancora legato alle sue origini.
In generale abbiamo sicuramente fissato dei punti narrativi per permettere allo spettatore di seguire la storia, dopodiché tutte le scene che si vedono sono frutto di due ore di riprese a briglia sciolta in cui non c’era un copione. Era veramente cinema con la realtà.

  • Quindi anche i discorsi molto introspettivi e profondi che Simone intraprende con le persone che incontra non sono in alcun modo costruiti?

Io penso che Simone abbia veramente questo modo di essere, ma è innegabile, in assoluto, che la telecamera condizioni l’attitudine delle persone. Sono anche abbastanza convinto del fatto che Simone sia particolare, ma una volta abituatosi alle telecamere ha cominciato a trattarle in modo spontaneo. Probabilmente le altre persone non hanno avuto modo di superare il disagio iniziale. I pezzi di dialogo comunque li abbiamo scelti noi, ritagliando i momenti più emotivamente coinvolgenti delle due ore di riprese.

  • Il presidente del MIT (Movimento Identità Transessuale) di Bologna, durante il dibattito nato a fine proiezione, dice: “La lentezza delle riprese del documentario corrisponde alla consapevolezza della transizione”. È una giusta interpretazione?

È molto bello che ognuno trovi la propria chiave interpretativa. Simone ha sicuramente affrontato una transizione sessuale, ma il nostro obbiettivo era quello di raccontare l’uscita dalla sofferenza di una persona che sì ha cambiato sesso, ma è passata anche attraverso il mondo dell’eroina. Tutto quello che ha accompagnato la vita di Simone non può essere ridotto esclusivamente alla transizione di genere, ma sicuramente questo avvenimento della sua vita ha reso universale il racconto. Più che la lentezza, la contemplazione ha a che fare con i tempi della natura. Simone ha deciso di mettere in causa tutta la sua vita e andare a vivere nei boschi. Grazie a questa scelta ha preso sicuramente consapevolezza di quello che gli era successo dall’inizio del cambio di sesso ai dieci anni successivi. E tutto questo lo ha fatto proprio grazie a questo tempo di lentezza.

  • Ultima domanda: Simone, alla fine, decide di trasferirsi in un casolare, immerso nella natura, per mettere in pratica le sue doti di “guaritore”. Continua?

Assolutamente si. Ma dopo l’uscita del documentario un anno fa, dopo il lungo lavoro fatto su stesso, Simone è tornato a vivere a Caserta. 

Ringrazio Gianluca Loffredo per l’interessantissima chiacchierata e il Cinema Teatro Galliera per aver avuto il coraggio di proporre sul grande schermo un documentario delicato e forte al tempo stesso.

Eugenia Liberato

Eugenia Liberato

Fuorisede di origini abruzzesi, vivo e studio a Bologna presso la facoltà di Lettere e Beni culturali. I miei interessi, per (s)fortuna, sono molti e molto diversi tra loro: la convivenza, infatti, è sempre sull’orlo della crisi. BBU è la mia passione, è il contenitore dei miei capricci e dei miei doveri. Recensisco film per passione, perchè oltre quella non ho altro. La cronaca sociale è il mio secondo ambito di interesse, ma ci sto lavorando.

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