Risiko è come la vita

Risiko è come la vita

E’ un po’ che volevo scrivere un articolo sul Risiko!. In media scrivo articoli riguardo a cose che c’entrano molto con la mia vita, una sorta di pre-corso di poetica e stilistica, un modo utile per tematizzare e ordinare alcune riflessioni che compio quando non posso scrivere, perché sto vivendo. Risiko!, un gioco che non ha bisogno di presentazioni, ha occupato e continuerà non so per quanto a occupare – lo ammetto – il mio tempo in una maniera che definirei “aggressiva”. Quindi questo articolo, avviso ai naviganti, sarà altrettanto lungo. E’ anche possibile che annoi coloro che non sono avvezzi a questo gioco da tavolo, ma consiglio lo stesso la lettura, visto che riguarda più in generale il senso dei giochi nella vita adulta.

PREAMBOLI LETTERARI

Ma come? tu vendi giocattoli, la gioia e la felicità di tutto il mondo, e fai questi discorsi pessimisti, disfattisti? Sei un tipo scuro Lello, scuro (La Grande Bellezza)

Song #1: Paris, Texas (Ry Cooder)

la bottega oscuraSono tanti gli scrittori (e gli uomini straordinari) che hanno amato i giochi, specie quelli ossessionanti, nel corso della loro esistenza. Studiando le loro biografie variopinte, mi sono spesso stupito di quanto tempo perdessero dietro a occupazioni inutili e stravaganti come queste. L’immagine che abbiamo, convenzionalmente, degli scrittori passa dall’estremo baudelaireiano del poeta maledetto, tutto dedito a riflessioni cancerogene sulla vita, innaffiate abbondantemente da vino, assenzio e droghe pesanti, all’estremo salutista di un John Maxwell Coetzee, che non parla mai, non mangia carne, tutti i giorni scrive almeno un’ora, e pratica sport salvifici come la corsa e la bicicletta. Entrambi sono metodici, maniacali e coerenti nel loro stile di vita. Questo perché la scrittura è una pratica, se svolta ad alti livelli, che richiede impegno e sacrificio, e una vita che regga al suo urto. A ben vedere però, sono tanti gli scrittori che hanno avuto vite tutto sommato normali, con passioni normali, e passatempi altrettanto normali. Il gioco d’azzardo era sommamente praticato dagli scrittori dell’Ottocento e del primo Novecento, da Pushkin (si narra che Gogol’ abbia bussato un pomeriggio, appena giunto a San Pietroburgo, alla porta del grande poeta russo e lo abbia trovato che dormiva per una nottata passata al tavolo da gioco) a Dostoevskij (autore di un romanzo fondamentale quale Il giocatore), da Pirandello (ricordiamoci di Mattia Pascal) a Tommaso Landolfi (che ripagava i debiti di gioco con l’editore donandogli i suoi capolavori), ma altri scrittori hanno dedicato parte delle loro riflessioni ad altri oggetti, come il gioco degli scacchi (si pensi a un bel romanzo italiano come La variante di Lunenburg di Paolo Maurensig) o al difficilissimo gioco del go, amato alla follia da Georges Perec, insieme ai cruciverba, ai rompicapo e ovviamente ai puzzle. Questo poi senza aprire il discorso degli sport, dal tennis di David Foster Wallace al baseball di Don DeLillo. Ho parlato degli scrittori perché sono le figure umane e professionali che conosco meglio, ma sollecito i lettori a commentare per colmare le mie ingenti lacune. Non solo: mi sono sempre chiesto, per l’appunto, come mai agli scrittori piacessero i giochi. Sembra banale, ma non lo è. Perché la tesi che voglio sostenere è che i giochi, specie alcuni giochi, replichino le strutture dell’esistenza umana, e peraltro – cosa molto in sintonia con la vena ludica e non sense dell’età postmoderna – lo fanno attraverso il divertimento. Non apriamo il discorso dei giochi inventati dagli scrittori (cioè quelli che posseggono una rilevanza narrativa nella trama del romanzo) – il Quidditch della Rowling o l’Eschaton di Foster Wallace – sennò non ne usciamo più. E d’altronde lo stesso Risiko! fu inventato da una specie di scrittore. E la società Editrice Giochi fu fondata da una sorta di intellettuale-imprenditore.

Perché Perec intitola alcuni dei sogni contenuti nella raccolta di trascrizioni oniriche La bottega oscura. 124 sogni (Quodlibet, 2011) ai nomi dei giochi che più lo ossessionavano?

Arriviamo davanti a un gigantesco puzzle posto su una lunga tavola leggermente inclinata. Da lontano, si ha l’impressione che vi sia, al centro, un puzzle quasi completato – rappresenta un quadro del Rinascimento, dai colori molto brillanti e luminosi – e, intorno, altri oggetti. Avvicinandosi, ci si rende conto che, in realtà, fa tutto parte del puzzle; il puzzle stesso (il quadro) è solo un frammento di un puzzle più grande, incompiuto perché interminabile.  (…) Il quadro è solo una combinazione tra le tante; i frammenti che circondano il quadro sono schizzi, abbozzi, proposte di altri puzzle. (sogno n. 114, Aprile 1972, parte I)

#Song 2: All along the watchtower (Bob Dylan)

Questa descrizione me ne riporta alla mente un’altra, questa volta di un quadro di Remedios Varo, una delle pittrici più importanti del Novecento, inserita da Thomas Pynchon nel suo celebre romanzo cyberpunk, L’incanto del lotto 49 (1966):

A Città del Messico erano finiti a una mostra di quadri della bellissima esule spagnola Remedios Varo: nel pannello centrale di un trittico intitolato “Bordando el Manto Terrestre” c’erano alcune delicate fanciulle con i visi a cuore, gli occhi grandi e i capelli simili a fili d’oro, prigioniere nella stanza in cima a una torre circolare, che ricamavano una specie di arazzo traboccante dalle feritoie nel vuoto, cercando disperatamente di colmare quel vuoto: poiché in quell’arazzo erano contenute tutte le altre costruzioni e le creature, tutte le onde, navi e foreste della terra, e l’arazzo era il mondo.

l'incanto del lotto 49Senza entrare in una specificità critica inutile, sono tutte rappresentazioni raffinate della qualità combinatoria degli atti della vita. L’irresistibile tentazione di vederli come inseriti in una struttura, dove siamo al centro, ma anche agenti del loro incastro. E di vederci delle regole, di vedere come ordinata la loro messa in trama, un potere, questo, che oltre a caratterizzare i giochi, caratterizza anche la scrittura letteraria. Forse è anche per questo che gli scrittori amano i giochi: ricordano loro, nella costanza del loro svolgimento, che all’interno di un sistema di regole si è sia agenti del proprio destino, che soggetti passivi di questo. Addirittura, Pynchon va oltre e definisce la realtà concettuale del nostro mondo, mentre Perec si concentra sul nostro scorrere su di esso, ma occhio al richiamo al Rinascimento, quell’epoca culturale che tutto voleva ordinare, specie il concetto di “città”. Il puzzle richiama qualcosa che è destinato a essere completato, ma anche a qualcosa che completo non può essere mai, che va distrutto una volta terminato, oppure incorniciato sul muro di una casa, come una fotografia. Il mandala della terza stagione di House of Cards è il correlativo oggettivo della trama di potere di Frank Underwood, il giocatore per eccellenza degli schermi televisivi odierni. La nostra esperienza di vita, di gioco, ci rappresenta agli occhi questa frustrazione. Con la mente possiamo spaziare in un’infinità di vite possibili. Ricordo ancora una cosa che dissi, in un sms, a un mio amico tempo fa: “Ascolto i Police e penso a milioni di vite che non ho mai vissuto”.

#Song 3: He doesn’t know why (Fleet Foxes)

In una splendida Memoria (una relazione accademica per psichiatri dell’Ottocento), il medico e filosofo francese Moreau de Tours ricordava il caso di un paziente anziano, afflitto da alienazione mentale, che perdeva progressivamente la memoria breve, sortendo effetti devastanti sulla sua vita pratica: il vecchietto ripeteva sempre gli stessi racconti, ridotti a un nucleo fondamentale del suo passato, legato alla rivoluzione americana, e il suo deficit di attenzione riguardava anche il gioco del tric trac, e in particolare le mosse fatte nel corso di più partite, che si confondevano in un memoria ormai nebulosa, automatismi insomma incompleti e randomizzati. Al di là della teoria di Moreau sul nesso tra follia e sogno, un dettaglio di questa ricostruzione mi ha colpito: laddove infatti l’intellettuale parla del gioco preferito del vecchio, si cura di aggiungere “[il tric trac] che aveva praticato tutta la vita e che era stato l’oggetto delle sue riflessioni più serie“. Quello che afferma Moreau de Tours è profondo e vero: a volte capita di essere fatti in modo tale da dedicare a queste frivolezze esistenziali i nostri pensieri più ossessivi. Ci accaniamo su di un meccanismo, convinti che se si perde al gioco si perde anche nella vita.

MA PENSARCI SU SERVE A GIOCARE MEGLIO?

Questa è la domanda che si pongono tutti i giocatori seri di Risiko. Pensarci significa ovviamente elaborare strategie complesse in grado di portarti alla vittoria. Oppure vuol dire un’altra cosa: imparare a giocare. Gestire, in altre parole, quella mole paranoica e asfissiante che è l’ansia di perdere, in un gioco come Risiko!, e metaforicamente, nella vita vera. Quella che, insomma, ti porta a queste reazioni:

Questo è un video che io e il mio amico dei Police amavamo mandarci per sottolineare la pericolosità di un gioco come questo. Cominci a chiederti cosa non va quando torni a casa da una sessione di Risiko e vedi i tuoi genitori fare colazione. Questo articolo si compone di varie riflessioni, ma è anche un tentativo di collocare in una struttura accettabile l’immensa quantità di appunti mentali che ho su questo gioco, il vissuto che ho accumulato, e i tipi umani che ho avuto modo di studiare nel corso delle mie partite. Il preambolo letterario era solo un modo per conferirgli dignità.

#Song 4: High 5 (Beck)

DIECI COSE SU RISIKO!

Risiko

  1. Risiko! è un gioco da tavolo inventato in Francia dall’eclettico regista Albert Lamorisse, celebre per l’oscar alla sceneggiatura del film per fanciulli “Il palloncino rosso” (più tardi considerato da André Bazin un film il cui uso del montaggio è definibile come “improprio”); il gioco si chiamava La Conquête du Monde e più tardi si è evoluto nella versione anglosassone Risk! e in quella europea Risiko! — pare (fonte: Wikipedia) che Lamorisse lo abbia ideato durante l’adolescenza e brevettato nell’età adulta (1957).
  2. Nonostante il regolamento di Risiko! si sia presto suddiviso in due macro-gruppi, l’area americana e l’area europea (in pieno stile Guerra Fredda peraltro), gli italiani hanno proposto una loro versione, con regole proprie. La più significativa delle quali è che la difesa tira 3 dadi, che rende sproporzionato il tutto. Il misunderstanding è probabilmente dovuto al fatto che nella scatola vengono forniti 6 dadi, quindi l’italiano ha deciso che bisognava usarli tutti. Il sesto infatti, nella versione americana, è solo per comodità. L’autore di tutto questo mescolamento (“Risiko” per esempio è il nome della versione tedesca) è la Giochiclub di Milano, azienda defunta che distribuiva il gioco in tutta Europa.
  3. Risiko! era distribuito in Italia dal più grande gruppo industriale del mondo dei giocattoli italiano, Editrice Giochi fino a quest’anno. Proprio qualche mese fa la società lombarda ultraottantenne fondata da Emilio Ceretti è stata acquisita dal gigante canadese Spin Master. Editrice Giochi distribuiva capisaldi dell’attività ludica come Monopoli, Scarabeo, Cluedo, D&D e, ovviamente, Risiko. (“Vendo giocattoli” – “Eh, questo fa il modesto, sembra che c’abbia il negozio, in realtà vende all’ingrosso di tutto il mondo, pure ai cinesi” (La Grande Bellezza)
  4. Qualche mese fa la testata online italiana Linkiesta ha pubblicato un articolo dal titolo “Consigli per conquistare il mondo, a “RisiKo!”, descrivendo il panorama strategico del gioco e fornendo alcune curiosità e fatti su quello che è considerabile in tutto e per tutto come una parte del nostro patrimonio culturale, almeno a livello popolare, di immaginario collettivo.
  5. La prestigiosa testata online italiana Il Post ha considerato l’articolo de Linkiesta talmente rilevante da ripubblicarlo sul suo sito.
  6. Molti fatti e curiosità su Risiko – in effetti – sono ben spiegati e riassunti nell’articolo de Linkiesta.
  7. Sul blog Le Nius si trova un articolo eccellente sui 5 motivi per cui smettere di giocare a Risiko!, e sono fornite motivazioni di carattere tecnico, da veri geek professionisti. Nel resto del mio articolo esporrò tesi collaterali, di carattere filosofico colto. Qui il link all’articolo. (Mi limito semplicemente a osservare che, nonostante tutte le critiche, Risiko! è bello proprio perché è un gioco imperfetto e quasi totalmente controllato dai dadi. Ma per questo rimando alla seconda parte del mio saggio.)
  8. Prima del 1977, l’unico obiettivo del gioco era conquistare il mondo. Attualmente però, nessuno sa per quale motivo esista un obiettivo burlone come “Devi conquistare la totalità di 18 territori con almeno 2 armate per ciascun territorio”, di gran lunga troppo facile rispetto a tutti gli altri.
  9. Probabilmente solo l’1% dei giocatori amatoriali del mondo di Risiko ha mai usato le “carte torneo”. Stanno lì, come la bottiglia di plastica vuota di uno sketch del Terzo Segreto di Satira.
  10. Su Risiko! esiste una bibliografia sterminata (no, non è vero, ma è tipico della presentazione accademica di qualunque cosa scrivere che una bibliografia è “sterminata”), ci si può giocare da app, su Facebook, nei mille tornei organizzati dai nerd di tutto il mondo, ed esistono “arbitri ufficiali” di questo complesso gioco di “strategia e psicologia”. Le informazioni le trovate sul sito ufficiale.

… QUALCOSA SUL SITO UFFICIALE DI RISIKO

(Nota bene: lo spot non solo è stato girato a Bologna, con effetti speciali degni dei fenicotteri della Grande Bellezza, e un improbabile accostamento tra una figa e un nerd e l’allusione a una simbologia predatoria da conquista mediante lancio di dadini rossi, ma è anche finito su La7)

(Nota bene 2: sul sito ufficiale di Risiko la didascalia promozionale recita le seguenti parole: Risiko! è un gioco di strategia, che promuove valori quali l’amicizia, il divertimento, la partecipazione. Aborrisce e ripudia lo scenario tragico della guerra vera, giudicando ineludibile e inevitabile solo la pace. La pace è il valore supremo, irrinunciabile, per il quale si devono adoperare tutte le organizzazioni, a qualunque livello. Risiko!, dove la guerra si fa solo per gioco. – a questo punto non sapevo se ridere, se piangere o se scrivere un secondo articolo basato solo su questo)

Wikipedia RisikoUn altro aspetto divertente della pubblicizzazione di Risiko! giunge inaspettato dalla pagina di Wikipedia che ho tentato di riprodurre qui a fianco. Ci sono alcune cose da osservare:

Innanzitutto quello spassoso e a dir poco sbrigativo “e molte altre”, che segue la lista delle “versioni” di Risiko. Degno, insomma, dell’enciclopedia online più autorevole del mondo. Tuttavia, la cosa veramente sublime è l’indicazione temporale dei “preparativi” (5-10 minuti). Ora, magari siamo io e il mio gruppo di gioco (sì, avete letto bene), ma da noi è più facile che la proporzione sia inversa. Che cioè ci vogliano 300 minuti a prepararsi e 10 minuti a finire una partita, magari decisa dal solito campione a cui girano le palle e manda tutto all’aria. No, in realtà il problema è che sia i preparativi sia le partite durano 300 minuti, per un totale di 600, ossia 10 ore. Una volta una partita è durata così tanto che la nonna del nostro ospite stava per portarci su il caffè.

Comunque sia, finora ho fondamentalmente tergiversato rispetto ai miei propositi. Che è sempre e solo uno, cioè parlare della vita e dell’anima umana in rapporto a tutte le cose. Oggi è Risiko!, domani chissà. Comunque è che bisogna parlare di come funziona la mente di ciascuno, perché sono fedele all’assunto per cui ognuno come gioca, vive. Questa è la vera tragedia. Perché se uno vive male gioca male. E non necessariamente perde. Semplicemente, come si dice da noi in Emilia, “vive da culo”. Heavy shit.

GIOCARE MALE INSEGNA A GIOCARE BENE

#Song 5: Drunken Soldier (Dave Matthews Band)

Voglio cominciare l’ultima parte di questo articolo citando i Saggi di Michel de Montaigne, filosofo e umanista francese del ‘500, e precisamente il capitolo XXIV del Libro Primo, intitolato “Effetti diversi d’una medesima risoluzione”, nella traduzione magistrale di Fausta Garavini, presso l’editore Adelphi.

Quanto alle imprese militari, ognuno sa che la fortuna vi ha gran parte. Anche nei nostri propositi e nelle nostre deliberazioni occorre certo che vi si mescolino sorte e fortuna; perché tutto quello che può la nostra saggezza non è gran cosa; più essa è acuta e vivace, più trova in sé debolezza, e tanto più diffida di se stessa. Io sono del parere di Silla: e quando considero da presso le più gloriose imprese di guerra, vedo, almeno così mi sembra, che quelli che le compiono vi pongono mente e studio solo per scarico di coscienza, e la miglior parte dell’impresa l’abbandonano alla fortuna e, nella fiducia che hanno nel suo aiuto, oltrepassano continuamente i confini di qualsiasi ragionamento. Nelle loro deliberazioni sopravvengono allegrezze fortuite e furori estranei che li spingono spesso a prendere la decisione in apparenza meno fondata e accrescono il loro coraggio al di sopra della ragione. Per cui è accaduto che parecchi grandi capitani antichi, per dar credito a queste decisioni temerarie, abbiano allegato come ragione alla loro gente di esservi stati indotti da qualche ispirazione, da qualche segno e pronostico.

Per ragioni di spazio mi fermerò qua, ma Montaigne prosegue il suo ragionamento fornendo alcune vie d’uscita dall’impasse in cui si è sempre trovato l’Uomo in rapporto al problema del caso. E’ utile vivere pianificando ogni minimo dettaglio della propria partita, ovvero della propria condotta esistenziale? Questo ci chiediamo tutti i giorni. Gli uomini seguono due fronti opposti, tenendo ferma la convinzione che un minimo di programma ci voglia. Ma quando fermarsi e lasciarsi condurre dalla corrente? E’ tutto predestinato o è tutto casuale? E l’uomo che partito deve prendere, mentre si affanna attorno alla brevità della sua vita? Analoghi ragionamenti fanno i giocatori di Risiko!, un gioco pieno di contraddizioni, come la vita. Una risposta univoca non c’è. Allora, ci suggerisce Montaigne, scegliete “il partito in cui vi sia più onestà e giustizia”. Questo, se lasciamo da parte il discorso umano calandoci nella logica del gioco, è il modo migliore per farsi una buona partita a Risiko!. Che significa concretamente? Giocare e basta. Seguendo non la competizione, ma solo lo spirito di un accorta vigilanza e di una sana ironia. In un gioco in cui la strategia è tutto (ovvero, la capacità di vincere una guerra) e la tattica è niente (ovvero, la capacità di vincere una battaglia, visto che è tutto in mano ai fatidici sei dadi, esattamente come per i capitani dell’antichità)1, occorre essere attenti e precisi, ma a non fermarsi troppo a pensare alla fine, a incardinarsi a una strategia, perché la vita e il gioco sono adesso, e se alla volte ci impegniamo con mente e studio a cambiare il nostro destino è solo “per scarico di coscienza”, per morire a cuor contento dicendoci “abbiamo fatto tutto il possibile”. Ci sono altre forze che controllano il puzzle, a noi è dato solo di contemplarlo.

1 la differenza fondamentale tra strategia e tattica, in ambito bellico, è proprio la differenza che intercorre tra il pianificare una campagna per vincere una serie di battaglie o vincere una guerra. La tattica serve in battaglia, la strategia serve a vincere sul lungo periodo. Nelle guerre lunghe capita infatti di perdere molte battaglie, ma di vincere lo stesso; proprio perché se una battaglia è qualcosa che è in mano a una miriade di fattori contingenti, la guerra necessita di un’intelligenza delle cose, del quadro generale, e lì vinca il migliore. Come sostiene lo storico Geoffrey Parker, la Guerra dei Trent’Anni fu un conflitto che non si risolse con le battaglie, ma con la diplomazia e l’intervento di moltissimi fattori, tra cui sicuramente giocò la lunghezza della guerra e l’apporto fondamentale di Richelieu. Tutti gli schieramenti vinsero battaglie decisive, ma nessuna risultò fatale ai fini della vittoria finale.

Poiché il labirinto non conduce da nessun’altra parte che fuori dal labirinto stesso

(Harry Mathews, epigrafe conclusiva della Bottega oscura)

Giovanni Cigarini

Giovanni Cigarini

“Il giornalismo non è il mio mestiere, è un aspetto del mio mestiere”, diceva Dino Buzzati. Lui lavorava a Milano, dove la vita è frenetica, io vivo e scrivo a Bologna, dove si può riflettere sull’esistenza nelle osterie. Nel tempo libero studio Italianistica.

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